12/10/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Vertice tra Usa, Ue e i partiti bosniaci in una base alle porte di Sarajevo. La Bosnia di fronte al suo futuro

La base di Butmir, quartier generale dell'Eufor (comando delle missioni militari dell'Unione europea all'estero) alle porte di Sarajevo, non assomiglia per niente al castello di Rambouillet.
Quest'ultimo fu il teatro della farsa che precedette l'attacco Nato alla Serbia, per la questione del Kosovo. A Butmir, sulla carta, sono riuniti per salvare la Bosnia - Erzegovina.

A Rambouillet, com'è ormai acquisito, la fine era nota. Si voleva solo tentare un ultimo atto dei negoziati a oltranza, di quelli nati morti però, dove tutti hanno già deciso cosa fare. A Butmir, invece, il clima vuole essere costruttivo. Gli Stati Uniti hanno inviato, il 9 ottobre scorso, il sottosegretario di Stato James Steinberg, mentre l'Ue ha inviato Olli Rehn, il commissario all'Allargamento, e il ministro degli Esteri della Svezia (presidente di turno Ue) Carl Bildt.
Dall'altra parte del tavolo delle trattative tutti i leader politici della Bosnia - Erzegovina, in rappresentanza della comunità serba, musulmana e croata. Quelle tre anime che, mai come dal 1996, sembrano lontane.
A tavolo delle trattative si sono seduti Milorad Dodik (Snsd), Dragan Covic (Hdz), Zlatko Lagumdzjia (Sdp), Sulejman Tihic (Sda), Haris Silajdzic (Sbih), Mladen Ivanic (Pdp) e Bozo Ljubic (Hdz 1990).

Gli Accordi di Dayton, che nel 1996 posero fine alla guerra in Bosnia, non hanno mai funzionato.
L'architettura è semplice: le tre comunità devono co-gestire il potere, dividendo per tre tutto ed esprimendosi in tre su tutto. Una etnicizzazione del potere che ha finito per cristallizzare le divisioni della guerra e per rendere il sistema decisionale una macchina farraginosa. La repubblica di Bosnia - Erzegovina, a livello istituzionale, è composta da due entità: la federazione croato - musulmana e la Repubblica Srpska, dei serbi di Bosnia. Quest'ultima è stata creata da criminali di guerra come Ratko Mladic e Radovan Karadzic, ma esiste ancora, a pseudo tutela della comunità serba.
Questo il quadro politico che, nei fatti, non funziona. La Bosnia, pur attraversata da vivaci tendenze culturali legate al mondo giovanile, viene mantenuta in un infinito dopo guerra a causa dell'incapacità delle tre componenti di progettare un futuro assieme.

La riunione convocata a Butmir il 9 ottobre scorso era finalizzata proprio a questo: trovare una soluzione per lo stallo politico che incatena la Bosnia-Erzegovina al suo passato. Riforma della Costituzione nata dalla pace di Dayton, una trasformazione del ruolo dell'Alto Rappresentante della Comunità Internazionale (una sorta di garante che Dayton prevede come supervisore della pace, carica adesso ricoperta dall'austriaco Valentin Inzko), lo snellimento di un meccanismo burocratico infernale (in Bosnia ci sono 3 presidenti, 13 primi ministri, 180 ministri), il sistema dei visti e il generale processo di adesione euro-atlantico. Alla fine dei colloqui con i leader degli otto partiti più rappresentativi del Paese, i rappresentanti dell'Ue e degli Usa hanno parlato di "colloqui costruttivi", aggiornando i lavori al 20 ottobre prossimo, sempre a Butmir.

Al loro ottimismo fanno da controcanto le dichiarazioni di Milorad Dodik, premier della Repubblica Srpska, al quotidiano serbo Danas: "Se l'Occidente continuerà con le sue pressioni la Bosnia Erzegovina andrà in pezzi. Lo scontento tra la mia gente è enorme, la comunità internazionale lavora per far venire meno la sovranità della Bosnia e delle due entità".
Dodik è noto per le sue posizioni rudi, al punto che anni fa raccolse le firme per un referendum di adesione della Repubblica Srpska alla Serbia. Un referendum che non si è mai tenuto, perché Dodik è abile nell'alzare i ton della polemica per ottenere prebende e finanziamenti dalla stessa comunità internazionale che critica. Non più tardi di un anno fa, proprio a causa della gestione allegra delle casse della Repubblica dei serbi di Bosnia, Dodik è finito al centro di un grave scandalo finanziario.
Proprio lui, però, non ha avuto timore a sventolare una parola che in Bosnia, dopo 100mila morti e 2 milioni di profughi, dovrebbe essere un tabù: guerra.

L'ha detto Dodik, poi lo ha ribadito il gruppo parlamentare di Covic, leader dei croati, che ha minacciato di abbandonare le istituzioni comuni se continuerà l'isolamento della sua comunità. Addirittura l'ha dichiarato Danis Tanovic, il regista di No Man's Land, capolavoro cinematografico che racconta la guerra in Bosnia e Oscar come miglior film straniero nel 2002. Tanovic, lo scorso anno, ha fondato il partito Nasa Stranza, che vuole diventare una voce della società multiculturale bosniaca, senza divisioni etniche e religiose. Tanovic, in una recente intervista, ha dichiarato: "Se il Paese continua così, con i partiti nazionalisti che comandano, ci sarà una nuova guerra". Parole grosse che magari trovano carso riscontro in una popolazione ancora provata da un conflitto terribile. Parole, però, che denunciano un grave malessere della Bosnia-Erzegovina, che fomentano le componenti più estremiste della società.
Com'è accaduto, il 4 ottobre scorso, durante una partita di calcio. L'incontro del campionato della Bosnia - Erzegovina in programma vede opposte la squadra di Siroki Brijeg (città a maggioranza croata) e il Sarajevo FC, squadra prediletta dai musulmani bosniaci. Il match non si è gicato, ma in compenso è scoppiato l'inferno.

Quando sono arrivati a Siroki Brijeg i pullman dei tifosi di Sarajevo, sono stati attaccati dagli ultras della squadra locale chiamati Skripari, dal nome dei gruppi ustascia anticomunisti della Seconda Guerra mondiale. I cittadini croati, invece, accusano i tifosi del Sarajevo, con il loro gruppo Horde Zla (le Orde del Male), di aver devastato la cittadina, distruggendo auto e negozi. L'unica certezza è che le forze di polizia erano presenti in numero ridotto. La maggior parte dei poliziotti era dislocata a Mostatr, dove si giocava il temuto derby tra la formazione croata della città, lo Zrinjski, e quella musulmana, il Velez. A questa partita la documentarista Claudia Tosi ha dedicato il suo lavoro Mostar United, che racconta delle divisioni ereditate dalla guerra e simboleggiate dalle squadre di calcio. La battaglia, però, avviene a Siroki Brijeg, dove scoppiano feroci scontri: muore il 24enne Vedrai Puljic, tifoso del Sarajevo. Altri 30 rimangono feriti, tra i quali 12 agenti di polizia. Tre feriti sono colpiti da armi da fuoco.
Fin qui può sembrare un comune caso di violenza legata al mondo del calcio, ma in Bosnia - Erzegovina i simboli hanno un altro peso.

"Quello che è accaduto a Siroki Brijeg ricorda da vicino quello che accadeva nel 1991, poco prima della geurra", scrive il mitico quotidiano bosniaco Oslobodjenie il giorno dopo. Anche perché la gestione della faccenda da parte della polizia cantonale croata complica ancor di più le cose.
Il portavoce delle forze dell'ordine locali, nelle prime ore dopo gli incidenti, dichiara che Puljic è morto perché colpito da un sasso. L'autopsia, invece, rivela che è morto per un colpo d'arma da fuoco alla testa. La balistica non inganna: ha sparato un'arma in dotazione alla polizia cantonale croata. Poche ore dopo, a togliere le castagne dal fuoco alla polizia, si costituisce l'omicida. Oliver Knezovic. Dichiara di aver sfruttato i tafferugli per rubare l'arma a un poliziotto e, con quella, di aver fatto fuoco contro il giovane di Sarajevo. Knezovic non è un tifoso come tutti gli altri: durante la guerra (come denuncia il sito Balkan Insight) era un elemento di spicco di un gruppo paramilitare croato. Poche ore dopo essersi costituito, durante un colloquio con la moglie e il suo avvocato, Knezovic scappa ed è tuttora latitante. Due poliziotti vengono sospesi, ma la rabbia a Sarajevo esplode nelle strade con le manifestazioni rabbiose dei tifosi del Sarajevo che accusano la polizia di aver agevolato la fuga di Knezovic.
In poche ore, in tutto il Paese, migliaia di tifosi delle squadre del Paese sono scesi in piazza per solidarizzare, a seconda dell'etnia di appartenenza, con l'una o l'altra tifoseria.

Quale che sia la realtà dei fatti, emerge in tutta la sua pericolosità la distanza tra le comunità e le rispettive rappresentanze. "Parlare della possibilità di un nuovo conflitto è decisamente fuoriluogo", ha dichiarato il generale italiano Stefano Castagnotto, comandante dell'Eufor. "Da un punto di vista militare non vedo nessun pericolo di un nuovo conflitto".
Castagnotto, con ogni probabilità, ha ragione. Ma soffiare sul fuoco delle divisioni, come fa Dodik, è rischioso. Almeno quanto lo è l'atteggiamento della comunità internazionale che, nella questione dei visi, non ha regalato un bel messaggio a questo Paese. Escludendo la Bosnia dal gruppo dei paesi che dal gennaio 2010 avranno finalmente la possibilità di mandare i propri cittadini nell'Unione è stato sancito un confine che ha un cattivo odore politico. Ai serbi e ai croati di Bosnia, infatti, si applicherà la libera circolazione della quale gode la Croazia e godrà la Serbia, in quanto possessori tutti di doppio passaporto. Restano fuori solo i musulmani d Bosnia, che hanno accusato Bruxelles di aver ceduto alle pressioni delle destre xenofobe presenti a Strasburgo che non vogliono Turchia e Bosnia in Europa. Anche perché, come ha ammesso lo stesso ministro svedese Blidt, "la Bosnia aveva fatto tutto quello che le era stato chiesto per l'adesione". Compresa l'espulsione di tanti mujahidin che, da tutto il mondo islamico, durante la guerra degli anni Novanta si erano catapultati in Bosnia per combattere nelle brigate internazionali musulmane. Alla fine del conflitto, il presidente bosniaco dell'epoca Alija Itzbegovic aveva concesso loro la cittadinanza e si erano rifatti una vita. Molti di loro, in odore di al-Qaeda per l'intelligence di Usa e dei paesi Ue, erano stati allontananti o arrestati. Ma non è bastato.

Per far uscire la Bosnia - Erzegovina dalle secche servirà l'aiuto di tutti. I leader delle comunità non devono giocare con parole pericolose e accettare una differente divisione del potere che potrebbe rendere più agevole le riforme e l'attività di governo. La comunità internazionale alle parole deve far seguire i fatti, agevolando davvero l'inclusione della Bosnia - Erzegovina nella comunità europea e aiutandola a sdoganarsi dalle divisioni del passato. L'appuntamento chiave sono le elezioni del 2010, dove bisognerà arrivare con un Paese pronto a funzionare, magari cancellando la figura dell'Alto Commissario, sul quale Usa e Ue si dividono ancor più dei bosniaci.
In caso contrario, forse non sarà guerra, ma non sarà ancora pace. Un segnale di speranza, in un Paese dove il calcio viene strumentalizzato per le divisioni della politica, arriva dalla nazionale. La Bosnia - Erzegovina, battendo a Tallin l'Estonia, si è guadagnato il diritto a disputare i play - off per andare ai mondiali di calcio in Sudafrica dell'estate 2010. Sarebbe la prima volta nella storia recente e travagliata di questo Paese, che a luglio del 2010 potrebbe non esserci più.

Christian Elia

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