21/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli zapatisti del Chiapas si riuniscono in cooperative per la produzione di caffè
la lavorazione del caffè28 settembre 2004- Per molti indios del Messico il caffè è vita, sopravvivenza, speranza, futuro. Sono circa 300mila i produttori che coltivano più di 750mila ettari di terreno, il 92 per cento sono piccoli coltivatori e il 60 per cento di loro sono indigeni.
E sono proprio gli indigeni l’anello debole della produzione. Dopo la fatica del lavoro nei campi devono vedersela anche con i “coyotes”, speculatori commerciali che comprano il caffè a cifre inferiori al prezzo di produzione.
Fortunatamente però esistono dei progetti e delle realtà equo solidali, ma non solo, che intendono portare ai coltivatori nuove risorse e un notevole aiuto all’economia delle comunità.
 
 
L’esercito zapatista, nato nel 1983 per difendere i diritti delle popolazioni indigene, ha dato vita ad una struttura politica nuova, la cui unità di base è costituita da “caracoles”, i municipi indigeni autonomi legati tra loro da rapporti egualitari.
Dall’incontro con queste comunità sono nati diversi progetti. Uno di questi, il progetto Tatawelo, nasce per dare un aiuto alla cooperativa “Yochin Tayel Kinal” (“entrando en la tierra”) e non solo a lei. Gli obiettivi primari del progetto sono: potenziare l’autonomia economica delle comunità mediante l’acquisto del caffè ad un prezzo equo; potenziare la rete di commercio locale fra i diversi municipi; creare un centro di formazione zapatista per la coltivazione del caffè, per offrire consulenza a tutti i piccoli produttori e alle cooperative comunitarie; sostenere in modo equo lo sviluppo economico di differenti municipi autonomi, creare una rete di sostegno al Chiapas, che promuova iniziative culturali di sensibilizzazione e diffusione di prodotti equo solidali provenienti dalle comunita’ zapatiste.
 
 
Ma non c’è solo questo progetto.
Ad esempio possiamo citare la cooperativa Mutvitz, che nacque a San Juan de La Libertad e che raggruppa già 634 produttori autonomi di San Andrés Sakamch'en, una piantagione di caffè in Chiapas Magdalena de La Paz, Bochil, Chalchihuitán e Simojovel di San Juan de La Libertad. Senza sussidi né protezioni, fuori dai programmi governativi, e senza dover consegnare il caffé alle multinazionali affinché lo tritino, cioè la facciano "solubile". E’ la prova che, nonostante l’accerchiamento militare ed economico, l'autonomia zapatista ha una possibilità. E per di più, legale.
 
 
E quindi l’esperimento si allarga. In questi giorni, anche 230 dei 500 membri di Cirsa, la cooperativa filo-governativa di produttori di caffé di Simojovel, hanno chiesto (a dire il vero hanno proprio sollecitato) il permesso di entrare nella cooperativa Mutvitz.
Tutti sono zapatisti del municipio autonomo 16 de Febrero.
 
 
Fanno sapere che, secondo loro, il tavolo direttivo del Cirsa, il consorzio statale del caffè, che identificano come "priísta" ( ossia vicino al Partito rivoluzionario istituzionale), fa dei brutti scherzi. Non presenta i conti né offre dei prezzi buoni. Dunque chi di loro vuole cambiare lo fa non solo perché preferisce le pratiche di Mutvitz, ma anche perché è già produttore biologico, ed inoltra la sua certificazione per entrare nella cooperativa autonoma.
 
 
“Non è così semplice farli partecipare, anche se sono compagni zapatisti”, dice José Ramón Díaz Hernández, presidente di Mutvitz, in un’intervista alla Jornada, uno dei quotidiani più autorevoli del Messico
 
 
“Per fare il passaggio c’è bisogno di una lettera del Cirsa. Quelli che vanno via lo fanno per loro propria volontà. Non li stiamo spingendo, ma se vogliono venire con noi, chiediamo un certificato. Chiediamo a loro di essere esclusivamente produttori di caffè biologico. Questa documentazione deve essere richiesta al Certimex ( l’ente che dà i certificati).
 
 
“Quando uno cambia, devono passare tre anni durante i quali deve provare che adempie ai requisiti” spiega Andrés Ruiz Gómez, segretario di Mutvitz.
 
 
Una casa modesta ma solida, nella comunità La Estación, serve da ufficio e da sala riunioni per Mutvitz. Una gran quantità di panche e di sedie di legno, tre tavoli ed una enorme bilancia riempiono la sala nella quale ci sono i cinque membri del direttivo. Vengono da San Cristóbal de Las Casas, dove sono stati da un notaio per protocollare dei documenti della società. Poco più in basso, dall'altro lato della strada, si trova la società di caffè Tzotzil Otik che significa "di tutti i tzotziles” (gli indigeni Tzotzil discendono direttamente dai Maya e fanno parte dell’organizzazione Las Abejas), costituita dal governo che raggruppa contadini del PRI, il Partito rivoluzionario istituzionale, del PRD, il Partito rivoluzionario democratico e del PT, il Partito dei lavoratori.
 
 
Mutvitz risale al 1997, ma è stata costituita formalmente nel 1998, dopo lo "smantellamento" del suo municipio autonomo (San Juan de La Libertad). Da allora si è orientata verso la produzione di caffé biologico per inserirsi nelle reti alternative del commercio internazionale. Il suo primo compratore è stato Kerry Appel che ha aperto a Mutvitz il mercato negli Stati Uniti. Oggi ha altri clienti: col tempo si è inserita in Germania, Svizzera, Francia ed ora vende caffé solidale con gli zapatisti a Zurigo ed altre città.
 
“L'anno scorso abbiamo esportato 15 container, con 250 sacchi di 69 chili ciascuno. Di volta in volta aumentiamo. Due anni fa abbiamo raggiunto i 10 container e per il 2004 speriamo di arrivare a 18 o più” dice orgoglioso il presidente della cooperativa.
“Si guadagna 1,41 dollari per libbra, ma questo importo diminuisce per le spese di esportazione, ricevute, dogane, trasporto, ecc.. Il guadagno si divide in parti uguali. Paghiamo 23 pesos al chilo ai produttori. Ciononostante, la produzione continua ad essere insufficiente. Tra l’altro il nostro non è un mercato sicuro. Ogni anno dobbiamo rinegoziare i contratti con i compratori. E continua: “Prima del raccolto si fa un pre-contratto col compratore. Una volta firmato, si sa che c'è un impegno serio e si fissa la data per l'invio del caffé. Ma ora si avvicina il raccolto ed ancora non abbiamo nessun contratto - riconosce il presidente di Mutvitz”.
 
 
“Adesso quindi possiamo anche esportare. Possiamo farlo” continua il presidente “ perché siamo registrati presso il registro federale del fisco, perché adempiamo a tutti gli obblighi di legge”.
 
 
Dice che in simili condizioni opera anche un'altra cooperativa zapatista, chiamata Nuova Luce del Cielo (Yachil Xojobal in tzotzil), con l’ufficio nel “caracol” di Oventic, dove anche Mutvitz ha un ufficio.
“I fratelli esportano meno. Quest’anno sperano di riempire cinque o sei container. Stanno appena incominciando”.
 
 
I produttori di caffé di Mutvitz hanno un’assemblea ogni mese, alla quale partecipano i rappresentanti di tutte le comunità. Lì comunicano i loro problemi e prendono le decisioni. Il direttivo cambia ogni tre anni.
 
 
Ma insieme alla cooperativa del caffè è nata anche la cooperativa di ricamatrici ed artigiane Xulum Chon. Perché gli uomini producevano caffé, ma non avevano i sacchi dove metterlo. Allora bisognava confezionarli e cucirli. Di questo si occupavano le donne. Col tempo, le artigiane hanno fatto evolvere la loro produzione con la confezione commerciale di bluse, gonne, borse, camicie. Ora hanno un ufficio ed un negozio nel “caracul” di Oventic.
 
 

L'esperienza dei produttori di caffé e delle ricamatrici di San Juan de La Libertad sono esemplari di come l'autonomia può camminare a partire dalle piccole cose. Con l'applicazione nei suoi territori degli accordi di San Andrés (non rispettati dal governo), le basi d’appoggio dell'EZLN stanno dimostrando che le loro richieste sono compatibili con la realtà e che la sua resistenza non attenta alla sovranità nazionale né alla convivenza tra fratelli. Questi villaggi cercano vivere meglio, a loro modo e con indipendenza

Alessandro Grandi

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