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Circa un milione di euro (2500 milioni di pesos). È quanto dovrà dare lo Stato colombiano a 195 persone di Chengue, un piccolo villaggio del Caribe dove, all'alba del 17 gennaio 2001, un gruppo di paramilitari seminarono terrore e morte. Ventisette gli uomini e le donne massacrate. La sentenza, pronunciata nella nottata di lunedì, è stata pronunciata da un giudice di Sincelejo, capitale del dipartimento dove avvenne la tragedia, una delle tante perpetrate da queste bande senza scrupoli. La colpa dello Stato? L'omissione della forza pubblica, in particolare della polizia e della fanteria di marina, che fecero finta di non vedere e prestarono le loro lance acquatiche ai criminali.
Non è la prima volta che una sentenza simile viene pronunciata. Lo scorso anno, un altro giudice di Sincelejo, aveva ottenuto che un altro gruppo di superstiti ricevesse un indennizzo per quanto subito.
La Corte interamericana dei diritti umani già aveva condannato lo Stato per altri tre massacri paramilitari, gli uomini in mimetica che hanno dissanguato interi villaggi per più di due decadi e che tutt'ora continuano a scorrazzare indisturbati, nonostante le parvenze di smobilitazione (iniziata nel 2004). Le stragi indicate dalla Corte sono Mapiripán, 50 morti, La Rochela, in cui vennero massacrati gli esponenti di una commissione giuridica, e Pueblo Bello, dove i paracos fecero sparire 37 persone e ne assassinarono sei.
Nel caso di Chengue, i paracos minacciavano continuamente la popolazione, tanto che sei mesi prima del massacro avevano già annunciato che presto avrebbero occupato il villaggio. Inutili furono le denunce dei cittadini terrorizzati alle forze dell'ordine. Niente venne fatto per salvare quella gente e anzi i militari non fecero che facilitare la mattanza. È ormai chiaro che militari e paramilitari, in Colombia, da sempre vanno a braccetto con la scusa del nemico comune, la guerriglia antigovernativa come le Forze armate rivoluzionarie colombiane e l'Esercito di liberazione nazionale. Una scusa, quella della lotta ai ribelli, che ha permesso loro di compiere un sopruso dietro l'altro, ammazzando, minacciando, costringendo intere comunità a sfollare, il tutto in nome del denaro, del business legato al narcotraffico. E non solo. È noto che le aree maggiormente colpite da questa violenza sono zone ricche sia di minerali e giacimenti preziosi, sia di terre fertili da assicurare alla coltivazione di coca o alla monocoltura intensiva, tanto cara alle multinazionali della frutta.
Quel 17 di gennario, alle quattro del mattino, un centinaio di uomini arrivarono a bordo di tre camion, presero a pedate le porte delle case, obbligarono gli abitanti impietriti per la paura a riunirsi in piazza. Lì, indicarono i prescelti e li uccisero, uno a uno, con un colpo di martello in testa. María Cequera perse quel giorno il marito, il fratello, due cognati, due zii e quattro cugini. E mentre la mattanza aveva luogo, un altro gruppo bruciava 32 delle 75 case del villaggio agricolo.
Secondo il giudice che ha condannato lo Stato, la collaborazione tra le Forze armate e i paramilitari in questa tragefia è provata dal fatto che i paracos poterono entrare e uscire indisturbati da quell'area nonostante fosse enormemente militarizzata.
Complicità che non fu certo un eccezione. Quegli uomini armati fino ai denti si spostarono per anni e anni armati fino ai denti in ogni luogo del paese, usando autobus, aerei e girando in largo e in lungo la Colombia senza che nessuno li vedesse. Innumerevoli le denunce dei cittadini, tutte inascoltate, finora. Nella strage di Mapiripán, per esempio, i paramilitari percorsero 500 chilometri: dal Caribe, nel nord, fino alla regione meridionale tra Orinoquía e Amazzonia.
Due anni fa, la procura stabilì una sanzione disciplinare a tre ufficiali dell'Armata, perché nonostante avesse in mano tutti gli elementi per arrestare i paracos che arrivarono a Chengue, non fece niente.
Ma la connivenza con i paramilitari non si ferma agli agenti. La parapolitica torna anche qui, dato che anche in questo massacro sono coinvolti dei politici. Tutto è ancora da comprovare però, dato che già due dei giudici che indagano su queste connivenza sono stati assassinati.
Intanto, il comandante di quel brutale blitz, Juancho Dique, ha già confessato, è in carcere ma, secondo la Legge Giustizie e Pace voluta dal presidente Alvaro Uribe, che garantisce ai paras di lavarsi le mani dei crimini commessi scontando pene irrisorie, se la caverà con otto anni.
Stella Spinelli