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Una speciale unità per la 'gestione del lutto', incaricata di pianificare e controllare il comportamento dei familiari delle vittime durante ogni fase dei funerali di Stato. Per evitare che le famiglie si abbandonassero a reazioni 'scomposte' di rabbia, indignazione, disperazione proprio nel momento in cui tutta l'Italia li osservava in televisione. Così come 'programmata', o particolarmente curata in alcuni dettagli-chiave che si sapeva avrebbero avuto un forte impatto mediatico, sarebbe stata anche l'accoglienza del figlio di una delle vittime, che all'aeroporto attendeva la bara del padre con un basco in testa. A denunciare l'esistenza di una tale equipe speciale è un parroco genovese, don Paolo Farinella, sulla base di informazioni ricevute da una fonte 'fidata'.
Che ai funerali dei militari morti a Kabul il mese scorso l'immagine dei bambini (uno in attesa dell'aereo col basco amaranto in testa, l'altro che si piega sulla bara del padre col medesimo berretto della Folgore sul capo) abbia suscitato qualche indignazione era cosa nota. Più per l'uso abietto e sconsiderato che ne hanno fatto i media, spettacolarizzando e sensazionalizzando i due bambini in totale spregio alla Carta di Treviso (che tutela il minore proprio perchè 'persona in divenire,') che per il gesto in se'. Quest'ultimo, è stato detto', trova la propria ragion d'essere nell'appartenenza dei familiari al medesimo 'spirito di corpo' e nell'adesione agli stessi valori e ideali che permeano il reparto della Folgore. Maturare nell'humus culturale e comportamentale di un parà può significare anche questo, in aggiunta a una buona dose di ideologia del sacrificio e retorica dell'eroe.
Tuttavia, Padre Farinella sostiene che - secondo la sua fonte - "buona parte di questo personale non è specializzata in psicologia, ma è un corpo speciale che ha un obiettivo preciso: la gestione dei giorni successivi alla morte e il contenimento o meglio l'annullamento della rabbia, della contestazione e della disperazione conseguenti che potrebbero portare a comportamenti di indignazione verso l'esercito e le istituzioni".
In alcune lettere inviate al sacerdote, la fonte di Farinella, che spiega di aver vestito un'uniforme 'molto simile a quella dei caduti', e si dichiara 'uno che ha avuto un poco di esperienza di certe cose', scrive: "I parenti delle vittime erano 'assistiti' da simpatici e giovani militari di varie mostrine ma con in comune un certo distintivo (che qualche geniaccio non ha pensato di far levare) che una volta si chiamava Resupstat (reparto supporto psicologico tattico). Gente questa con qualifiche molto poco militari ed addestratissima in strane incombenze tra le quali evitare per esempio che qualche mamma o moglie venga fuori in mondovisione con discorsi simili a quelli della vedova Schifani a Palermo nel '92 (...). Temo che la bella bensata del basco amaranto si debba ad uno di questi 'esperti' (...). Militarmente parlando, la cosa è pure un insulto perché, anche volendo a tutti i costi farla, hanno tolto il fregio. Particolare questo insignificante per i profani, ma di enorme importanza per i folgorini, in quanto di palese malaugurio (...). Il colonnello Milani padre (la fonte si riferisce al padre di Benito Milani, comandante del distaccamento del 186esimo reggimento paracadutisti 'Folgore') era contrarissimo a livello di tribunale militare solo ad esprimere idee di questo genere (...)".
Tornando a parlare del 'Reparto di supporto psicologico tattico', la fonte continua: "(...) Credo di non rivelare alcun segreto militare, dicendole che aveva sede a Verona (...) Mica segreto appunto perché vi era tanto di targa sulla pubblica via (...) si distinguevano per un certo distintivo che appunto ho riconosciuto su parecchi militari che assistevano i parenti delle vittime. Avevano mostrine di tutti i corpi e servizi (...) avevano tutti una formazione superiore e non militare salvo i medici che venivano tutti dalla scuola di Firenze, i sottufficiali erano certamente tutti diplomati. Si occupavano di propaganda in tutte le sue forme, inclusa quella un po' atipica che alcuni chiamano disinformazione, gestione del consenso o disturbo delle comunicazioni pubbliche".
PeaceReporter ha contattato il capitano Isabella Lo Castro, ufficiale psicologo, responsabile per l'Esercito del coordinamento dell'intervento di supporto alle famiglie di caduti, per chiederle se la denuncia di padre Farinella e le rivelazioni della fonte militare abbiano fondamento.
"Smentisco categoricamente che esista una unità segreta o speciale dedicata a orientare o pilotare la volontà dei familiari delle vittime. Non li obblighiamo a fare nulla - spiega Lo Castro -. Noi seguiamo le famiglie rispettandone le loro volontà. In un momento del genere, in cui le reazioni delle famiglie sono soggette alle reazioni più varie, e sono reazioni umane, sottolineamolo, sarebbe inopportuno orientarle o guidarle nel loro lutto. Non ci sogneremmo mai di fermare qualcuno contro la sua volontà. Anche se, per mia esperienza, non è mai capitato di osservare atti violenti, di rabbia, durante i funerali. Esternazioni di dolore molto forti sono rare in momenti pubblici. Noi non aiutiamo a contenere né a reprimere questa rabbia, ma a superarla, eventualmente, nei momenti successivi".
Lei conosce il 'reparto di supporto psicologico tattico'?
No, sono dieci anni che faccio questo lavoro, non l'ho mai sentito.
Crede che durante l'arrivo delle salme e i funerali si sia spettacolarizzato il dolore, in riferimento al comportamento dei figli dei militari caduti?
La scelta di avere presenti i bambini, sia a Ciampino che ai funerali è stata presa dalle famiglie. I bambini sono stati 'gestiti' dalle famiglie. Chiaramente siamo stati loro vicini, verificando prima di tutto che, oltre alle mamme, vi fosse qualcuno dei familiari che potesse stare vicino ai bambini. Gli organi di stampa hanno dato rilievo ad alcuni 'flash', senza considerare l'intero processo. Il figlio del parà che si è avvicinato alla bara del padre lo ha fatto di sua spontanea volontà, io ero di fronte alla bara e posso dirlo. E' stata una reazione individuale. Così come il basco, è stata la famiglia che glielo ha messo in testa. Questi sono bambini che da sempre in famiglia respirano lo spirito di appartenenza alla Folgore. Si crea una comunità, di ideali e di valori comuni, e le famiglie dei militari si conoscono tutte tra loro, e si frequentano spesso. Purtroppo, ripeto, se c'è stata sensazionalizzazione, questa è stata fatta dai giornalisti. Da parte nostra e delle famiglie non vi è alcuna responsabilità.