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Il vertice di Ginevra, tentutosi ieri, tra l'Iran e i paesi del gruppo di contatto sul programma nucleare di Teheran ha deluso i falchi. Non solo non c'è stata rottura diplomatica, ma per la prima volta da tanti anni a questa parte, Usa e iraniani si sono parlati in modo diretto.
"Oggi è solo l'inizio di un processo intenso, abbiamo concordato di intensificare il dialogo", ha dichiarato l'alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Unione europea, Javier Solana, che svolge il ruolo di negoziatore con l'Iran per conto del gruppo 5+1 (Cina, Russia, Usa, Gran Bretagna e Francia, più la Germania).
I punti chiave erano due: l'arricchimento dell'uranio e il nuovo impianto nucleare nei pressi della città iraniana di Qom. Il gruppo di contatto ha raccolto l'apertura di Teheran, che si è impegnata a fissare nel più breve tempo possibile un'ispezione dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) a Qom e, in cambio, paesi terzi (si è subito proposta la Russia) potranno aiutare l'Iran nel processo di arricchimento dell'uranio che permetterebbe di accelerare il programma nucleare civile dell'Iran.
Tutti contenti, dunque. C'è da scommettere, però, che a Tel Aviv non si festeggia. Da anni i governi israeliani che si sono succeduti al potere hanno denunciato il programma nucleare dell'Iran, ritenendolo una chiara minaccia per Israele. Solo i più ingenui possono stupirsi quando si parla di un piano d'attacco dell'esercito israeliano nei confronti dei siti nucleari iraniani. La politica d'Israele, fin dalla nascita dello Stato ebraico, è sempre stata quella dell'essere pronto a ogni evenienza. Il problema non è se un piano esiste, ma se Israele deciderà di metterlo in pratica o meno. Il regime delle sanzioni non ha dato alcun effetto e, dopo l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Israele sperava in misure drastiche.
Non a caso, come detto, per la prima volta dal 1979 (anno della Rivoluzione islamica in Iran) un alto funzionario dell'amministrazione usa come William Burns, sottosegretario di Stato per gli Affari Politici, e Sade Jalili, capo negoziatore iraniano per il nucleare, si sono parlati di persona. Mancavano troppi elementi, però, perché il gruppo dei 5+1 optasse per la rottura. Il primo elemento, questa mattina, è stato offerto dalla televisione pubblica iraniana che ha reso nota una lettera dell'Aiea che ringraziava pubblicamente l'Iran per aver tempestivamente informato l'agenzia dell'impianto di Qom. Questo sconfessava i tre ‘tenori', il presidente Usa Obama, quello francese Sarkozy e il premier britannico Brown, che a Pittsburgh, in occasione del G20, avevano denunciato l'impianto di Qom come un segreto svelato.
Accanto ai tre, non a caso, mancava la cancelliere tedesca Merkel. La Germania, come la Russia e la Cina, ha enori interessi economici in Iran e non era pronta a firmare una cambiale in bianco rispetto alle pressioni israeliane sulla Casa Bianca. Si rischiava, dunque, di vedere il gruppo dei 5+1 spaccarsi su nuove sanzioni.
Si tratta e un nuovo round di negoziati è stato fissato per la fine di ottobre.
Il programma nucleare iraniano va avanti. Per adesso nessuno, compresa l'Aiea, ha potuto dimostrare che non abbia fini civili. Nella democrazia che il gruppo 5+1 ritiene di rappresentare, si sa, nessuno è colpevole fino a prova contraria.
Christian Elia
Parole chiave: mahmoud ahmadinejad, 5+1, programma nucleare iraniano