scritto per noi da
Matteo Colombi

Robert McNamara, da capo della Ford, nel 1961 andò a servire l’amministrazione
Kennedy come segretario della Difesa. Sotto il pieno controllo di Kennedy e poi
di Johnson, egli gestì la guerra in Vietnam, dagli albori fino al 1968, quando
abbandonò per contrasti con il presidente Johnson, avendo ormai notevoli dubbi
sul conflitto. Il bravo soldato McNamara, il servitore dello stato, per ricompensa
finì alla Banca Mondiale dal 1968 al 1981. La stretta connessione tra la strategia
militare americana in Vietnam e certe strategie di sviluppo economico non va venerata.
Lo fece in maniera esplicita Walt Rostow, teorico per Kennedy e Johnson di una
via alla modernizzazione del terzo mondo ‘moderata’ (ovvero né comunista né protezionista,
ma legata all’espansione del commercio americano e delle classi medie nei vari
paesi). Rostow fu uno dei mandarini di Harvard direttamente coinvolti sia nella
dimensione militare che in quella economico-sociale rivolta verso i nuovi stati
che emergevano dalla crisi del colonialismo europeo. La natura sociologica del
potere americano, delle frammistioni tra l’ammazzare, il fare i soldi, e l’ammazzare
facendo i soldi è abbastanza limpida.
Un uomo diviso. Di McNamara bisogna dire che è una figura tragica e morale. Nei suoi libri recenti,
nel documentario introspettivo e drammatico
The Fog of War, McNamara si pone in maniera esplicita il problema della guerra, delle conseguenze
della ragione strumentale di cui fu l’esponente di spicco, e dei limiti di tale
ragione, che può portare alla morte di ‘due milioni e mezzo di persone’ in maniera
sistematica. Questo è il numero di vite estinte che McNamara prende come responsabilità
americana nel conflitto vietnamnita. McNamara è una figura morale e dunque tragica
perché si interroga, anzi è convinto che quella mattanza si potesse evitare. Non
è disposto a rinnegare quello che ha fatto, il valore del servire lo stato americano.
Ma è assillato dal senso di colpa, dalla responsabilità per le morti a cui ha
partecipato. Egli sa che l’aver gettato sul Vietnam più esplosivi che in tutta
la Seconda Guerra mondiale, che l’aver usato napalm, è di per sé grottesco.
Errori da non ripetere. La sua è una voce solitaria. Tragica perché non riesce a rinunciare alla ragionevolezza
insidiosa delle sue antiche decisioni, ma nemmeno a giustificarle eticamente.
La ragione di stato esiste, ma non supplisce e soddisfa quest’uomo. E nel caso
del Vietnam il suo sgomento dinanzi alla distruzione irrazionale emerge pienamente.
Il razionalismo ha generato l’irrazionalità. L’uomo si è fatto carnefice. McNamara
in un certo senso vuole rifiutare la vittoria totale, la resa completa a tale
banalità, alla capacità di distruggere con zelo senza farsi problemi. Egli è responsabile
della morte di milioni di persone, e non riesce ad archiviarlo. Cerca di lanciare
moniti ai politici di adesso, li invita a non farsi ammaliare dalla guerra, a
cercare sempre di comprendere l’avversario, di avere paura della guerra, della
sua amoralità. Dunque questo mandarino, giunto alla fine dei suoi giorni, guarda
le sue mani piene di sangue, e vuole insegnarci a non ricadere con facilità in
una caricatura di sé stesso, del suo modo d’essere, per ciò che è stato.
Un falco alla Banca mondiale Il 16 marzo George W.Bush ha nominato Paul Wolfovitz a capo della Banca mondiale.
Da sempre un americano, a discrezione del presidente, siede a capo della Banca,
e un europeo (occidentale) siede a capo del Fondo Monetario Internazionale. Il
signor Wolfowitz, uscito dal mio dipartimento con un PhD in Scienze Politiche
molti anni or sono, professore a Yale e alla Sais, la scuola di relazioni internazionali
della John Hopkins Univeristy di cui fu presidente, e, sulla scia di McNamara,
un uomo legato al sistema militare-industriale, adesso va a parcheggiarsi a capo
della Banca. Se godeva di pessima stima sotto Wolfensohn, che veniva dalla finanza,
adesso che uno dei fautori della guerra in Iraq e del “Manifesto per un nuovo
secolo americano” siederà a capo dell’istituzione, si può dire che la Banca viene
delegittimata ulteriormente. Ma alla fine rivela a fondo questo liberalesimo a
mano armata per quello che è, non la fine della storia, come arpeggiava Francis
Fukuyama (altro intellettuale organico), ma l’egemonia famelica di certi capitali
e certe élites, concentrate negli Usa, ma con alleanze diffuse. Un’egemonia oligarchica
priva di scrupoli. Possiamo solo augurarci che la conversione morale di McNamara
raggiunga il signor Wolfowitz più velocemente di quanto non sia successo con l’ex
presidente della Ford.