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“Credo che il titolo del libro sia veramente azzeccato e posso dirlo liberamente
perchè non l'ho scelto io ma l'editore. Se si guarda l'Islam con il filtro che
deriva dal mondo dell'informazione si ha paura. Ma bisogna sforzarsi di guardare
l'uomo non il principio astratto...Guardare il musulmano e non la dottrina. Questo
approccio dal basso regala momenti di convivenza realizzata. Un esempio: alcuni
consiglieri comunali di Torino presentano un'interrogazione per chiedere l'allontanamento
da un quartiere della città di un venditore di kebab, accusato di appestare l'aria con le sue carni. Quando sono arrivata e ho cominciato
a chiedere agli abitanti della zona cosa ne pensassero mi sono sentita chiedere
chi mai aveva preso un'iniziativa del genere. Loro erano contentissimi di lui
e del fatto che mangiavano bene e pagavano poco. Quel venditore è ancora al suo
posto”.
Guardare senza paraocchi. Francesca Paci è una giornalista del quotidiano La Stampa e, come il giornale
per il quale
scrive, ha un rapporto molto particolare con la città di Torino. Nata a Roma si
è trasferita per lavoro nel capoluogo piemontese e, occupandosi di cronaca, ha
conosciuto una Torino che ogni giorno si confronta con una realtà multiculturale.
Spesso questo comporta dei problemi anche perchè, di questi tempi, la percezione
del mondo islamico in Italia è complessa. “Certo, il momento non è dei più facili”,
racconta la Paci, “si tende a sottolineare tutto quello che divide e non quello
che unisce. Io ho provato, attraverso le esperienze e le testimonianze che ho
raccolto in città, a procedere in senso inverso. Partendo dal basso, dalle esperienze
condivise. Cominciamo a conoscerci attraverso le cose che facciamo nello stesso
modo...Accompagnare i figli alla stessa scuola o fare la spesa nello stesso supermercato.
Questo avvicina e rende più facile la comprensione reciproca. Per farlo ho scelto
di rimuovere completamente il luogo comune, in tutti i sensi. Evitando il pregiudizio
razzista, ma anche il buonismo di maniera. Non esistono i 'tutti buoni o tutti
cattivi'. Ho incontrato tante donne arabe che mi hanno invitato a sottolineare
i difetti dei loro mariti. Credo che se ci si pone nei confronti dell'altro partendo
dall'aspetto quotidiano e non da quello intellettuale e ideologico si riconoscono
i veri fondamentalisti e assomigliano terribilmente a quelli di casa nostra”.
Da questa esperienza è nato L'Islam sotto casa (Marsilio editore), praticamente la raccolta di tutte le storie, positive e
negative, nelle quali Francesca Paci si è imbattuta per le strade di Torino. E
il bilancio è positivo.
Contaminazione, non solo tolleranza. “Torino ha un atteggiamento controverso nei confronti della mescolanza culturale
e religiosa”, spiega la giornalista, “parlando con Torino ottieni risposte di
diffidenza, ma i fatti comunicano integrazione. A me ricorda la rivoluzione della
mozzarella, cioè quello stravolgimento che ha generato anche nelle abitudini alimentari
dei torinesi l’arrivo degli immigrati dal meridione d’Italia. Torino è la città
più meticcia di questo Paese perché ha già vissuto un confronto di questa portata.
Le similitudini sono tante. Gli immigrati di oggi vanno a vivere nei quartieri
dove risiedevano quelli degli anni Cinquanta. Hanno gli stessi problemi e le stesse
caratteristiche, anche nella struttura della famiglia e della casa, nel rapporto
tra i sessi. La stessa discriminazione sull’affitto delle case agli immigrati
che riguardava i meridionali del dopo guerra riguarda oggi gli extracomunitari.
Ma rispetto alle case, andando a verificare le statistiche delle agenzie immobiliari,
si scopre che non è affatto vero che le case non vengano affittate agli stranieri.
Torino è cambiata molto grazie all’arrivo di tutti questi immigrati, ha imparato
tanto e si è arricchita, ma tende a non rendersene conto. Il bilancio della mia
ricerca è positivo perché alla fine non esiste nessuna forma d’integrazione che
non sia a doppio senso”. Certo non sono sempre rose e fiori. Pochi giorni fa i
giornali riportavano in cronaca la storia di tanti piccoli spacciatori minorenni,
quasi tutti maghrebini, proprio a Torino. “Infatti sarebbe stupido non vedere
anche gli aspetti negativi, ma quelli alle volte sono determinati anche da altri
fattori – dice la Paci – rispetto ai minori in Italia c’è una legge che comporta,
una volta che hanno compiuto 18 anni, il ritorno in patria prima dell’inserimento
nella società italiana. Questo anche per quelli che nelle strutture preposte sono
stati formati e avviati a un mestiere. Una misura diseconomica e poco comprensibile.
I problemi ci sono e sono molti. Non bisogna far finta di non vederli, ma se riportiamo
le cose a un livello quotidiano, i rapporti sono molto più profondi tra Torino
e le persone che arrivano dall’estero”.
Christian Elia