Domani i kosovari si recheranno alle urne, ma la guerra non ha risolto nessun problema
Dal nostro inviato a Pristina -

“Gli incidenti di marzo del 2004 hanno fatto scalpore solo perché qualcuno ne
ha parlato. Esiste solo ciò che è televisivamente riportato, altrimenti non è
mai accaduto. Se tutti fossero correttamente informati sul Kosovo, nessuno si
sarebbe sorpreso di quello che è successo, visto e considerato che qui nessuno
ha una vita normale dal 1999".
Marek Antoni Nowicki, classe 1953, è polacco, ma conosce il Kosovo come pochi,
avendo speso gli ultimi cinque anni della sua vita ad ascoltare storie di violenza
e sopraffazione, ad essere sempre dalla parte delle minoranze. Nowicki dirige
Ombudsperson, un'istituzione creata dal rappresentante speciale delle Nazioni Unite per
il Kosovo. L'istituzione si occupa del monitoraggio del rispetto dei diritti umani
da parte delle istituzioni e dell'assistenza legale ai cittadini o ai gruppi di
persone che subiscono abusi.
Dopo un lungo limbo mediatico, il Kosovo è tornato alla ribalta delle cronache
a marzo del 2004: 19 morti, 900 feriti, 30 chiese distrutte, molte case bruciate,
altri 4500 serbi profughi in pochi giorni a causa degli attacchi che la comunità
albanese ha sferrato contro le case dei serbi. La motivazione era la notizia,
risultata poi falsa, della morte di un bambino serbo per mano albanese. Il segnale
di una tensione latente e dell'assoluta mancanza di reale efficacia del contingente
internazionale.
I casi sui quali lavorare per Ombudsperson non mancano. Dal 1999 il Kosovo ha uno statuto molto particolare: è a tutti
gli effetti giuridici una parte della federazione di Serbia-Montenegro, ma gode
di una sostanziale autonomia di fatto, sotto l'egida delle Nazioni Unite e della
NATO.
"Il Kosovo è diviso", spiega Nowicki, "basta cominciare dal nome per capirlo.
Per un serbo questa terra è sempre stata, è ancora e sempre sarà Kosovo e Metohija,
è la culla della loro fede. Qui ci sono i principali luoghi di culto ortodossi,
monasteri e chiese, per questo il patriarca principale della chiesa serba vive
qui, a Pec. Allo stesso tempo per gli albanesi questo è il Kosovo, il naturale
prolungamento dell'Albania. Da sempre le due comunità si affrontano, tentando
di prevalere una sull'altra con alterne fortune. I fatti di marzo sono la normalità".

Ci vuole coraggio quindi a lavorare qui, ma Nowicki lo fa come se fosse un lavoro
come tanti. Un uomo forte, che con il suo fisico imponente e la barba folta e
curata ricorda un attore. Il suo studio, nel centro di Pristina è spartano, ma
vederlo seduto al suo tavolo ingombro di carte, dal lunedì alla domenica, fa un
certo effetto. Quando in Polonia c'era la legge marziale per i dissidenti lui
era giornalista di una rivista vicina a
Solidarnosc, sempre in prima fila a difendere il concetto stesso di diritti umani.
Dal 1990 al 1993 è membro del Comitato esecutivo dell' Helsinki Federation of Human Rights, dal 1993 al 1999 lavora con la European Commission for Human Rights e poi arriva a Pristina, in Kosovo. "Noi piacciamo a tutti", racconta l'avvocato
polacco, "perchè difendiamo indistintamente i serbi, gli albanesi e i rom, tutte
le comunità che convivono in questa zona. Il problema è che assistiamo ad uno
stillicidio continuo di violenze e sopraffazioni".
"Il nostro lavoro è reso durissimo da questo status giuridico che non aiuta",
dice Nowicki, "basta considerare che in Kosovo convivono sei ordinamenti giuridici
differenti: il codice dell'ex-Jugoslavia del 1989, quello dell'ex-Jugoslavia successivo
alla guerra, il regolamento dell'UNMIK (la missione Onu per il Kosovo ndr), le leggi dell'assemblea rappresentativa albanese del Kosovo, il kanun (raccolta di leggi tradizionali albanesi ndr) e le norme internazionali. Diventa impossibile gestire una situazione del genere".
"Pensate all'educazione dei bambini", spiega il direttore dell'Ombudsperson, "ognuno ha il suo sistema e i suoi programmi d'insegnamento. Questo non aiuta
il dialogo, perchè ogni bambino viene educato secondo una determinata prospettiva,
quasi sempre ostile alle altre componenti etniche. Tutti hanno parlato degli scontri
di marzo come una battaglia etnica. Niente di più sbagliato: è un problema politico.
Ogni serbo qui rappresenta un'idea prima che un individuo. Ogni serbo è la Serbia
stessa. Lo stesso dicasi per i luoghi di culto. Ogni chiesa ortodossa è un avamposto
politico e gli albanesi non ne tollerano la presenza".
Ora arrivano le elezioni. Alla fine di giugno del 2004 si è votato per il Presidente
della Serbia e alle consultazioni hanno preso parte i serbi del Kosovo. Quasi
tutti hanno votato per il leader ultranazionalista Nikolic. I suoi manifesti tappezzavano
le strade.
"I serbi non votano per Nikolic", spiega Nowicki, "votano contro Belgrado, da
cui si sentono abbandonati. Qui a Pristina i serbi vivono in un ghetto. Non possono
mettere il naso fuori di casa, se non rischiando la pelle. Allora si schierano
con chi, magari solo per propaganda elettorale, sembra avere a cuore la loro sorte.
La verità è che ai giovani di Belgrado non interessa della sorte dei serbi-kosovari.
Hanno i loro problemi".

La situazione è surreale: i serbi guardano a Belgrado che non si occupa di loro
in quanto sa di aver sostanzialmente perso tutto con la guerra del 1999, gli albanesi
guardano a Tirana che non muoverebbe un dito per la loro indipendenza, tutta presa
com'è dall'accreditarsi come partner credibile dell'Unione Europea e infine ci
sono i rom cui, tradizionalmente, non pensa nessuno.
"Alla fine il Kosovo è un'entità divisa", spiega Nowicki, "possiamo immaginarla
come una parte serba con Pec come punto di riferimento e una parte albanese con
Pristina come capitale. I rom nel mezzo. Qui tutto si regge sulla presenza internazionale,
dalla sicurezza all'economia. I militari e gli amministratori stranieri sono i
garanti della sopravvivenza stessa del Kosovo, ma tutto questo non potrà durare
in eterno e una soluzione definitiva allo status del Kosovo non potrà essere rinviata per
sempre".
Il problema è che gli albanesi tollerano a stento la situazione attuale e non
accetterebbero nulla di meno dell'indipendenza. Per i serbi il Kosovo e Motohija
è il simbolo della loro stessa identità. Nessuno può rinunciare al Kosovo, ma
questo non sembra grande abbastanza per entrambe le comunità. La guerra non ha
risolto nulla e ha solo chiuso i serbi nel ghetto dal quale ha fatto uscire gli
albanesi. Questo il clima nel quale domani la popolazione si recherà alle urne.
E non promette nulla di buono.