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La sessione di ieri dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha visto i leader mondiali confrontarsi sul tema del clima, in una sorta di prova generale per la conferenza di Copenhagen.
Cina e Stati Uniti hanno promesso sostanziose riduzioni delle emissioni ma, soprattutto la Cina, non fornisce dati precisi.
Già ieri il segretario Onu Ban Ki Moon aveva spronato i leader a raggiungere un accordo, precisando che fallire sarebbe "moralmente inaccettabile".
I problemi però rimangono gli stessi: i paesi in via di sviluppo vogliono che siano i paesi sviluppati a pagare il prezzo della svolta ecologista; le nazioni ricche sostengono che se lo sforzo non coinvolgerà tutti i paesi sarà inutile.
Ruolo chiave in questo processo è svolto dalla Cina che è contemporaneamente Paese emergente e responsabile del 20 per cento delle emissioni di CO2 a livello mondiale.
Gli Stati Uniti, unici inquinatori paragonabili alla Cina, promettono una "nuova era" nel controllo dei consumi. Le misure che adotteranno non sono ancora chiare ma è opinione diffusa che una forte spinta ecologista degli Usa possa trainare a seguito molte altre economie.