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Quando la situazione sembra senza via d’uscita, solo un atto coraggioso può sbloccarla.
E se sei nato e cresciuto nella Short Strand di Belfast est, un’enclave cattolica
di tremila abitanti circondata da centomila protestanti, per ribellarti a un’ingiustizia
devi ricorrere a tutto il coraggio che hai. Cinque donne, cinque normalissime
donne della working class nordirlandese, l’hanno trovato. Il loro fratello Robert McCartney, un camionista
di 33 anni, è stato ucciso il 30 gennaio in un pub del centro da alcuni membri
dell’Ira, l’esercito clandestino che lotta per l’indipendenza dell’Ulster. Una
rissa degenerata in omicidio, non un delitto politico o per motivi religiosi.
L’uomo è stato accoltellato, riempito di calci e pugni e poi lasciato agonizzante
in un vicolo. Nel locale c’erano 70 persone, tra cui anche due ex candidate dello
Sinn Fein, il braccio politico dell’Ira. Ma alla polizia nessuno dice niente:
nei ghetti di Belfast vige un’omertà di stampo mafioso. Le sorelle McCartney però
non ci stanno, e chiedono pubblicamente all’Ira di consegnare gli assassini alla
polizia. L’organizzazione paramilitare cattolica, già nell’occhio del ciclone
dopo un colpo in banca da 40 milioni di euro per il quale tutti la ritengono responsabile, è ora in
seria difficoltà.
Una campagna diventata simbolo. Partita come semplice protesta per ottenere giustizia, l’iniziativa delle cinque
donne – la più grande ha 41 anni, la più giovane 26 – è diventata il simbolo della
volontà di un popolo intero: nonostante l’accordo del 1998, l’Irlanda del Nord
è lontana dall’essere una regione in pace. I quartieri cattolici e protestanti
sono ancora divisi da muri e reticolati. La casa di Paula McCartney, la seconda delle sorelle,
è la tipica abitazione di Short Strand: le finestre sono rinforzate col plexiglass
e le grate di ferro, perché ogni tanto dall’altra parte del reticolato arrivano
pietre e mattoni, a volte anche proiettili. Paula è la voce del gruppo, quella
che più di tutte parla con i giornalisti. Insieme alle sorelle Gemma, Donna, Catherine,
Claire e a Bridgeen, la fidanzata di Robert che a luglio avrebbe dovuto sposarlo,
Paula ha incontrato oggi a Washington il presidente George W. Bush e alcuni senatori
che hanno a cuore il problema nordirlandese, come Hillary Clinton e Ted Kennedy.
“Non cercavamo tutta questa pubblicità – assicura –, se gli assassini si fossero
consegnati alla polizia già nei primi giorni dopo l’assassinio, ci sarebbe bastato”.
Il comportamento dell’Ira. Ma in realtà è successo l’opposto. “L’Ira ha da subito cercato di insabbiare
il tutto – spiega Paula –, rimuovendo gli indizi e minacciando di rappresaglie
i clienti che erano nel pub, nel caso avessero parlato”. I paramilitari non si
sono limitati a questo. Quando era chiaro che la campagna delle sorelle McCartney
stava raccogliendo le simpatie della maggioranza della popolazione, l’organizzazione
ha offerto alle donne una giustizia modello legge del taglione: se lo volete,
possiamo uccidere gli assassini di Robert. Un clamoroso autogol: già percepita
come un ostacolo alla pace per la reticenza nello smantellare il suo arsenale,
l’Ira ha dimostrato di ragionare ancora con logiche da lotta politica degli anni
Settanta. L’offerta è stata respinta immediatamente dalla famiglia McCartney:
“Vogliamo giustizia, non vendetta”, dice Paula.
Una comunità compatta. Nell’enclave di Short Strand praticamente tutti votano per lo Sinn Fein. In
passato lo ha fatto in blocco anche la famiglia McCartney, compreso lo stesso
Robert. La protesta delle cinque sorelle ha causato un serissimo danno d’immagine
al movimento repubblicano: nel tradizionale giorno di San Patrizio, patrono degli
irlandesi, Bush, Kennedy e la Clinton hanno negato un incontro al leader dello
Sinn Fein Gerry Adams per la “continuata attività criminale dell’Ira”. L’organizzazione
paramilitare ha espulso tre membri connessi con il delitto, per lo stesso motivo
lo Sinn Fein ha sospeso sette suoi esponenti: il più grande partito dei cattolici
nordirlandesi rischia di rimanere fuori dal gioco politico. Ciononostante, gran
parte della comunità sostiene la lotta delle McCartney. “Ci stanno dando sostegno
– ammette Paula –. E’ importante sentire di non essere sole”. Per quanto sembri
risoluta e capace di superare il trauma della scomparsa di Robert, la famiglia
McCartney è infatti distrutta. La fidanzata Bridgeen è rimasta sola con i due
figli, di due e quattro anni, avuti dal compagno ucciso: ai piccoli ha detto che
il padre è andato in paradiso.
Un futuro senza violenze. E nonostante la notorietà raggiunta, per le cinque donne è difficile essere
ottimiste. “Non credo che vedrò mai gli assassini di mio fratello in prigione
– sospira Paula –. Non smetteremo di lottare finché accadrà, ma a volte mi chiedo
quanto durerà tutto questo”. Nello stallo del processo di pace, bloccato da due
anni, la campagna delle sorelle McCartney sta comunque avendo l’effetto di un
sasso lanciato nello stagno. Dopo decenni di tensioni tra protestanti e cattolici,
con violenze spesso orchestrate dai gruppi paramilitari, i nordirlandesi non ne
possono più. E la determinazione delle McCartney ha mostrato che ribellarsi alla
violenza è possibile. “La nostra speranza è che le organizzazioni paramilitari
si sciolgano presto – dice Paula –. La maggioranza della popolazione non le vuole.
Ora è il momento giusto per costruire il nostro futuro senza di loro”.Alessandro Ursic