22/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista allo scrittore afgano Atiq Rahimi che parla del suo Paese e delle donne in Afghanistan

scritto per noi da
Linda Chiaramonte

Atiq Rahimi, scrittore nato a Kabul nel 1962, da molti anni a Parigi, da quando ha ottenuto l'asilo politico dopo gli anni dell'invasione russa in Afghanistan, è l'autore dell'intenso Pietra di pazienza, romanzo pubblicato in Italia da Einaudi come i suoi tre precedenti. Lo scorso anno in Francia Rahimi è stato il primo scrittore afgano ad aggiudicarsi il prestigioso premio letterario Goncourt.

Pietra di pazienza
è il suo primo romanzo interamente scritto in francese. L'idea di questo libro, che racconta con uno stile asciutto la storia di una donna costretta a vegliare il marito, rimasto gravemente ferito da una pallottola che lo ha ridotto in coma, Rahimi l'ha avuta dopo che nel 2005 era stato invitato a partecipare ad un festival letterario poi annullato perché l'organizzatrice, Nadja Anjouman, giovane poetessa di 25 anni, era stata uccisa dal marito. Anni dopo l'autore aveva chiesto di incontrare la famiglia che rifiutò, il marito in prigione era entrato in coma permanente dopo aver tentato il suicidio. Fu allora che Rahimi si chiese cosa avrebbe fatto se fosse stato in quella situazione e se fosse stato la sua donna: farlo uscire dal coma per sapere perché lo aveva fatto. Questa l'idea di base del romanzo. Pietra di pazienza, che l'autore ha dedicato alla poetessa uccisa, regala un ritratto nitido di una donna che fra le quattro mura della stanza in cui giace il marito è libera, proprio perché lui paralizzato e incosciente, di raccontargli segreti, sofferenze, frustrazioni, paure, sogni, solitudini. Un monologo che sembra urlato e scandaloso, in cui per la prima volta la donna può parlare di sessualità, desiderio, piacere, del difficile rapporto con gli uomini, del loro istinto di sopraffazione e possesso, delle ipocrisie a cui è stata costretta per non essere ripudiata, di verginità, infertilità, del corpo, del suo linguaggio e delle sue esigenze negate. L'uomo è costretto ad ascoltare come una pietra di pazienza, pietra magica che esiste da millenni nell'immaginario afgano, a cui si confessano tutte le infelicità e capace di assorbire come una spugna fino al punto di esplodere e affrancare così dalle sofferenze la persona che le si è rivolta. Abbiamo incontrato Atiq Rahimi nei giorni scorsi a Mantova ospite al Festivaletteratura.

C'è una frase molto forte nel romanzo: "quando è difficile essere donna, diventa difficile anche essere uomo!". Vuole spiegarla?
La condizione delle donne influenza anche la vita degli uomini, si tratta di un circolo vizioso. Quando la donna soffre l'uomo non si accorge che lui stesso ne soffre, non è cosciente della sofferenza della donna e neanche di quella del suo bambino, ma quando una donna soffre è tutta l'umanità a soffrire con lei, e quando una madre non è felice non può avere figli felici. Se i bambini non sono felici si creano mostri. È un concetto molto semplice. La protagonista dice "la voce che erompe dalla mia gola è la voce sepolta da migliaia di anni", una frase universale che accomuna tutte le donne. È la donna che lo dice attraverso di me, se me l'ha detto ha le sue ragioni. Questa donna e le altre che l'hanno preceduta hanno vissuto forse le stesse situazioni o anche peggiori. Nessuna donna ha potuto gridare come lei, semplicemente perché le altre non hanno vissuto la condizione di un marito paralizzato, in coma, che permettesse loro di gridare. Ora la donna ha la possibilità di farlo senza essere biasimata. Secondo la protagonista la vita del marito dipende dai suoi segreti, grazie ad essi lo riporterà alla vita. Amore e odio si uniscono. Sa che non ha molte chance con due bambine piccole, è necessario che l'uomo si svegli, da un lato lo desidera dall'altro lo teme. Avviene un miracolo, i segreti della donna lo riportano alla vita, ma anche qualcun altro può fare un miracolo, l'autore, che in quanto creatore del personaggio, rida' vita alla donna. Spero che questa donna abbia tratti universali, ci sono paesi in cui vivono in situazioni anche peggiori. Vorrei fortemente che questo romanzo potesse cambiare le cose. Purtroppo non posso risvegliare le anime addormentate, gli spiriti assopiti, ma se posso quantomeno disturbare il loro sonno, è già qualcosa.

Quanto alla lingua, perché la scelta del francese?
C'è un rapporto molto particolare con la lingua madre ogni trasgressione da questa diventa scandalo non solo in paesi arcaici come l'Afghanistan, ma un po' ovunque, lo stesso accade in Francia, in Italia. Al contrario la seconda lingua, quella adottiva, da libertà. Non si fa l'amore con la propria madre, ma lo si fa con la propria amante. È anche una questione di struttura, la lingua persiana ha uno stretto rapporto con la realtà che influenza il nostro pensiero, la maniera di evocare le cose. Nel persiano non c'è maschile e femminile, non esiste il genere, nella lingua c'è un'uguaglianza totale, non ci sono articoli, si è obbligati ad usare uomo/donna o il nome proprio, questo avrebbe cambiato completamente il mio libro. Sono le declinazioni dei verbi a indicare la prima o seconda persona. In persiano sarei stato in difficoltà e obbligato ad utilizzare queste forme. Avrei dovuto ricorrere necessariamente al nome proprio, al sostantivo uomo-donna, così la struttura sarebbe stata molto diversa, come il mistero e il ritmo che ci sono nel racconto. È una scrittura sobria, senza aggettivi, in cui manca la descrizione psicologica e sentimentale dei personaggi. Uno stile che per la nostra letteratura è quasi "blasfemo".

Perché ha scelto di lasciare i suoi personaggi nell'anonimato?
Per punzecchiare i lettori, il nome è arbitrario non importa molto in un romanzo, in termini matematici è come x o y, si possono sostituire con nomi qualsiasi. Si tratta sempre di una questione musicale e di ritmo. Scrivo con la musica di sottofondo e nella musica non esiste genere, non ci sono nomi propri, solo note. Lo stesso vale per la pittura, non importa il nome del soggetto rappresentato.

La protagonista rappresenta la donna afgana media?
Durante un incontro in Francia, una donna afgana si è alzata per dirmi che aveva amato il mio libro, ma in quanto donna afgana non si ritrovava nella protagonista. Le ho risposto "fortunatamente!" altrimenti mi porrei molte domande sulla sua presenza in Francia. Ma c'è qualcosa che ci sfugge per cui si ha l'impressione che tutte si debbano riconoscere nel personaggio del romanzo. Ma si può dire che tutte le donne francesi siano delle Madame Bovary? Allora perché per questo libro si dovrebbe dire che questa è la donna afgana? È una donna che tratto come tutte le donne del mondo, una donna che ha i suoi fantasmi, le sue frustrazioni, sofferenze, desideri, ma la società in cui vive reprime lei, i suoi desideri, i suoi fantasmi. Ad essere afgana è la situazione in cui è calata, la donna potrebbe essere una donna qualunque (come scritto in apertura del libro: "da qualche parte in Afghanistan o altrove", ndr). Le donne sotto il burqa sembrano quasi senza corpo, fantasie, sogni, invece sotto c'è tutto questo e anche desiderio, velleità. Quanto alla libertà delle donne nel mio paese, dico che se potessero esprimere i loro pensieri, le loro emozioni, non avrei scritto questo libro. La letteratura è dare voce, mettere la parola dove non c'è. Dare la parola a coloro che non ce l'hanno. In questo caso ho prestato la voce ad una donna che non può parlare, l'ho fatto io per lei. Il romanzo è un mondo possibile, i personaggi sono personaggi possibili, non reali, non so se esistano o meno. È uno sguardo sulla condizione umana. Perché la donna possa esprimersi è necessario che l'uomo sia paralizzato, in coma (ride, ndr). La donna si rivela e scopre la sua identità attraverso la parola. Io stesso, da uomo, per esprimermi ho dovuto lasciare l'Afghanistan, che dire delle donne... anche se oggi nel mio paese sono meno vigliacche degli uomini, sono loro ad alzarsi in parlamento per insultare gli uomini della guerra, mentre gli uomini si nascondono.

Qual è la situazione nel Paese?
La situazione geopolitica dell'Afghanistan dipende dalla situazione mondiale. Non è una guerra contro il paese ma contro l'oscurantismo e la violenza. Sarà lunga, è sotto gli occhi di tutti la catastrofe, spero possa servire per una presa di coscienza sull'urgenza di una soluzione a beneficio della popolazione afgana e per sconfiggere i terroristi che trovano terreno fertile fra l'Afghanistan e il Pakistan. Malgrado la miseria e l'insicurezza c'è una strana energia, una grande volontà di gioia. C'è un quartiere a Kabul con un viale di alcuni chilometri pieno di saloni di bellezza, atelier di abiti da sposa e locali in cui si organizzano feste di matrimonio. Le sale vanno prenotate mesi prima, questo è un piccolo esempio che dimostra le speranze della gente. Ci sono 16 canali televisivi indipendenti, centinaia di radio, ascoltate anche nei villaggi più sperduti ed isolati, 180 pubblicazioni fra giornali e riviste. Ci sono soap opera di grande successo che oltre di corruzione e condizione femminile, trattano anche di amore e matrimoni. La vita va avanti, è il paradosso dell'Afghanistan. Fino all'uscita del libro ero spesso laggiù. A Kabul la vita continua, nonostante tutto la gente ha una grande voglia di vivere. La situazione è dura, economicamente e politicamente, ma ora c'è un parlamento, un governo, un sistema economico bancario anche se precario, alle donne non è vietato andare a scuola o al lavoro, ed è già qualcosa. Nel romanzo parlo di ciò che accade durante una guerra civile, non si tratta di quella attuale. Nel paese c'è ancora paura dei talebani, ma nel romanzo non ho trattato di questo.

Cosa pensa delle recenti elezioni?
Il risultato è abbastanza chiaro e netto, speravo ci fosse un cambiamento anche formale. Che sia Karzai o un altro purtroppo non cambia niente per la popolazione, ma almeno ciò potrebbe creare per qualche tempo un certo dinamismo nella società e sarebbe già un risultato. Spero che il libro uscirà nel mio paese, farò di tutto perché possa accadere. È rivolto alle donne, è fatto per loro, bisogna che lo leggano, anche se in molti mi hanno detto che è più rivolto agli uomini afgani che alle donne.

Parole chiave: Atiq Rahimi, Pietre di pazienza
Categoria: Donne, Guerra, Popoli
Luogo: Afghanistan