22/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo storico militare Paolo Busoni ricostruisce gli ultimi quarant'anni di acquisti bellici del Paese più discusso del momento

scritto per noi da
Paolo Busoni

Negli ultimi vent'anni l'Iran è stato in grado di raggiungere una buona autosufficienza in molti settori armieri. Lo ha fatto attingendo alle tecnologie che via via è riuscito a comperare, ma soprattutto tramite un imponente programma nazionale di reverse engineering, (la copia dal prodotto finito, ricostruendone i piani e i progetti) partito proprio dalla necessità di rimettere in funzione le armi comprate in Occidente ai tempi dello Shah.

Le origini. L'attuale complesso militare-industriale iraniano ha origini abbastanza lontane. Già dai primi anni Sessanta lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, aveva creato una infrastruttura di industrie e centri di ricerca per la produzione di armi. Dopo la crisi petrolifera del '73, mettendo sul piatto la gran massa degli introiti petroliferi, l'Iran smise di essere solo un acquirente di armi ed iniziò a richiedere ai fornitori la possibilità di assemblare o produrre singole componenti dei sistemi d'arma. L'Iran degli anni Sessanta - Settanta era infatti fortemente impegnato in una corsa al riarmo tecnologico in aperta competizione con il vicino Iraq bahatista e - in prospettiva- con l'Arabia Saudita, cosicché l'industria armiera dell'Occidente (statunitense e britannica in primo luogo, ma anche tedesca e italiana) faceva ottimi affari con tutte le varie forze armate del regime. Nel 1974, ad esempio, l'esercito iraniano riusciva non solo nell'acquisto, ma addirittura ad ottenere la coproduzione nei suoi stabilimenti del missile anticarro Tow: l'asso nella manica degli israeliani nella controffensiva dell'anno precedente durante la guerra dello Yom Kippur, quella che vide Israele sopravvivere ad un soverchiante attacco di carri armati egiziani e degli altri stati arabi. Il Tow, prodotto allora solo negli Usa, dalla Huges, non era ancora stato messo a disposizione di tutti gli eserciti della Nato, nonostante le loro strategia fosse appunto quella di prevenire un'ipotetica grande invasione di carri armati del Patto di Varsavia. In quegli anni di inusitata 'corsa all'oro di Teheran' si assisteva a guerre commerciali tra alleati della Nato (Usa, Gran Bretagna e Italia) e addirittura tra società che potevano offrire lo stesso materiale: se da una parte l'italiana Agusta -tramite i buoni uffici di Vittorio Emanuele di Savoia, al quale -si dice- che lo Shah non potesse negare nulla- vendeva elicotteri costruiti su licenza Boeing e Bell, contemporaneamente la stessa Bell 'piazzava' all'Iran il Bell 214, una versione 'sviluppata' ad hoc per le 'esigenze' dell'esercito iraniano dell'UH1, lo Huey, l'elicottero-icona della guerra americana al Vietnam. Ma l'exploit in questa corsa alle vendite, fu quello dell'americana Grumman, che vendette allo Shah una ottantina di F14 Tomcat, (l'aereo del film Top gun), che rappresentava la punta di diamante dell'aviazione di marina Usa. Fu una fornitura inusitata che non mancò di "offendere" altri acquirenti di materiali statunitensi. Gli israeliani infatti giudicavano il salto qualitativo della forza aerea iraniana troppo grosso e ottennero pertanto che gli Usa gli cedessero numerosi F15, l'equivalente terrestre. Si innescò così la reazione saudita, che spinse gli Usa a vendere alcuni F15 anche a quel paese e a fornirne altre decine -in ulteriore compensazione- alla stessa Israele.

1979, la rivoluzione - 1980-88, la guerra con l'Iraq. La rivoluzione del 1979 arrestò ogni fornitura e -fatto salvo il traffico di pezzi di ricambio oggetto dello scandalo Iran-Contras e poche altre triangolazioni- Teheran non ricevette altra tecnologia bellica Usa. La rivoluzione azzerò il vertice militare, in parte a causa della fuga delle gerarchie al seguito dello Shah in esilio, in parte per il processo di epurazione portato avanti dai Pasdaran, che di fatto diventarono la più importante tra le forze armate iraniane. L'impellenza della guerra con l'Iraq (iniziata, dopo quasi un anno di forti tensioni, il 22 settembre 1980 e terminata -per sfinimento delle due parti- nell'agosto 1988) spinse il governo degli ayatollah a comprare qualsiasi cosa da chiunque fosse in grado di vendergli armi. Fecero affari d'oro i mercanti d'armi privati, ma anche le industrie cinesi, nord-coreane e sovietiche. La tecnologia che potevano offrire era più bassa rispetto alle precedenti forniture Occidentali, ma compatibile con le capacità tecniche e militari del nuovo Iran. Era vitale opporre uno spiegamento di qualsiasi cosa (aerei, elicotteri, corazzati, artiglierie, mine e addirittura armi chimiche) che arrestasse l'avanzata di Saddam Hussein, che dall'altra parte rastrellava armi in Europa, Unione Sovietica e adesso anche negli Stati Uniti. Nonostante questo rapido susseguirsi di eventi dalla rivoluzione alla guerra il complesso militare industriale iraniano non fu completamente devastato e specie dopo la fine della guerra, sotto il governo Rafsanjani, ricevette un nuovo notevole impulso.

Oggi, non solo arricchimento dell'uranio. Alcune fonti di analisi, sia dei servizi segreti occidentali che di agenzie specializzate, assicurano che oggi l'Iran è in grado di autoprodurre gran parte delle artiglierie, dei veicoli corazzati e blindati e dell'armamento navale (inclusi mini sommergibili). Si è riscontrata inoltre la produzione di una buona quantità di componenti del settore aerospaziale, comprese le copie locali dello Stinger americano e dell'SA7 e SA18 sovietici, i pericolosissimi missili antiaerei spalleggiabili. Ed ha destato un certo scalpore la recente uscita di una copia del sistema antiaereo pesante Hawk, radiato dagli Usa negli anni '90, ma ancora in uso in moltissimi paesi tra cui l'Italia. I maggiori investimenti sembrano concentrati nei settori missilistico, elettronico e della ricerca nucleare, che per loro stessa natura sono i più "sentiti" dai governi e dai media occidentali. Tuttavia non sono da trascurare i risultati raggiunti nelle armi leggere, nelle artiglierie e nei razzi, come dimostrano la campagna di Israele contro Hezbollah del 2006 e qualche sequestro di navi dirette ad Hamas. Solo l'assenza pressoché assoluta ai saloni e alle fiere dell'export bellico impedisce di valutare pienamente le capacità di un conglomerato di imprese che rappresenta il 10-15 percento della struttura industriale del Paese. L'Iran armiero di oggi, non è sicuramente in grado di competere con l'Occidente e nemmeno con le realizzazioni più avanzate della Russia, ma realisticamente è al livello della media produzione cinese.

Parole chiave: paolo busoni
Categoria: Politica, Storia, Armi
Luogo: Iran