22/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Lo afferma il comandante supremo delle truppe alleate nel paese, chiedendo più soldati

L'Occidente rischia di perdere la guerra in Afghanistan. A scriverlo, nel lungo rapporto indirizzato al Pentagono, è il generale statunitense Stanley McChrystal, comandante delle truppe alleate in Afghanistan.
Ecco alcuni interessanti estratti del testo, pubblicato ieri dal Washington Post.

Un anno per rovesciare le sorti del conflitto. La situazione in Afghanistan è seria; né il successo né il fallimento possono essere dati per scontati. Anche se grandi sforzi e sacrifici hanno prodotto dei progressi, molti indicatori suggeriscono che la situazione generale si sta deteriorando. Stiamo fronteggiano non solo una dura e crescente resistenza; c'è anche una crisi di fiducia tra gli afgani - sia verso il loro governo che verso la comunità internazionale - che mina la nostra credibilità e rafforza gli insorti. Se nei prossimi 12 mesi non riusciamo a prendere l'iniziativa e a fermare lo slancio degli insorti rischiamo di trovarci in una situazione per la quale non sarà più possibile sconfiggere l'insurrezione.

Finora Isaf e governo afgano hanno fallito. Concentrati nella protezione delle nostre stesse truppe, abbiamo operato in maniera tale da distanziarci dalla popolazione e con tattiche che causano vittime civili e inutili danni collaterali. Gli insorti non possono sconfiggerci militarmente; ma noi possiamo sconfiggere noi stessi. (...) La debolezza delle istituzioni statali, la malefatte, la corruzione e gli abusi di potere da parte delle autorità e gli errori della stessa Isaf hanno dato poche ragioni agli afgani per sostenere il loro governo. Questo, assieme alla mancanza di opportunità economiche ed educative, ha creato un terreno fertile per l'insurrezione. A peggiorare la situazione c'è la naturale avversione degli afgani agli interventi stranieri e la tradizionale indipendenza delle etnie afgane, in particolare dei Pashtun, dal governo centrale.

Concentrarsi sulla popolazione. Questo è un momento importante, decisivo di questa guerra. Gli afgani sono frustrati dopo otto anni senza prove dei progressi che erano stati loro anticipati. La pazienza sta per finire, sia in Afghanistan che nei nostri paesi. (...)Il nostro obiettivo deve diventare la popolazione afgana. Essa può essere una fonte di informazioni e un argine all'insurrezione, ma può anche fornire un tacito o concreto sostegno agli insorti. (...) Per sconfiggere l'insurrezione non basta sottrarle combattenti e comandanti: bisogna sottrarle il sostegno e il controllo della popolazione. Per farlo Isaf deve aiutare il governo afgano a guadagnarsi la fiducia della popolazione.

I talebani hanno un ampio vantaggio. Gli insorti combattono da anni una 'guerra silenziosa' per controllare la popolazione. Questo sforzo ha reso possibile l'instaurazione di 'governi ombra' in una significativa porzione del paese: nominano governatori ombra, amministrano la giustizia, raccolgono tasse e arruolano combattenti, dicendosi protettori della popolazione nei confronti del governo corrotto, delle forze straniere, della criminalità e dei potenti locali, e difensori dell'identità afgana e musulmana dalle minacce straniere. Insomma, gli insorti forniscono alla popolazione le principali funzioni di governo e anche una narrativa nazionale e religiosa.

Per vincere ci vogliono anche più truppe. La nostra campagna in Afghanistan è storicamente stata caratterizzata da una scarsità di risorse e così è ancora oggi. La missione Isaf ha bisogno di più risorse e più truppe, di un incremento delle capacità e dell'efficacia delle sue forze. Senza questo incremento si rischia una guerra più lunga, con maggiori perdite e, in ultimo, una critica perdita di sostegno politico. (...) Lo scopo della missione Isaf è sconfiggere l'insurrezione, far sì che essa non costituisca più una minaccia al governo afgano. Questo non arriverà né in tempi brevi né in maniera facile. E' realistico aspettarsi un aumento delle perdite tra gli afgani e la coalizione.

Enrico Piovesana

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