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Rischio di impunità nel massacro dei dodici indigeni Awà nel Nariño, regione meridionale della Colombia. Mentre l'uomo catturato subito dopo la mattanza avvenuta il 26 agosto risulta essere solo un caproespiatorio, emerge sempre più a chiare lettere che si sia trattato di una ritorsione per azzittire testimoni scomodi. Ma chi ha visto gli assassini ha capito l'antifona e si è chiuso nel più religioso silenzio. La paura è troppa e la fa da padrona, portandosi dietro l'omertà. Tutto fa quindi pensare che per l'ennesima volta, l'ennesimo caso resti impunito, e che dietro a tutto si erga lo spettro dell'esercito e dei falsos positivos.
Tutto è accaduto in pochi tragici istanti nella casa di Sixta Tulia García, resguardo Gran Rosario, Tumaco. Uno squadrone di uomini incappucciati - fra i 4 e i dieci secondo la ricostruzione del Cti della Fiscalia - è piombato nella umile casa di legno, una fra tante, sparando a bruciapelo con pistole nove millimetri contro sette bambini e cinque adulti. Tra loro anche un neonato, sei mesi appena, ucciso con due colpi in faccia. L'intera famiglia García sterminata. O per lo meno, i sopravvissuti di quella famiglia, dato che il marito di Sixta Tulia, Gonzalo Rodríguez, era stato ucciso il 23 maggio dall'Esercito e spacciato per guerrigliero delle Farc. Un omicidio che la moglie non aveva esitato a denunciare come l'ennesimo tragico Falso Positivo, ossia l'abitudine tragica dei soldati di travestire inermi civili da guerriglieri prima o subito dopo averli giustiziati. Il tutto, magari, per accaparrarsi qualche incentivo imposto ogni tot nemici uccisi, o semplicemente per soddisfare la sete di sangue contro popolazioni costrette a convivere nel bel mezzo del fuoco incrociato tra guerriglia, militari e paracos, e quindi impegnate a restare vive cercando rispetto tra le parti in lotta. Falsos Positivos, fenomeno tutto colombiano che conta oltre duemila casi e che è ormai al centro di uno scandalo che ha fatto tremare i comandi delle Forze armate e che è ancora ben lungi dall'essersi esaurito. E la storia dei dodici Awà ne è una prova.
Subito dopo il massacro, però, per impedire che il legame tra i due blitz paramilitari sia ricostruito, le forze dell'ordine tentano di far ricadere la colpa su un indigeno dal passato quantomeno turbolento (prima guerrigliero Farc, poi paramilitare e ora mercenario a capo di una banda senza scrupoli), Jairo Miguel Paí Nastacuás, che non sembra però essere coinvolto. A ricostruire passo passo l'inquietante avvenimento è Semana.com, il sito del settimanale più autorevole della Colombia, che avverte: l'omicidio di massa degli Awà è a rischio impunità.
I dati certi di questa storiaccia sono pochi. Uno è che Jairo Miguel Paí Nastacuás comanda un gruppo di circa diciotto mercenari che scorrazzano nei dintorni del comune di Barbacoas a servizio di chi meglio paga. E sulla sua testa già pendeva un ordine di cattura per omicidio e per aver sequestrato 4 esponenti della famiglia Garcia. Sì, medesimo cognome, ma non medesimo ceppo, tra loro nemmeno una lontana parentela, eppure è proprio questa omonimia che ha fatto scattare l'arresto del mercenario. Una conclusione affrettata, dato che la zona dove sono stati massacrati i dodici indigeni è molto lontana dall'area d'influenza del gruppo mercenario. Ma il dubbio che tra gli investigatori non tutti siano in buona fede e che ci si trovi di fronte a un caso creato ad hoc per insabbiare le indagini, si rafforza passo passo. E Semana.com lo lascia ben intuire.
A scorrazzare in quella zona, nel resguardo Gran Rosario, appunto, è un altro gruppo che la gente chiama in molti modi: Los muchachos de Miguelito, Los muchachos de Fredy, Los Nietos de Zamba o Los Cucarachos. È composto da un numero che varia tra i sette ai quindici uomini, tutti afrocolombiani e indigeni, che tengono in scacco i nativi, vendendo i loro servigi da sicario e giustizierio a chiunque, in una zona dove se la battono paramilitari, Farc ed esercito. Un'apparente vicinanza con tutte le parti in lotta che permette loro di muoversi indisturbati in ogni dove. Atteggiamento e fine identici al gruppo di bravi ragazzi capitanato da Jairo Miguel Paí, ma tra i due non sembra esserci relazione.
In un documento preliminare a cui Semana.com ha avuto accesso, il Corpo tecnico investiativo della Fiscalia, (Cti), la scientifica, ha identificato quattro dei probabili colpevoli della mattanza del 26 agosto e tutti sembrano appartenere a Los Cucarachos. Ma ancora tutto è nel limbo delle indagini. E non ci sono prove schiaccianti se non nelle testimonianze oculari della gente del posto che ha visto e sentito tutto. E che non parla. Quelle urla, quella ferocia, quel sangue, quei bambini sfigurati, quel neonato frantumato da due colpi diritti in faccia parlano più chiaramente di mille minacce di morte. Sixta Tulia ha osato parlare e con lei hanno pagato tutti, indistintamente. Ha osato denunciare l'esercito ed è finita sul pavimento di casa sua crivellata di colpi e in buona compagnia.
Christian Salazar, rappresentante in Colombia dell'Alto Commissionario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha precisato che "le informazioni raccolte indicano che le persone sono state assassinate una a una, con spari a distanza ravvicinata, e senza nessuna pietà per donne e bambini. Si tratta di un crimine gravissimo per l'alto numero di bambini uccisi e la ferocia dimostrata mette in evidenza una nuova dimensione della violenza esercitata contro il popolo Awà".
E non finisce qui. Una settimana dopo la strage, il medesimo gruppo di uomini incapucciati si è rifatto vivo tra la gente attonita. E, quando le autorità indigene si sono precipitate a chiamare la forza pubblica, la polizia ha tardato e l'esercito nulla ha visto e nulla ha sentito. Con che coraggio la gente parlerà?
Stella Spinelli
Parole chiave: falsos positivos, colombia, esercito, farc, paramilitari, awą