Il progetto Plan Puebla Panama è molto controverso.
30 settembre 2004 - Il Plan Puebla Panama è un progetto di sviluppo economico che vuole creare una
serie di migliorie nell’area centroamericana con lo scopo di sottrarre la regione
alla povertà, promuovendo maggior apertura nei mercati, una più rilevante competitività
e una maggiore crescita economica.
Da quando è nata la proposta (in Messico nell’ottobre del 2000, tre mesi dopo
l’elezione di Fox) il Plan Puebla Panama ha fatto molto parlare di sé. Ha provocato
attesa, ha aperto dibattiti, ha scatenato reazioni, positive e negative.
I Paesi dell’area interessati al progetto sono: Messico (solo le nove provincie
del sud), Guatemala, Salvador, Honduras, Belize, Nicaragua, Costa Rica e Panama,
con la caratteristica che il Messico, essendo stato federale, lo appoggia tramite
i governi federali dei suoi nove stati del sud. Da qui il nome Puebla (Messico)
Panama.
Il Plan Puebla - “Si tratta essenzialmente di un piano di sviluppo economico e, quindi, di un
progetto che interessa i grandi gruppi finanziari” spiega Maurizio Campisi, giornalista
autore di reportage dall’America Latina ed esperto dell’area centroamericana:
“Si sono fatti grandi discorsi sulla costruzione di infrastrutture, attualmente
scadenti in tutto il centro America, o per la collaborazione nel campo dell’industria
energetica. Sono stati presi in considerazione anche gli aspetti umani, come la
partecipazione indigena ad una forza di intervento in caso di disastri naturali.
Il progetto, sulla carta sembra rispondere alle esigenze, di una società che ha
bisogno di sviluppo economico senza per questo dimenticare che questo non deve
danneggiare l’ambiente.”
Gli obiettivi - Fra gli obiettivi principali del PPP vi è la costruzione di reti ferroviarie,
aeroporti,
strade e porti. Saranno dunque ingenti gli investimenti sia da parte della Banca
Mondiale sia da parte del Banco Internazionale di Sviluppo. Investimenti che andranno
a coprire le spese per la ristrutturazione, e in certi casi per la costruzione,
di infrastrutture. Ultimo finanziatore in ordine di tempo è il Banco Centroamericano
de Integracion Economica (Bcie), che ha detto di essere pronto a firmare l’accordo
che prevede l’erogazione di fondi per circa seicentomila dollari all’anno, utili
a coprire le spese amministrative della sede in Salvador.
Le fasi del piano - La prima fase del piano prevede un enorme impegno in questo ambito. Saranno
costruiti, in questa vastissima porzione di territorio (la zona interessata al
PPP misura oltre un milione di chilometri quadrati), una ventina di aeroporti
internazionali, una trentina di porti e, non ultimi, più di centomila chilometri
di strade.
Espandere, migliorare e rendere funzionanti tutte queste infrastrutture diventerebbe
un impegno molto difficile da realizzare, anche se non impossibile.
Le cose però avrebbero un altissimo impatto ambientale. Infatti gasdotti, oleodotti,
pozzi di petrolio, dighe, sarebbero costruiti in mezzo alle terre degli indigeni
con le conseguenze immaginabili.
“ La percezione che se ne ha, è quella di un progetto che vedrà fare affari solo
alle grandi aziende multinazionali della regione” racconta Campisi, e continua,
“ Se questo progetto verrà realizzato, porterà con sé la solita sequela di casi
di corruzione e di malessere sociale”.
Ne abbiamo avuto un recente esempio con le proteste seguite alla firma del protocollo
del Trattato di Libero Commercio con gli Usa. Un trattato, questo, che alla fine
nemmeno gli Usa, che lo avevano tanto sollecitato, sembra vogliano firmare. In
Costa Rica (paese interessato dal PPP), dopo un anno di negoziati, le pressioni
sindacali e le proteste di piazza hanno portato alle dimissioni di tutti quei
ministri che avevano appoggiato l’iniziativa, spalleggiata dai gruppi di potere,
ma sommamente anti-popolare. Il problema del Plan Puebla Panamá è che si possa
trasformare in un Trattato di Libero Commercio, creato apposta per le opportunità
commerciali ma che dimentica sostanzialmente i lati sociali del progetto.”
I commenti -
Come fa sapere Ròger Barrantes del sindacato nicaraguense CST (Central Sandinista
de los Trabajadores) “Per noi, il Plan Puebla-Panama è un’appendice dell’ALCA
(Area Libero Commercio delle Americhe) ed ha l’obiettivo di integrare paesi, come
il nostro, che hanno una situazione economica molto al di sotto dell’indice di
sviluppo mondiale e che hanno situazioni di povertà, di disoccupazione e di analfabetismo.
E’ quindi una regione che ha tutte le caratteristiche per poter sviluppare il
tipo di affari che si vogliono fare con questo tipo di accordo commerciale. A
tutto questo” continua “si aggiunge un elemento che toccherà e stravolgerà la
vita dei nostri popoli.
Le infrastrutture - Il PPP svilupperà la rete stradale e ferroviaria; procederà con la costruzione
e l’ampliamento di aeroporti e porti; aprirà un "corridoio" elettrico con la costruzione
di dighe per la produzione di energia elettrica per tutta la regione; creerà un
collegamento di telecomunicazione a fibra ottica; costruirà un gasdotto che percorrerà
tutta la regione. Tutto questo, dovrà necessariamente passare per i nostri territori.
I territori indigeni. Come è avvenuto con la riserva di Bosawàs sulla Costa Atlantica,
le popolazioni locali saranno cacciate via e si dovrà trovare loro una nuova sistemazione”
“Già da ora” continua Barrantes, “in molte zone, i proprietari terrieri stanno
facendo pressione per espropriare queste terre, come in Messico e Guatemala, usando
bande paramilitari che minacciano ed obbligano le comunità indigene ad andarsene.
Anche in Nicaragua sta già succedendo la stessa cosa: la gente legata al Governo
sta comprando, a prezzi bassissimi, terreni di proprietà delle comunità indigene
o di cooperative usando metodi molto spesso illegali.
Le popolazioni indigene - Per quanto riguarda le popolazioni indigene, Campisi spiega chiaramente come
stanno le cose: “Non penso che esista un piano che possa integrare gli indigeni
alla nostra società, per la semplice ragione che a loro non interessa, perchè
noi ci avviciniamo sempre a loro con la logica di chi vuole fare affari. Quello
di cui hanno bisogno gli indigeni è autonomia locale, assistenza sanitaria, istruzione
(che insegni però loro non la nostra storia o la nostra cultura, ma la loro) e
un proprio governo locale che tratti con il governo centrale”.