21/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il progetto Plan Puebla Panama è molto controverso.
Uno striscione contro il piano30 settembre 2004 - Il Plan Puebla Panama è un progetto di sviluppo economico che vuole creare una serie di migliorie nell’area centroamericana con lo scopo di sottrarre la regione alla povertà, promuovendo maggior apertura nei mercati, una più rilevante competitività e una maggiore crescita economica.
Da quando è nata la proposta (in Messico nell’ottobre del 2000, tre mesi dopo l’elezione di Fox) il Plan Puebla Panama ha fatto molto parlare di sé. Ha provocato attesa, ha aperto dibattiti, ha scatenato reazioni, positive e negative.
I Paesi dell’area interessati al progetto sono: Messico (solo le nove provincie del sud), Guatemala, Salvador, Honduras, Belize, Nicaragua, Costa Rica e Panama, con la caratteristica che il Messico, essendo stato federale, lo appoggia tramite i governi federali dei suoi nove stati del sud. Da qui il nome Puebla (Messico) Panama.
 
Il Plan Puebla - “Si tratta essenzialmente di un piano di sviluppo economico e, quindi, di un progetto che interessa i grandi gruppi finanziari” spiega Maurizio Campisi, giornalista autore di reportage dall’America Latina ed esperto dell’area centroamericana: “Si sono fatti grandi discorsi sulla costruzione di infrastrutture, attualmente scadenti in tutto il centro America, o per la collaborazione nel campo dell’industria energetica. Sono stati presi in considerazione anche gli aspetti umani, come la partecipazione indigena ad una forza di intervento in caso di disastri naturali. Il progetto, sulla carta sembra rispondere alle esigenze, di una società che ha bisogno di sviluppo economico senza per questo dimenticare che questo non deve danneggiare l’ambiente.”
 
Gli obiettivi - Fra gli obiettivi principali del PPP vi è la costruzione di reti ferroviarie, aeroporti, La protesta degli indigeno contro il piano di sviluppo strade e porti. Saranno dunque ingenti gli investimenti sia da parte della Banca Mondiale sia da parte del Banco Internazionale di Sviluppo. Investimenti che andranno a coprire le spese per la ristrutturazione, e in certi casi per la costruzione, di infrastrutture. Ultimo finanziatore in ordine di tempo è il Banco Centroamericano de Integracion Economica (Bcie), che ha detto di essere pronto a firmare l’accordo che prevede l’erogazione di fondi per circa seicentomila dollari all’anno, utili a coprire le spese amministrative della sede in Salvador.
 
 
Le fasi del piano - La prima fase del piano prevede un enorme impegno in questo ambito. Saranno costruiti, in questa vastissima porzione di territorio (la zona interessata al PPP misura oltre un milione di chilometri quadrati), una ventina di aeroporti internazionali, una trentina di porti e, non ultimi, più di centomila chilometri di strade.
Espandere, migliorare e rendere funzionanti tutte queste infrastrutture diventerebbe un impegno molto difficile da realizzare, anche se non impossibile.
Le cose però avrebbero un altissimo impatto ambientale. Infatti gasdotti, oleodotti, pozzi di petrolio, dighe, sarebbero costruiti in mezzo alle terre degli indigeni con le conseguenze immaginabili.
“ La percezione che se ne ha, è quella di un progetto che vedrà fare affari solo alle grandi aziende multinazionali della regione” racconta Campisi, e continua, “ Se questo progetto verrà realizzato, porterà con sé la solita sequela di casi di corruzione e di malessere sociale”.
Ne abbiamo avuto un recente esempio con le proteste seguite alla firma del protocollo del Trattato di Libero Commercio con gli Usa. Un trattato, questo, che alla fine nemmeno gli Usa, che lo avevano tanto sollecitato, sembra vogliano firmare. In Costa Rica (paese interessato dal PPP), dopo un anno di negoziati, le pressioni sindacali e le proteste di piazza hanno portato alle dimissioni di tutti quei ministri che avevano appoggiato l’iniziativa, spalleggiata dai gruppi di potere, ma sommamente anti-popolare. Il problema del Plan Puebla Panamá è che si possa trasformare in un Trattato di Libero Commercio, creato apposta per le opportunità commerciali ma che dimentica sostanzialmente i lati sociali del progetto.”
 
I commenti - Il percorso del Plan Puebla PanamaCome fa sapere Ròger Barrantes del sindacato nicaraguense CST (Central Sandinista de los Trabajadores) “Per noi, il Plan Puebla-Panama è un’appendice dell’ALCA (Area Libero Commercio delle Americhe) ed ha l’obiettivo di integrare paesi, come il nostro, che hanno una situazione economica molto al di sotto dell’indice di sviluppo mondiale e che hanno situazioni di povertà, di disoccupazione e di analfabetismo.
E’ quindi una regione che ha tutte le caratteristiche per poter sviluppare il tipo di affari che si vogliono fare con questo tipo di accordo commerciale. A tutto questo” continua “si aggiunge un elemento che toccherà e stravolgerà la vita dei nostri popoli.
 
Le infrastrutture - Il PPP svilupperà la rete stradale e ferroviaria; procederà con la costruzione e l’ampliamento di aeroporti e porti; aprirà un "corridoio" elettrico con la costruzione di dighe per la produzione di energia elettrica per tutta la regione; creerà un collegamento di telecomunicazione a fibra ottica; costruirà un gasdotto che percorrerà tutta la regione. Tutto questo, dovrà necessariamente passare per i nostri territori.
I territori indigeni. Come è avvenuto con la riserva di Bosawàs sulla Costa Atlantica, le popolazioni locali saranno cacciate via e si dovrà trovare loro una nuova sistemazione”
“Già da ora” continua Barrantes, “in molte zone, i proprietari terrieri stanno facendo pressione per espropriare queste terre, come in Messico e Guatemala, usando bande paramilitari che minacciano ed obbligano le comunità indigene ad andarsene. Anche in Nicaragua sta già succedendo la stessa cosa: la gente legata al Governo sta comprando, a prezzi bassissimi, terreni di proprietà delle comunità indigene o di cooperative usando metodi molto spesso illegali.
 
Le popolazioni indigene - Per quanto riguarda le popolazioni indigene, Campisi spiega chiaramente come stanno le cose: “Non penso che esista un piano che possa integrare gli indigeni alla nostra società, per la semplice ragione che a loro non interessa, perchè noi ci avviciniamo sempre a loro con la logica di chi vuole fare affari. Quello di cui hanno bisogno gli indigeni è autonomia locale, assistenza sanitaria, istruzione (che insegni però loro non la nostra storia o la nostra cultura, ma la loro) e un proprio governo locale che tratti con il governo centrale”.
 

Alessandro Grandi

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