18/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Da un figlio del Sud a un altro figlio del Sud

Caro Saviano,

noi di PeaceReporter ci siamo fermati, abbiamo riflettuto e ricordato i sei ragazzi dedicando loro alcuni versi di Fabrizio De André, La ballata dell'eroe. Onore, dunque, a quei ragazzi partiti dalla sua Terra, Saviano, ma anche di chi scrive, dalla mia. Anche io sono un figlio del Sud, di quell'appendice necrotizzata di cui alcuni del Nord vorrebbero liberarsi. Ma non sia mai che per essere accettati da quei chirurghi noi dovremmo sventolare le mimetiche insanguinate dei nostri conterranei per dire "guardate, abbiamo pagato il nostro tributo per l'intero Paese". Che ci recidano, piuttosto, che ci lascino andare alla deriva.

Lei, Saviano, dice: "Quel sangue del Sud versato per il Paese". Io non credo che i nostri soldati in Afghanistan stiano difendendo l'Italia. Non so quanto consapevolmente, invece, combattono per far fare bella figura al nostro governo di turno nei confronti della Nato. Non sono io a dirlo, e non potrei perché gli atti sono secretati, ma chi ad essi ha avuto accesso come il tenente generale dell'esercito Fabio Mini. L'Italia come gli altri contingenti che non siano statunitensi, devono essere lì in nome di una sempre più traballante coesione della Nato. Anche io credevo che i miei conterranei fossero lì per esportare democrazia, pacificare e ricostruire un Paese, l'Afghanistan, dilaniato dall'ottusa visione dei Taliban e dalle nostre bombe. Ma non è così.

Si onorino le vite spezzate di quei soldati, ci si stringa intorno alle loro famiglie, alle loro comunità. Ma non si usi la loro morte per farci accettare una guerra di cui noi in Italia abbiamo digerito le più bieche logiche. Non si imponga il silenzio a chi quelle logiche non vuole farle sue. Se 150 chili di tritolo hanno squarciato la robusta pelle di un Lince è perché un nemico disposto a farsi esplodere ha accettato di nuocere a quelli che nella sua visione erano nemici.
Il nostro pensiero va alle vittime civili afghane che se siano i talebani ad attaccare o i nostri soldati, sono sempre - se delle morti fosse possibile fare una classifica - quelle più incomprensibili e difficili da sopportare.

Non so se lei, Saviano, ha come si dice dalle nostre parti "fatto il soldato". Da come scrive, deduco di sì. Anche io ho prestato "con elevato senso del dovere" i miei servigi all'Esercito Italiano. Era il 1999 e sebbene le mie attività fossero limitate a comode funzioni di cancelleria, sono stato a stretto contatto con i professionisti di stanza alla Caserma Marselli di Corso Malta, a Napoli, nella sua città. In nessuno dei sottotenenti, marescialli, sergenti o caporalmaggiori che ho avuto la fortuna di incontrare ho rintracciato la minima titubanza in quello che facevano. Nessuno di loro era entrato nell'esercito "perché non aveva altra scelta, per scappare dall'altro esercito, quello della camorra o delle criminalità organizzate". L'esercito non esiste se non c'è a reggerlo uno spiccato spirito di appartenenza; quello non puoi inventartelo, non lo impari e se non sei fatto per la vita di caserma, non ci resisti più di un mese. D'altra parte leggendo sui quotidiani le testimonianze dei parenti di questi ultimi figli del Sud partiti per l'Afghanistan e non più tornati, non trovo una sola parola da cui possa dedurne che non amassero a pieno il loro lavoro e che non fossero orgogliosi di quello che facevano. Nel 1999 c'erano due missioni aperte: Bosnia e Kosovo. Le domande di chi voleva partire erano superiori al numero previsto per i contingenti. Li ho visti, nella mia caserma, discutere animatamente. Si voleva partire per fare esperienza, per uscire dalla monotonia di Corso Malta, ma soprattutto - non è assolutamente disdicevole - per soldi. E tutti sapevano che non si andava in gita.

L'eroina afghana inonda il mondo e finanzia la guerra dei Taliban e questa, come lei dice, è una delle verità che meno vengono dette in Italia. Ma nessuno si è preoccupato di andare a fondo su una dichiarazione del generale russo Mahmut Gareev (comandante in Afghanistan quando gli invasori erano i sovietici) secondo cui gli Stati Uniti non fanno nulla per fermare il traffico di droga perché, da questo, ne traggono profitti per 50 miliardi di dollari all'anno utili a coprire gran parte delle spese militari. "Gli Americani stessi - dice Gareev in un'intervista a RussiaToday - ammettono che la droga viene spesso trasportata fuori dall'Afghanistan a bordo dei loro aerei". Ma al di là di voler discutere sull'attendibilità o dignità delle fonti, dove sarebbe la novità? Quale guerra è stata mai finanziata con soldi puliti? In quale guerra non si è dovuti scendere a patti con i criminali?

Lei, Saviano, dice che giù al Sud si è in guerra. Non posso darle torto, ma preferirei che i nostri ragazzi si dessero da fare non per dimostrare che "combattere un'altra guerra è possibile". Preferirei, scusi la facile retorica, che dimostrassero che "un altro mondo è possibile". Per una volta, questa, la camorra non è responsabile della morte dei nostri fratelli.

 

Il mio personale cordoglio va alle famiglie Fortunato, Valente, Pistonami, Ricchiuto, Randino e Mureddu

 

Nicola Sessa

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