18/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Quali sono le parole che vengono iniettate negli occhi della platea di lettori, del pubblico.

Strage. Massacro. Inferno. Reagire. Chi si ferma in edicola a comperare un quotidiano e scorre veloce i titoli a caratteri cubitali dei nostri quotidiani può provare a chiudere gli occhi: nel buio vedrà quelle parole ritornare. Alla vigilia della manifestazione che non c'è più, domani, per la libertà di stampa spostata al 3 ottobre per i militari morti a Kabul, viene da riflettere su come vengono scelte le parole da chi la stampa la costruisce quotidianamente. Osservazioni critiche – ognuno sceglie di scrivere e pubblicare come meglio ritiene, ci mancherebbe – che però hanno a che vedere con quali sono le parole che vengono iniettate negli occhi della platea di lettori, del pubblico.

Scala mobile, metropolitana gialla di milano. Sono tutti in fila pazienti per arrivare alla banchina sotterranea. Hanno tutti in mano una free-press popolare. Il titolo: STRAGE INFINITA, tutto maiuscolo. La parola inferno torna, ha un immaginario perfetto per evocare lo scoppio, le fiamme, il dolore. Ma c'è qualche cosa che non funziona e non solo il giorno dopo l'attentato di Kabul. Ricordo i funerali delle vittime di Nassirya, il vialone romano che portava alla basilica, tutto addobbato con bandierine italiane, la predica politica di Camillo Ruini, il vessilo italico stampato in fretta e furia per addobbare tutti i balconi che si affacciavano sul percorso. “Eroi”, la parola che tornava sempre più spesso e che torna ancora oggi.

Il comunicato del sindacato dei giornalisti che ha pompato per settimane una manifestazione e che si ritrae per cordoglio. Scelta discutibile, ma il testo del comunicato ha un valore in sé, per le parole scelte. “Con profondo rispetto verso i caduti, nell’espressione di un’autentica, permanente volontà di pace quale condizione indispensabile di una informazione libera e plurale capace di rappresentare degnamente i valori della convivenza civile, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, ha deciso, di rinviare ad altra data la manifestazione per la libertà di stampa programmata a Roma per sabato prossimo. In un momento tragico come questo ci stringiamo attoniti accanto ai nostri morti in Afghanistan. Sono morti dell’Italia che paga oggi un pesante tributo nella frontiera della sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo. Il nostro rispettoso pensiero va subito ai soldati caduti, alle loro famiglie,alle Forze Armate che, in un Paese martoriato, rappresentano la nostra comunità in ossequio a risoluzioni dell’Onu, in una complicata ricerca di una via di uscita dell’Afghanistan dal terrore verso la democrazia”. C'è qualche cosa che non torna: ci sono due modi soli di scrivere un messaggio come questo. Quello in cui si dice: spostiamo per lutto. Punto e basta, retorico e d'occasione se si vuole. Oppure si devono calibrare le parole, perché in quel messaggio non c'è solo l'aspetto umano, ma ci si spinge sul fattore politico. E allora non si capisce come razionalmente si possa mettere insieme una missione di “pace” con la permanente volontà di pace, non si capisce perché parlare della frontiera di sicurezza internazionale e della lotta al terrorismo, come avrebbe potuto ben scrivere il ghost writer dell'ex presidente Bush, più che un sindacato di categoria.

I giornali, i titoli, il cubitale che inevitabilmente oggi ritorna. Le parole, il significato delle parole, hanno solo due modi di impiego: quello rispettoso del pensiero che esprimono, come se fossero un ideogramma che si scolpisce nelle caselle che abbiamo imparato a decodificare fin dall'infanzia. Oppure la perdita di significato per cattivo utilizzo, per logoramento, per mistificazione, per sciattoneria, o per spettacolarismo. E, viste le immagini che hanno accompagnato la notizia dell'attentato con cadaveri, feriti, distruzione, non si capisce perché voler far volare l'iperbole letteraria. C'è un altro motivo, cinico, che porta all'orgasmo di mezzi, parole, strutture verbali ed enfasi spinta. Il caso mediatico, già grave, molto grave, già doloroso per chi lo ha vissuto, già significativo anche a livello politico e sociale, diventa una leva che cerca di spingere l'emozione, lo stupore, la compassione.
La notizia si droga, è dopata e così regge e deve reggere almeno – oggi lo sappiamo- fino a lunedì e ai funerali di Stato. Certo, ci sono gli editoriali, le analisi e i commenti. Ma quelle parole tornano negli occhi: strage, massacro, inferno, reagire. Mentre scorrono sulla rete attentati, bombardamenti e morti di fame, che di caratteri cubitali non vedranno nemmeno l'ombra.

Angelo Miotto

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