Alcune popolazioni dell’America Latina, in Bolivia come in Ecuador, combattono
ogni giorno una battaglia per la sopravvivenza. Hanno bisogno del bene più prezioso,
fonte di vita e unica insostituibile compagna dell’esistenza: l’acqua. Vuoi per
bere, vuoi per irrigare i campi, vuoi per produrre energia, è il nuovo oggetto
del desiderio e per lei si combattono delle vere e proprie guerre.
Come la tristemente famosa "Prima guerra dell'acqua" (2000-2001), che ha tenuto in tensione la popolazione boliviana. All'epoca le
privatizzazioni delle risorse idriche scatenarono le ire degli indios, che si organizzarono per bloccare i contratti in essere con le compagnie multinazionali
che detenevano il controllo dell'acqua nella zona di Cochabamba ed El Alto, fino
a far rescindere il contratto al governo (allora il presidente era Hugo Banzer
Suarez). Oggi, come allora, il problema persiste. Cambiano i nomi dei presidenti
(adesso c'è Carlos Mesa) cambiano i nomi delle multinazionali (adesso c'è la Aguas
de Illimani), ma non cambiano i problemi, le proteste, i disagi.
Bolivia anno 5° (dopo la prima guerra dell’acqua). Dunque ci risiamo. Dobbiamo nuovamente parlare di acqua in Bolivia. Un binomio che provoca
amore (dei cocaleros per una risorsa vitale) e odio (sempre dei cocaleros nei confronti delle privatizzazioni e dei governi che via via si sono susseguiti).
La questione è sempre la stessa e sempre più attuale, una delle maggiori preoccupazioni
che da anni attanagliano la
vita, già precaria, di migliaia di persone: la privatizzazione dell’acqua. Il
suo costo, ha raggiunto livelli spaventosi, soprattutto per chi ha già poco o
niente; la popolazione è stufa di vedere che gli introiti finiscono sempre più
nelle tasche delle grandi compagnie straniere e sempre in meno in quelle della
Bolivia. In questo momento nella provincia di El Alto, località molto vicina alla
capitale, La Paz, si fatica a bere un bicchiere di acqua.
Nessuna novità. Sono ormai settimane che la protesta sociale dilaga per le strade, il movimento
dei campesinos, i cocaleros rivendicano ancora una volta il possesso delle riserve idriche.E lo fanno impedendo il transito degli automezzi che si spostano lungo le strade
che collegano le città di La Paz, Cochabamba, Santa Cruz, bloccando, di fatto,
le attività economiche del Paese. Anche in questa occasione le manifestazioni
per l’acqua sono costate le dimissioni del capo del governo Carlos Mesa (poi respinte dal parlamento) e un’infinità di polemiche. Anche questa volta di mezzo c’è un contratto (non
una novità….) sottoscritto con la multinazionale Aguas de Illimani, di proprietà
del colosso francese Suex, contestato anche dalla società civile.
Gli indios pretendono che questo contratto venga immediatamente rescisso, consapevoli del
fatto che si dovrà pagare un indennizzo per inadempienze contrattuali. Un risarcimento
che potrebbe infliggere il colpo di grazia alla disastrata economia nazionale.
La storia si ripete. Già
nell’aprile del 2000 si era verificato qualcosa di simile. Allora il presidente
boliviano era un ex colonnello, Hugo Banzer Suarez. Nel 1999 decise di privatizzare
l’acqua – alla multinazionale a maggioranza Usa, Bechtel - del territorio di Cochabamba,
la terza città del paese andino. Gli abitanti della zona videro il prezzo dell’acqua
aumentare di colpo del 300 per cento - in questa regione si calcola che un abitante
viva con meno di due dollari al giorno e i salari si aggirano intorno ai 60 dollari
– e la vita complicarsi sempre più. In quel dipartimento, l’unica fonte di sostentamento
è - ancora oggi - la coltivazione della pianta di coca e con quei prezzi i contadini
dovettero decidere se bere o comprare l’acqua per l’irrigazione dei terreni coltivati.
In quel periodo iniziava a farsi conoscere Evo Morales, un sindacalista indigeno (attualmente ancora a capo del Movimento al Socialismo), che in brevissimo tempo divenne paladino dei cocaleros. Le manifestazioni, i duri scontri, i morti, le interminabili violenze ma soprattutto
gli scioperi e i blocchi stradali che minavano l’economia nazionale, fecero in
modo che il governo rescindesse il contratto con la multinazionale Bechtel e che
il controllo del sistema idrico ritornasse in mano al popolo.