18/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



In Bolivia riprende la guerra dell'acqua
Una cascataAlcune popolazioni dell’America Latina, in Bolivia come in Ecuador, combattono ogni giorno una battaglia per la sopravvivenza. Hanno bisogno del bene più prezioso, fonte di vita e unica insostituibile compagna dell’esistenza: l’acqua. Vuoi per bere, vuoi per irrigare i campi, vuoi per produrre energia, è il nuovo oggetto del desiderio e per lei si combattono delle vere e proprie guerre. 
Come la tristemente famosa "Prima guerra dell'acqua" (2000-2001), che ha tenuto in tensione la popolazione boliviana. All'epoca le privatizzazioni delle risorse idriche scatenarono le ire degli indios, che si organizzarono per bloccare i contratti in essere con le compagnie multinazionali che detenevano il controllo dell'acqua nella zona di Cochabamba ed El Alto, fino a far rescindere il contratto al governo (allora il presidente era Hugo Banzer Suarez). Oggi, come allora, il problema persiste. Cambiano i nomi dei presidenti (adesso c'è Carlos Mesa) cambiano i nomi delle multinazionali (adesso c'è la Aguas de Illimani), ma non cambiano i problemi, le proteste, i disagi.
 
Bolivia anno 5° (dopo la prima guerra dell’acqua). Dunque ci risiamo. Dobbiamo nuovamente parlare di acqua in Bolivia. Un binomio che provoca amore (dei cocaleros per una risorsa vitale) e odio (sempre dei cocaleros nei confronti delle privatizzazioni e dei governi che via via si sono susseguiti). La questione è sempre la stessa e sempre più attuale, una delle maggiori preoccupazioni che da anni attanagliano la acquavita, già precaria, di migliaia di persone: la privatizzazione dell’acqua. Il suo costo, ha raggiunto livelli spaventosi, soprattutto per chi ha già poco o niente; la popolazione è stufa di vedere che gli introiti finiscono sempre più nelle tasche delle grandi compagnie straniere e sempre in meno in quelle della Bolivia. In questo momento nella provincia di El Alto, località molto vicina alla capitale, La Paz, si fatica a bere un bicchiere di acqua.
 
Nessuna novità. Sono ormai settimane che la protesta sociale dilaga per le strade, il movimento dei campesinos, i cocaleros rivendicano ancora una volta il possesso delle riserve idriche.E lo fanno impedendo il transito degli automezzi che si spostano lungo le strade che collegano le città di La Paz, Cochabamba, Santa Cruz, bloccando, di fatto, le attività economiche del Paese. Anche in questa occasione le manifestazioni per l’acqua sono costate le dimissioni del capo del governo Carlos Mesa (poi respinte dal parlamento) e un’infinità di polemiche. Anche questa volta di mezzo c’è un contratto (non una novità….) sottoscritto con la multinazionale Aguas de Illimani, di proprietà del colosso francese Suex, contestato anche dalla società civile.
Gli indios pretendono che questo contratto venga immediatamente rescisso, consapevoli del fatto che si dovrà pagare un indennizzo per inadempienze contrattuali. Un risarcimento che potrebbe infliggere il colpo di grazia alla disastrata economia nazionale. 
 
La storia si ripete.  Già manifestazioni boliviane (foto selvas.org) nell’aprile del 2000 si era verificato qualcosa di simile. Allora il presidente boliviano era un ex colonnello, Hugo Banzer Suarez. Nel 1999 decise di privatizzare l’acqua – alla multinazionale a maggioranza Usa, Bechtel - del territorio di Cochabamba, la terza città del paese andino. Gli abitanti della zona videro il prezzo dell’acqua aumentare di colpo del 300 per cento - in questa regione si calcola che un abitante viva con meno di due dollari al giorno e i salari si aggirano intorno ai 60 dollari – e la vita complicarsi sempre più. In quel dipartimento, l’unica fonte di sostentamento è - ancora oggi - la coltivazione della pianta di coca e con quei prezzi i contadini dovettero decidere se bere o comprare l’acqua per l’irrigazione dei terreni coltivati.
In quel periodo iniziava a farsi conoscere Evo Morales, un sindacalista indigeno (attualmente ancora a capo del Movimento al Socialismo), che in brevissimo tempo divenne paladino dei cocaleros. Le manifestazioni, i duri scontri, i morti, le interminabili violenze ma soprattutto gli scioperi e i blocchi stradali che minavano l’economia nazionale, fecero in modo che il governo rescindesse il contratto con la multinazionale Bechtel e che il controllo del sistema idrico ritornasse in mano al popolo.
 
 

Alessandro Grandi

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