16/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Un gruppo di giuristi spiega come il dominio israeliano sui palestinesi sia degenerato in colonialismo e apartheid

scritto per noi da
Francesca Borri
 

segue dalla prima parte

Nell'occupazione israeliana si ritrovano quattro delle sei categorie:
· La negazione del diritto alla vita e alla libertà. Esecuzioni extragiudiziali, tortura, detenzione amministrativa, arresti arbitrari, assenza dei più basilari requisiti del giusto processo, a partire dalla presunzione di innocenza: tutto questo si configura come discriminazione razziale, e non solo come violazione dei diritti umani, in virtù della coesistenza di due distinti sistemi giudiziari: l'applicazione della legge, infatti, avviene su base personale, non territoriale - per cui, per uno stesso omicidio, un palestinese sarà punito fino all'ergastolo, e da un tribunale militare, fino a vent'anni invece un israeliano, giudicato da un tribunale civile.
· Misure miranti a impedire a un certo gruppo la partecipazione alla vita politica, economica, sociale e culturale del paese. Qui il ruolo essenziale è quello delle restrizioni alla libertà di movimento, fisiche e amministrative - e imposte esclusivamente ai palestinesi. Non si ha infatti solo l'ostacolo visibile del cemento di insediamenti, checkpoint muri, ma anche un insieme instabile e confuso, e più insidioso, di oltre duemila ordinanze militari -scritte in ebraico e spesso neppure rese pubbliche, e che disciplinano ogni cosa, dalle modalità di arresto alle verdure coltivabili. Dalla salute al lavoro all'istruzione - quella che viene minata, in realtà, come sottolinea la Banca Mondiale, è la prevedibilità e organizzabilità delle relazioni economiche e sociali.
· La divisione della popolazione lungo linee razziali. I territori occupati sono oggi ripartiti in una molteplicità di aree distinte, in cui l'accesso dipende dall'identità individuale, con zone riservate agli israeliani e zone riservate ai palestinesi. Anche se i matrimoni misti non sono vietati, inoltre, l'obbligo di cerimonia religiosa per gli ebrei e i vincoli in materia di residenza costringono di fatto alla separazione o all'illegalità.
· Infine, la persecuzione degli oppositori politici. Mediante intimidazioni arresti, espulsioni, assassinii.

Similitudini. Ed è in particolare la Corte Suprema, che di sentenza in sentenza condona e sostiene ogni illegalità, ad istituzionalizzare le discriminazioni, convertendole in apartheid. La somiglianza con il sistema sudafricano è innegabile. Prima le norme sulla cittadinanza, cioè la creazione legislativa di identità distinte e impermeabili le une alle altre, per accordare a una di queste identità, quella bianca in Sudafrica e quella ebraica in Israele, status giuridico preferenziale e benefici materiali. Poi la ripartizione della popolazione in aree separate, ognuna riservata a un gruppo a esclusione dell'altro, per garantire il controllo da parte del gruppo dominante: attraverso gli insediamenti e le loro infrastrutture e le restrizioni alla libertà di movimento, in Israele, esattamente come in Sudafrica mediante i Bantustan - propagandati all'epoca come stati in cui le varie etnie nere avrebbero potuto governarsi in autonomia: è oggi la retorica di Oslo. L'instaurazione di regimi amici, in fondo, è per un occupante il modo più immediato per liberarsi degli obblighi che il diritto internazionale gli impone: la Quarta Convenzione di Ginevra, non a caso, dichiara indisponibili e inderogabili i diritti che attribuisce: accordi che ratificano e convalidano sue violazioni sono semplicemente nulli.

Le responsabilità. Israele ha l'obbligo di cessare immediatamente ogni sua attività illegale, di smantellare istituzioni e strutture di natura coloniale e discriminatoria, e risarcire il danno offrendo giusta compensazione per quanto inflitto - e naturalmente, ha l'obbligo di consentire al popolo palestinese di esercitare il proprio diritto all'autodeterminazione. Ma in quanto norme di jus cogens, le prescrizioni in materia di colonialismo e apartheid generano responsabilità per l'intera comunità internazionale. L'obbligo è per tutti duplice, in forma di cooperazione ma anche astensione: ogni stato è tenuto infatti a cooperare perché le violazioni abbiano fine, per esempio mediante l'adozione di sanzioni, ma anche ad astenersi dal riconoscere quanto di fatto deriva dalle violazioni, come l'annessione di Gerusalemme Est, e dal fornire assistenza e sostegno - l'Unione Europea è invece il principale partner commerciale di Israele, armi incluse: e le sue uniche sanzioni non hanno colpito che i palestinesi, colpevoli di avere democraticamente votato Hamas. Naturalmente è anche possibile delegare la reazione a organizzazioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite: ma l'assenza di capacità o di volontà di intervento da parte di queste organizzazioni non esonera i singoli stati dall'adempimento dei propri obblighi - non è sufficiente, cioè, trincerarsi ogni volta dietro il veto americano in Consiglio di Sicurezza.

Che fare? La proposta conclusiva è dunque chiedere, attraverso l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, un parere consultivo alla Corte Internazionale di Giustizia, perché stabilisca se le politiche e pratiche israeliane violano le norme che proibiscono il colonialismo e l'apartheid. Si tratta di semplici pareri, non di sentenze, e di pareri neppure vincolanti: e tuttavia formulati nel linguaggio tendenzialmente tecnico e neutro del diritto internazionale - il solo possibile in anni e contesti in cui ogni opinione critica è delegittimata dall'accusa di antisemitismo e terrorismo. Il rapporto non affronta la questione delle responsabilità individuali, concentrandosi sulle responsabilità di Israele come stato, secondo l'approccio tradizionale del diritto internazionale: ma oggi esiste anche una Corte Penale Internazionale - di cui Israele naturalmente non ha ratificato lo statuto: e la Corte può intervenire, esclusa l'ipotesi del tutto irrealistica di una richiesta del Consiglio di Sicurezza, solo se lo statuto è stato ratificato dallo stato a cui appartiene il presunto colpevole o la vittima. L'Autorità Palestinese, dopo l'ultimo attacco contro Gaza, ha però chiesto di ratificare lo statuto: e la sua domanda è in questi mesi all'esame della Corte, in quanto l'ammissione è riservata agli stati - e formalmente non esiste alcuno stato palestinese. Secondo Antonio Cassese, senza il cui lavoro la Corte sarebbe ancora solo una pagina di Kant, chi si occupa di diritto internazionale ha spesso la sensazione di dipingere nature morte sulle pareti di una nave che affonda: generalmente, i giuristi addebitano agli stati la difficoltà di convertire le definizioni in incriminazioni - per una volta, l'opportunità di smentirsi è adesso nelle loro stesse mani.