16/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Un gruppo di giuristi spiega come il dominio israeliano sui palestinesi sia degenerato in colonialismo e apartheid

scritto per noi da
Francesca Borri

Nel gennaio del 2007 John Dugard, relatore delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori Palestinesi, arrivò alla conclusione che probabilmente "alcuni elementi dell'occupazione costituiscono forme di colonialismo e apartheid". Sette giuristi, guidati da Virginia Tilley, hanno raccolto quel dubbio per argomentarlo in convinzione, in trecento pagine e due anni di ricerca - e arresti e espulsioni e intimidazioni di ogni tipo per chiunque abbia minimamente collaborato: "l'occupazione israeliana è diventata un'iniziativa coloniale che attua un sistema di apartheid".

Una lesione di valori fondamentali. Un'occupazione militare, in sé, non è illegale. Ma è concepita come un regime temporaneo. Dopo quarant'anni, dunque, l'ampiezza e varietà e soprattutto sistematicità delle violazioni israeliane del diritto internazionale, che disciplina l'occupazione in particolare attraverso la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, autorizzano una certa diffidenza sui reali obiettivi di Israele. Contrariamente all'occupazione, infatti, sia il colonialismo sia l'apartheid sono rigorosamente proibiti, a presidio di due pilastri delle attuali relazioni internazionali: il principio di autodeterminazione dei popoli e il divieto di discriminazione razziale. Per loro intrinseca natura, inoltre, colonialismo e apartheid non possono che consistere in pratiche istituzionalizzate di oppressione: non si è davanti a crimini individuali e isolati, ma al coinvolgimento di intere società. Se nel diritto internazionale, normalmente, solo lo stato che subisce una violazione è legittimato a reagire, la gravità di simili fenomeni giustifica allora un'eccezione: siamo nell'ambito dello jus cogens: norme cioè non solo inderogabili, ma la cui violazione genera precisi obblighi e responsabilità per tutti gli stati, in quanto è l'intera comunità internazionale a essere lesa nei suoi valori fondamentali - non solo il popolo palestinese.

Cosa significa colonialismo. Il diritto internazionale non ha una definizione vincolante di colonialismo. Il riferimento è ancora oggi la Dichiarazione sulla Concessione dell'Indipendenza ai Paesi e Popoli Coloniali, approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite negli anni dei movimenti di liberazione nazionale: era il 1960: si ha colonialismo quando "gli atti di uno stato hanno come effetto complessivo l'annessione, o comunque il controllo illegale di un territorio, con l'intento di negare alla popolazione locale il diritto all'autodeterminazione". Neppure del diritto all'autodeterminazione, richiamato già al primo articolo della Carta delle Nazioni Unite e considerato il diritto dei diritti, preliminare cioè per il godimento di tutti gli altri, si ha in realtà una definizione certa: è una nozione politica, legata al governo di un territorio, ma ha dimensioni anche economiche, sociali, culturali - il diritto a decidere liberamente il proprio futuro.
In questo senso, la natura coloniale dell'occupazione israeliana traspare da cinque distinte pratiche:
· In primo luogo, la violazione dell'integrità dei territori palestinesi. Attraverso l'annessione di Gerusalemme Est, ma anche la frantumazione generata dagli insediamenti e le relative infrastrutture, funzionale a ulteriori forme di annessione: nel piano sul cosiddetto disimpegno da Gaza si specifica esplicitamente che, "nella West Bank, al contrario, alcune aree saranno in futuro parte di Israele".
· In secondo luogo, la privazione della popolazione controllata della capacità di autogoverno. Gli accordi di Oslo non hanno diminuito, ma semplicemente riformulato il ruolo israeliano: è sufficiente ricordare il potere di veto su tutta la legislazione adottata dall'Autorità Palestinese - già limitata alle esigue aree A. E l'autogoverno si può sempre scardinare con mezzi meno sottili: attualmente, un terzo dei deputati palestinesi è in carcere.
· Ancora, l'integrazione, e subordinazione dell'economia dei territori controllati alla propria economia. Ottenuta con l'indirizzamento della manodopera palestinese verso i settori meno qualificati dell'industria israeliana, ma soprattutto la fusione delle infrastrutture e l'istituzione di una unione doganale - il diritto internazionale vieta interventi destinati ad avere impatto duraturo, se non permanente, sui territori occupati.
· La dimensione economica dell'autodeterminazione ricomprende anche la sovranità sulle risorse naturali. Ma il 40 percento della terra palestinese è sottratto dagli insediamenti - in uno spazio che è già solo il 22 percento del vecchio mandato britannico. E per quanto riguarda l'acqua, l'iniquità del sistema di gestione e distribuzione è compendiata dalle differenze nel consumo, per gli israeliani cinque volte superiore.
· Infine, una componente culturale dell'autodeterminazione, come diritto di un popolo a esprimere e sviluppare libero la propria cultura. Niente, qui, racconta meglio la politica israeliana che l'ebraicizzazione della geografia e della storia del paese. Il lungo elenco dei libri che per imprecisate ragioni di sicurezza è vietato importare nei Territori Palestinesi comincia dai manuali di grammatica araba.
Le violazioni del diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese si rivelano così non accidentali, ma sistematiche e organiche: con l'effetto complessivo di un saldo controllo del territorio, e in alcuni casi la sua diretta annessione.

Cosa significa apartheid. Il principale ostacolo per un uso tecnico del termine apartheid, fino a oggi, è stato il concetto di razza. Israeliani e palestinesi, si è detto, non appartengono certo a razze diverse: il trattamento riservato ai palestinesi, sostiene Israele, non è una forma di discriminazione, ma di differenziazione sulla base della cittadinanza - perfettamente lecita per il diritto internazionale. Richiamando la giurisprudenza dei tribunali per la ex Jugoslavia e il Ruanda, relativa a guerre civili, con la necessità dunque di classificare e distinguere i vari attori coinvolti, l'idea di razza è qui liberata di ogni substrato biologico e pretesa scientifica: non è che la costruzione sociale con cui il gruppo dominante si differenzia dalla popolazione controllata, al fine di mantenerla nell'emarginazione politica e subordinazione economica - questione non di anagrafe, cioè, ma di relazioni di dominio e potere. Nella stessa Convenzione sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Razziale, del 1965, la razza si ritrova inclusa tra diverse identità di gruppo che possono fondare una discriminazione definita genericamente come, appunto, razziale - insieme al colore, l'etnia, la nazionalità: l'importante è l'ineguaglianza nel riconoscimento o godimento delle libertà fondamentali. La giustificazione relativa alla cittadinanza, allora, non si rivela che tautologia: perché possono essere cittadini israeliani solo gli ebrei: il trattamento riservato ai non israeliani, in realtà, è il trattamento riservato ai non ebrei.
La nozione di apartheid è ricavata dalla combinazione tra la Convenzione sulla Soppressione e Punizione del Crimine di Apartheid, del 1976, e il più recente Statuto della Corte Penale Internazionale: "atti disumani compiuti nel contesto di un regime istituzionalizzato di oppressione di un gruppo razziale". La Convenzione sull'Apartheid elenca sei categorie di "atti disumani" - ma con valore esemplificativo, non esaustivo: l'importante, ancora, è "non l'effetto, ma l'intento di mantenere il dominio razziale": non bisogna solo verificare che simili atti siano oggettivamente compiuti, ma anche che siano compiuti su base discriminatoria, mirando cioè specificamente ai palestinesi.

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