17/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La carenza di acqua uccide ancora nel nord del Kenya
Una profuga somala a Madera, Kenya settentrionaleLontana da giornali, microfoni e telecamere, la guerra dell’acqua in Kenya continua a mietere vittime in due regioni del Paese, provocando continue tensioni ed esodi di intere comunità.
Negli ultimi giorni almeno 30 persone sono rimaste uccise in uno scontro a fuoco avvenuto nel villaggio di El Golicha, nell’estremo nord, nei pressi della città di Madera.
Tra le vittime, secondo l’inviato del quotidiano nazionale Daily Nation, Dominic Wabala,  figurerebbero soprattutto donne e 10 bambini, tutti di età inferiore agli otto anni. Si tratta di uno scontro fra clan somali, i Murule e i Garre, legato all’accesso alle risorse idriche nella regione e alla lotta tra nomadi e stanziali onnipresente in terra africana.
La polizia sarebbe riuscita a uccidere alcuni miliziani Murule, che sono poi fuggiti in Somalia, attraversando il confine che la separa da Kenya. Secondo la Bbc, 2mila membri dei Garre sarebbero invece fuggiti nella città di El Wak.
Le violenze tra i due clan si sono intensificate negli ultimi due anni, coadiuvate dalla siccità che ha colpito il Kenya settentrionale, lasciando a secco le frange più povere della popolazione.
Ne è derivata una catena di sangue (ai primi di gennaio c’erano stati altri trenta morti, molti dei quali, ancora una volta, bambini) che nemmeno gli accordi di pace siglati ben quattro volte dagli anziani di entrambe le fazioni hanno risolto. I patti erano stati chiari: se uno dei vostri uccide uno dei nostri, ce lo consegnate e ci pagate un risarcimento di centinaia tra capre, cammelli e vacche. Niente da fare, nemmeno questa volta.
Un governatore locale, Isaac Shaaban, ha accusato, sulle pagine del Nation il governo keniota di aver fatto poco per impedire le violenze, nonostante sia noto che tutta la zona lungo il confine somalo è pericolosa e soggetta ad attacchi tra clan rivali.
 
Divisi da un ruscello. Mentre Murule e Garre si massacrano, mietendo vittime soprattutto tra i più deboli,
a Olo Longonot, una località non lontana dalla capitale Nairobi, il Ministro di Stato, William Ole Ntimama, di origini Maasai, dichiarava a una folla di mille persone accorse a un funerale di due pastori della stessa etnia uccisi il mese scorso che “I Maasai combatteranno fino all’ultimo uomo per riavere la loro terra e la loro acqua”.
Il riferimento era chiaro: Ntimama alludeva alla guerra tra Maasai e Kikuyu che dall’inizio dell’anno ha sconvolto la Rift Valley keniota, causando la morte di 21 persone. Oggetto della contesa: alcuni ormai rari corsi d’acqua nella regione, di cui i Maasai sosterrebbero di essere i legittimi proprietari, trovandosi in un territorio che per molti secoli è stato loro, ma che fu dato in concessione ai coloni inglesi e mai più riconsegnato.
Lo stesso Ntimama, stando a quello che dicono di lui alcune agenzie di stampa, sarebbe uno strenuo difensore della causa Maasai, tanto da aver partecipato attivamente, nel 1993, ad alcuni scontri tribali nella Rift Valley, dove centinaia di persone erano rimaste uccise.
 

Pablo Trincia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità