L’Autorità Palestinese vuole giustiziare 15 collaborazionisti, ma Israele li difende
Il 16 febbraio il Jerusalem Post annunciava che Abu Mazen,
il presidente dell’Autorità Palestinese, aveva autorizzato l’esecuzione di tre
palestinesi condannati a morte per “collaborazionismo” con Israele. Secondo
fonti interne a Fatah, il partito di Mazen, i tre avrebbero aiutato l’esercito
israeliano a compiere “omicidi mirati” di attivisti palestinesi nella Striscia
di Gaza. Secondo il quotidiano di Gerusalemme, dalla sua elezione ad oggi, le
condanne a morte approvate da Abu Mazen sarebbero già decine: non solo
collaborazionisti, ma anche criminali comuni. Se le condanne venissero davvero
eseguite sarebbe la prima volta dopo che Arafat nel 2002 aveva promesso
all’Unione Europea di cessare tale pratica.
Gogna di stato? Secondo
il codice di Procedura Penale palestinese, un condannato può essere ucciso solo
dopo due gradi di giudizio e dopo l’approvazione del muftì di Gerusalemme. Così
ha fatto anche Abu Mazen, trasferendo i casi di 51 palestinesi detenuti nel
Braccio delle Morte al muftì, Sheikh Akrima Sabri. Sono poche le organizzazioni
palestinesi che si sono espresse contro la ripresa delle esecuzioni capitali,
la denuncia più forte è venuta dal Palestinian Human Rights Monitoring Group,
il cui direttore, Bassam Eid, ha duramente criticato l’intervento dell’autorità
religiosa: “è una decisione –ha dichiarato- che viola le norme internazionali
e
i diritti umani più elementari e non lascia presagire nulla di buono per la
democrazia in Palestina. Il loro tam tam di protesta è stato poi accolto
dall’organizzazione contro la pena di morte Nessuno Tocchi Caino, che si è
appellata all’Unione Europea e alla stampa internazionale perché non tacciano
e
intervengano affinché “ si ponga il rispetto dei Diritti Umani al centro delle
relazioni con il governo di Abu Mazen e come condizione essenziale per l’invio
di aiuti”.

Il 3 marzo però, il muftì aveva già confermato le
esecuzioni, ma il numero dei condannati senza nome è misteriosamente lievitato
a 15. Le esecuzioni venivano programmate per fine marzo, nella forma di
fucilazioni pubbliche. “La questione –ha spiegato il muftì Sabri – è che a Gaza
regna il caos. L’omicidio è una pratica diffusa e la gente ha chiesto al
presidente di procedere con l’esecuzione di chi ha ucciso degli innocenti”, per
poi aggiungere che “Rimandare gli ordini di esecuzione incoraggerebbe il
fenomeno delle vendette all’interno della comunità”, cosa non accettabile,
perché “la vendetta è assolutamente vietata dalla religione”.Quello della giustizia
sommaria contro sospetti
collaborazionisti è stato un problema ricorrente negli ultimi anni, sono decine
le persone che senza il beneficio del dubbio, e soprattutto senza processo,
sono state uccise nei Territori Occupati: ora dalla folla, ora da gruppi
armati.
Solidarietà
israeliana. La minaccia di riprendere le esecuzioni ha sollevato reazioni
di protesta soprattutto da parte delle organizzazioni umanitarie israeliane;
l’avvocato Nitsana Daeshan Leitner, dell’Israel Law Center, insieme a Ida
Nudel, una ex refusenik, hanno scritto una lettera al Primo Ministro Sharon
chiedendogli di fare pressione per la sospensione delle condanne, suggerendogli
di fare leva sulla trattativa di rilascio dei prigionieri palestinesi dalle
carceri israeliane. Questa presa di posizione evidenzia tra l’altro quale sia
lo status sociale dei palestinesi collaborazionisti, la lettera a Sharon si
conclude con questo appello: “Queste persone sono il nostro fronte in questa
guerra, come possiamo abbandonarle ai cani?” Anche il ministro del Likud, Natan
Sharansky, ha battuto sul tasto dei detenuti: “è inaccettabile –scrive in una
lettera a Sharon- che l’Autorità Palestinese chieda il rilascio di terroristi
dalle nostre galere mentre allo stesso tempo intenda commettere esecuzioni di
stato di persone accusate di aiutare Israele nel combattere il terrorismo”.

La questione, inizialmente snobbata dal ministro della
Difesa Sha’ul Mofaz, ha spinto entrambe le parti ad allacciare contatti
informali per fare in modo che la vicenda non compromettesse il processo di
pace, di cui il rilascio dei prigionieri palestinesi è un tassello
fondamentale. Improvvisamente i collaborazionisti condannati, da reietti nella
propria società, si sono trovati al di là della barricata; al punto che il 15
marzo le condanne sono state revocate, e l’annuncio è stato dato per primo da
Michel Eitan, un parlamentare israeliano. Diverse ore dopo, il quotidiano
online al Hayat riportava una dichiarazione di ufficiali non meglio specificati
dell’Autorità Palestinese, in cui si affermava che il governo starebbe pensando
di annullare le sentenze a causa dell’immane pressione israeliana.