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Fatah porta la sua storia al convegno nazionale di Emergency. E' la storia di tante storie. La fuga da un Paese in guerra, l'attraversamento di mezza Africa, il mare, il centro di accoglienza, la domanda di asilo politico, la vita dei campi. Poi, il lieto fine: da tre anni Fatah, somalo, e' mediatore culturale, e collabora con Emergency al poliambulatorio di Palermo. Fatah ce l'ha fatta, a differenza di molti altri le cui storie non hanno avuto un lieto fine, e al convegno su immigrazione e razzismo al PalaFiere ha portato la preziosa testimonianza di immigrato, in un'Italia sempre piu' fortezza, con mura sempre piu' alte, sorvegliate da sentinelle sempre piu' ostili.
Gli ospiti indesiderati vengono respinti senza appello da un Paese senza memoria. L'appello e' la possibilita' - negata - di far valere il proprio diritto all'ingresso nel nostro Paese (e' il caso delle migliaia di richiedenti asilo che illegalmente vengono ricacciati in mare a seguito della nuova legge sui respingimenti). La memoria e' quella - obliata - di un Paese che una volta e' stato patria di emigranti.
E' questa la sintesi del convegno, moderato dal giornalista di PeaceReporter Christian Elia, al quale hanno preso parte Gabriele Del Grande (studioso di immigrazione, creatore del blog sull'immigrazione ‘Fortress Europe' e autore del libro ‘Mamadou va a morire'), don Virginio Colmegna, fondatore della Casa della Carita' , e lo scrittore Erri De Luca.
Del Grande ha esordito con un paradosso: "Perche'gli 80 somali al centro del caso di cronaca che ha scandalizzato il Paese (solo cinque sono sopravvissuti, ndr) non hanno preso un aereo? Perche' non avevano un visto sul passaporto. Perche' noi possiamo viaggiare regolarmente, comprando un biglietto per il Marocco per esempio a un centinaio d'euro, e loro no, pur avendone tutto il diritto, dato che per la maggior parte sono detentori di un diritto, quello di asilo politico?". Del Grande ha affrontato il tema dei respingimenti spiegando come la linea sostenuta da destra e sinistra, e dall'Europa intera, dal 6 maggio sia quella di respingere in acque internazionali i migranti che provengono dalla Libia e portare a terra quelli ‘intercettati' entro le 12 miglia. Lo studioso si e' chiesto perche' 1300 persone da allora siano state respinte senza che nessuno potesse vedere in che modo cio' e' successo. "Nessuno ha mostrato i video, non c'e' stata nessuna copertura mediatica, eppure, come forma di propaganda, avrebbero potuto farlo. Vedete? Li abbiamo riportati a casa senza che rischiassero la vita nel viaggio in mare. Non sono state mostrate immagini per non mostrare la violenza che accompagna il processo di respingimento, fino alla consegna alle autorita' libiche. Una volta a Tripoli, vengono caricati su camion, che sono container di ferro, e mandati in carcere. Molti vengono mandati in carcere. Ci stanno per mesi, alcuni per anni. Questa pratica - ha concluso Del Grande - e' illegale, senza scomodare le Convenzioni sui diritti dell'uomo, le leggi a tutela dei rifugiati e via dicendo. Sono illegali perche' il Testo unico sull'immigrazione, ovvero la Bossi-Fini, non prevede il respingimento per i richiedenti asilo politico. I respingimenti vengono venduti come necessita' umanitaria. Gli salviamo la vita perche queste persone muoiono in mare, intercettandoli il prima possibile perche', ci viene detto, ci sara' un effetto dissuasivo, pedagogico, sui potenziali candidati. Ma la realta' e' ben diversa.
Don Colmegna porta un esempio che illustra la realta' del nostro Paese: "All'approvazione della legge sui respingimenti, il quotidiano ‘Libero' titolava ‘Finalmente cattivi'. Bisogna scuotere alle fondamenta questa cultura. La ricerca del capro espiatorio e' diventato un tumore sociale. L'aria e' diventata irrespirabile e nelle nuove generazioni c'e' un' ignoranza spaventosa. Ci vuole una cura della salute, di eccellenza, come fa Emergency di Gino Strada, ma anche una cura del sociale. Deve rientrare nel nostro Paese una cultura dell'accoglienza. Di fronte a questo impegno la mentalita' popolare viene continuamente aggredita da una strisciante colpevolizzazione, di demonizzazione, di identificazione del capro espiatorio. L'inimicizia fa capitalizzare la paura, rendendola un luogo dove il nemico deve scomparire. Siamo all'anticamera della camera a gas. Alla borsa politica del nostro governo e' questo il grande capitale di consenso. Occorre il pragmatismo vero, quello che sta in mezzo alle situazioni. Bisogna tirare fuori dalla marginalita' le storie come quella di Fatah. A Milano, nelle aree metropolitane, nei non luoghi che attraversano la citta' dobbiamo trarre energia per costruire e ricreare un sentimento di condivisione. Non esiste un clandestino, un irregolare, ma una persona che, perche' fragile e invisibile, deve essere presa in cura".
Erri De Luca riprende l'espressione di Don Colmegna, "anticamera della camera a gas". "Dissimulazione e svestimento, erano queste le caratteristiche delle camere a gas. Siamo ancora li, si tratta di questo. Spogliare le persone della loro dignita' e del loro nome, fingendo di dargli una mano, fingendo di spingerli a fare una doccia. Ecco, noi siamo ancora li'. E' il secolo delle grandi migrazioni, delle popolazioni in cerca di una patria che dia da mangiare, e il diritto al lavoro. Noi siamo stati azionisti di maggioranza in questa realta'. Trenta milioni di italiani hanno cercato di trapiantarsi altrove. Ledda, nel suo libro ‘Padre padrone', raccontava degli autobus nei paesini che portavano all'imbarco per l'Australia. Era un congedo che era un lutto tra vivi, non ci si sarebbe piu' visti, un momento di addii irreparabili, erano dei funerali. Noi siamo stati questa immensita' di migrazioni, che hanno svuotato le nostre terre e i nostri paesi molto piu' profondamente di due guerre mondiali. Da un punto di vista narrativo la letteratura non se ne e' occupata molto. Il nostro cinema del Dopoguerra se ne e' occupato, solo in parte il cinema moderno. Ricordo il film Titanic, con la priorita' data ai salvataggi di prima classe. Sappiamo che l'equivalente di una decina di Titanic si e' depositata nel tratto di mare tra la Sicilia e la Libia, ma questo non ci ha fatto lo stesso effetto emotivo del film. Abbiamo avuto le miniere del Belgio, col sequestro dei passaporti italiani, col lavoro obbligato e coatto, dovevano stare nelle miniere per anni, a oltranza, fino a che i minatori non avrebbero riscattato il loro passaggio. Intanto incassavamo il carbone . Era uno scambio uomini-carbone.
Io mi chiedo: tutte queste misure di ostilita', di avversione, di esclusione, hanno un efficacia, infilano un preservativo al nostro Paese o no? Uomini che affrontao questi viaggi, vengono dissuasi, con queste misure, con il reato di immigrazione? Per niente. E' falso che abbiano la seppur minima efficacia. Nemmeno la pena di morte servirebbe. Ma sanno aizzare i peggiori sentimenti, e produrre e lucrare consenso politico. E' mai possibile che in politica non si possano sfruttare i sentimenti opposti. E' mai possibile che non si possa trarre profitto dai sentimenti di solidarieta', di fraternita' e di uguaglianza?".
Luca Galassi