12/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Emergency parla a Emergency. Gino Strada si rivolto a cuore aperto alle centinaia di volontari presenti ieri nell'Auditorium della Fiera di Firenze.

Da uno dei nostri inviati

 

In poco meno di un'ora Gino Strada ha ripercorso i quindici anni dell'associazione, tornando a quando "quattro sfigati intorno a un tavolo in cucina" pensarono di dare vita a una magnifica avventura. Dei pazzi che partirono con il primo convoglio dalla sede in via Bagutta a Milano, per l'Iraq. Senza sapere precisamente dove fermarsi e mettere la prima pietra. La scelta cadde sull'Iraq perché in un Paese di 3 milioni e mezzo di abitanti c'erano 9 milioni di mine antiuomo. In gran parte, mine antiuomo prodotte in Italia. Si fidarono delle persone che incontravano, che dicevano loro dove c'era bisogno di aiuto, di cure mediche. E allora prima un "ospedaletto" lungo il confine iraniano, poi una vera struttura nella città più importante del Kurdistan iracheno, a Sulemanya. La sfida era cominciata. Una sfida che oggi si gioca contro sé stessi perché "nessuna associazione al mondo ha realizzato quello che ogni giorno Emergency fa". Ed è ancora difficile da capire, per Strada, come il volontario abbia potuto rendere tutto ciò possibile. Sicuramente, dice il fondatore dell'associazione, la crescita collettiva non è avvenuta su un'adesione a un'ideologia o su affinità culturali ma per fare delle cose che andavano fatte. Era normale, umano farlo. Non si parlava di pace, di diritti umani. Solo di come portare aiuto a chi ne aveva bisogno con il migliore approccio al lavoro. Nell'ottica del gruppo è sempre stato importante avere ospedali al di qua e al di là della linea del fronte, per rendere visibile la neutralità e l'indipendenza. Non essere all'interno delle politica di coloro che determinano un comportamento in seguito a un giudizio o a un pregiudizio orientato da chissà quali logiche. Nessuna politica, nessuna diplomazia. Un agire normale, per far perdere anche a due feriti, vicini di letto divisi sul campo di battaglia, il senso del concetto di "nemico".
Strada ha ricordato anche l'impegno in Afghanistan, nascosto e discreto già dal 1999, quando quella guerra (ante 11 settembre) era ancora una guerra di serie B. Si riuscì a forza di trattative, nel 2004, a far liberare 1.250 prigionieri rinchiusi in una delle prigioni più infami del mondo, quella di Shebergan. I sopravvissuti della prigione di Mazar-i-Sharif che i caccia statunitensi bombardarono.

Agire, non parlare. Questa è stata sempre la filosofia di Emergency. "Ma adesso - dice Strada - è arrivato il tempo che Emergency faccia vedere, racconti meglio, quello che fa". L'attacco è diretto, senza filtri, com'è nel suo stile. "Non ne posso più di vivere in un Paese dove si pratica, si difende e si esalta il razzismo". La battaglia, avviata nel 2003, per tenere l'Italia fuori dalla guerra all'Iraq è stata persa. E nel modo peggiore. Adesso la guerra è in Italia. Nel senso che è stata importata, digerita e assimilata la logica della guerra, della prevaricazione rispetto all'altro, dell'atteggiamento punitivo verso il debole. Non più soltanto indifferenza nei confronti di povertà ed emarginazione. In Italia, secondo il chirurgo, si è scelta la violenza come metodo di rapportarsi ai propri simili. Non ci sarebbe più stupore per nulla, manca ogni forma di resistenza e l'assuefazione al peggio sta prendendo il sopravvento. Per anni, le guerre che l'Italia combatte e per cui uccide si sono chiamate missioni di pace, umanitarie. Così, per tenere buona l'opinione pubblica. "E oggi che si parla apertamente di guerra?", si chiede Strada nel silenzio dell'Auditorium, "solo indifferenza". La stessa indifferenza che ci fu quando il 92 percento del Parlamento italiano violentò l'articolo 11 della Costituzione, "quella stessa Costituzione che i parlamentari si erano impegnati a difendere".

E poi la nuova sfida. "Bisogna far qualcosa", dice il fondatore di Emergency torturandosi la barba bianca. Che cosa, è tutto da inventare. Forse aprire un altro progetto in Italia, qualcosa di più del poliambulatorio di Palermo, dimostrare agli italiani che la sanità non è un affare privato che possa rientrare nelle logiche aziendali. Far ripartire il programma di Emergency Italia e raccogliere ancora più consensi per aiutare chi ne ha bisogno. E oggi in Italia, c'è bisogno di aiuto. Non solo sanitario.

Nicola Sessa

Categoria: Diritti, Guerra, Migranti, Politica, Armi
Luogo: Italia