12/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



"Non siamo contro il nostro Paese, ma solo contro le azioni fatte dal governo Sharon”
Piloti coraggiosiLa voce del capitano Yonatan – uno dei piloti che, il 24 settembre 2003, in una lettera al capo delle Forze aeree israeliane , generale Dan Halutz, hanno pubblicamente annunciato l’intenzione di rifiutarsi di prendere parte a bombardamenti o agli “omicidi mirati” nei Territori palestinesi – arriva forte e chiara. Ci risponde al telefono portatile, pregando di omettere il suo cognome. Una preoccupazione, la sua, comprensibile, visto il clamore provocato in Israele dalla lettera e vista, soprattutto, la reazione del generale Halutz. “Tratteremo questi vigliacchi come meritano”, aveva detto stizzito. “Sono un cancro e non potranno certo rimanere nell’Esercito“. Questo capitano di 32 anni, che da dieci fa il pilota in aeronautica, da quattro è nella riserva e dopo questo gesto potrà solo lavorare per compagnie civili (ha pagato con l’espulsione), racconta invece una storia diversa. Fatta di senso di responsabilità per le generazioni future. Di coraggio e di ottimismo. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato.

Per quale ragione, ha deciso di sottoscrivere questa lettera? Ho preso questa decisione perché come sionista, come capitano dell’aeronautica e come cittadino ho sentito di avere un’enorme responsabilità per quello che il mio Paese sta facendo e per le generazioni future. Sono un giovane israeliano, poco più che trentenne, e la mia intenzione sarebbe quella di continuare a vivere qui, anche un domani. Devo assumermi quindi la responsabilità di come apparirà in futuro questo Stato. Non mi piacciono per niente le sue sembianze di oggi.

Piloti coraggiosi C’è stato un fatto, qualcosa o qualcuno che ha avuto un peso particolare in questa decisione? Qualsiasi decisione che uno prende nella propria vita è il risultato di una catena di eventi. Abbiamo iniziato a pensare a questo gesto circa un anno e mezzo prima di quando poi l’abbiamo effettivamente messo in atto. Il punto era questo: volevamo rifiutarci di servire al di là della Linea verde (1967). Cioè niente più omicidi mirati nei Territori. Ho visto con i miei occhi che cosa è stato fatto, giorno dopo giorno, dall’aviazione e dall’esercito sul terreno. E, semplicemente, ai piloti firmatari è parso che fossimo in un vicolo cieco: continuando con azioni del genere non si arriva da nessuna parte. Molta gente in Israele non vuole vedere la realtà: chiude gli occhi di fronte al disastro che è già in atto. Per questo abbiamo deciso che era il momento di dare un segnale forte.

Quali sono state le conseguenze del suo gesto? Siamo stati chiamati dal capo delle Forze aeree israeliane, generale Dan Halutz, il quale ci ha congedato. Di sicuro ciò si ripercuoterà pesantemente sulla nostra vita privata: ci guadagneremo da vivere volando per compagnie civili.

Piloti coraggiosi Gli Israeliani hanno capito? Solo in parte. È difficile che l’opinione pubblica israeliana comprenda e accetti la nostra scelta. Ma, dal nostro punto di vista, la situazione era ormai insostenibile.

Quanti piloti hanno sottoscritto questa lettera? All’inizio eravamo in ventisette. Oggi il numero è salito a trentadue.

La sua sensazione è che molti altri la firmeranno? La reazione da parte dei vertici dell’aeronautica è stata durissima. E questo è dovuto, in parte, al fatto che temono un allargamento a macchia d’olio della protesta. Quindi penso che forse l’effetto vero si vedrà nell’opinione pubblica israeliana e nelle reazioni a catena all’interno dell’Esercito – dalle unità da combattimento al gruppo unico d’élite e altri ancora – che si avranno nei prossimi mesi. Nell’aeronautica sempre più piloti si rifiuteranno di portare a termine gli omicidi mirati nei Territori; e questo rifiuto, alla fine, dovrà essere accettato. Da quando abbiamo preso pubblicamente questa posizione, quattro mesi fa, gli assassinii sono stati tre, un numero di molto inferiore alle settimane precedenti. Già questo è un grande risultato. Gli omicidi mirati hanno un effetto devastante sulla popolazione palestinese. Nei mesi scorsi i servizi israeliani sono riusciti a identificare alcuni attentatori e a fermarli in tempo, dimostrando che ci sono così altri modi per garantire la sicurezza. Tutto ciò è parte della reazione positiva, ma non sono poi così sicuro che molti altri si uniranno a noi nel giro di poco tempo. Saranno tanti solo se riprenderanno gli attacchi massicci: nel caso il terrorismo palestinese si scatenasse di nuovo, questo produrrebbe una violentissima reazione da parte israeliana; e allora si dissocerebbero in tanti a Tel Aviv.

Ha un sogno, qualcosa che vorrebbe raggiungere nei prossimi anni? Naturalmente, ce l’ho. Tutti ce li hanno... Ma in Israele la gente sta cominciando a perdere la speranza e anche la capacità stessa di sognare. La ragione per la quale ho fatto questo gesto è proprio perché voglio mantenere una visione ottimista della realtà. Il mio sogno è che il governo israeliano cambi radicalmente indirizzo politico, che esca dai Territori e smantelli tutti gli insediamenti. Penso che dobbiamo farlo comunque, senza esitazioni. Il cambiamento deve iniziare ora soprattutto per le giovani generazioni che, dall’una e dall’altra parte, sono così emotivamente scosse, piene d’odio, da non sopportare più la vista del sangue. Il mio sogno è che gli israeliani possano vivere pacificamente accanto ai palestinesi. So che sto parlando di un giorno molto lontano; ma perché questo possa avverarsi in futuro, bisogna iniziare oggi. Il futuro può essere nerissimo, se il presente è drammatico.

Alessandra Garusi
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Israele - Palestina