09/02/2004
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Abbiamo chiesto un’opinione ad Emiliano Albertini, professore di giornalismo
A nove mesi dal suo insediamento, il governo del presidente argentino
Nestor Kirchner gode dell’82.5 per cento di consensi della
popolazione. Uomo poco conosciuto, giunto al potere solo con il 22
per cento dei voti, Kirchner ha sorpreso il Paese con delle prese di
posizione molto forti in politica estera, nella
giustizia e nella negoziazione del debito.
Sul ‘fenomeno Kirchner’, abbiamo chiesto un’opinione ad Emiliano
Albertini professore di giornalismo all' Università de La Plata ,
città universitaria a pochi chilometri da Buenos Aires.
“Dopo dieci anni di dominio assoluto dell’economia -spiega-
questo presidente ha recuperato la politica. L'ha
recuperata come strumento di cambio e come asse fondamentale di
azione di un governo".
Quali settori sono stati investiti? La giustizia innanzitutto. La crisi argentina, prima ancora che
economica è una crisi politica e di valori. Kirchner
sta ridando dignità alla politica cominciando a saldare i debiti
con il passato. Così si spiegano le riforme alla Corte
suprema di giustizia, organo massimo di potere giuridico, da
sempre accusato di mancanza di indipendenza. In meno di un anno è stato
rinnovato cambiando quasi la metà dei suoi membri. Contemporaneamente,
il governo ha stabilito un nuovo metodo di scelta dei giudici, più
trasparente. E poche settimane fa è arrivata la candidatura di
Carmen Argibay, membro del Tribunale penale internazionale ,
imprigionata nel 1976 durante la dittatura. Se venisse accettata,
sarebbe la prima donna a far parte della Corte suprema.
E nell’ambito dei diritti umani? Kirchner ha inaugurato una politica molto diversa da quella dei governi
precedenti. Nel suo primo discorso all'assemblea dell'Onu, si è detto
«figlio delle Madri e delle Nonne di piazza di Maggio ». Subito dopo,
il parlamento ha annullato due leggi ( Punto Final e Obedencia
Debida ), che hanno ostacolato per anni le indagini sulle violazioni
dei diritti umani commesse durante la dittatura. E' il primo
passo, quindi, per aprire nei prossimi anni una serie di processi
contro i militari.
Molti dei ministri dell’attuale governo (e lo stesso Kirchner) sono stati perseguitati
durante la dittatura... Sì, mi viene in mente un’immagine di un recente colloquio con George W.
Bush: il nostro presidente, la moglie e quasi tutti i ministri presenti
in quell’occasione, 30 anni fa erano prigionieri dei militari.
Quest’uomo e la gente che lo accompagna appartiene
alla generazione degli anni 70. A quelli che si sono opposti alla
dittatura e che oggi non hanno cambiato l’idealismo con gli
affari. Questo spiega la stretta collaborazione del nuovo
governo con le Madri di piazza di Maggio e
l'atteggiamento inequivocabile verso i crimini della
dittatura.
Un esempio: prima dello scorso Natale, un giudice chiese il permesso
perchè 6 ex militari detenuti per violazioni dei diritti umani
passassero le feste a casa propria. Kirchner, così come il ministro
degli Interni, lo appresero dai giornali. Ebbene, quel giudice fu
subito destituito.
La politica è fatta di azioni concrete, ma anche di simboli. Gesti come
questi segnano un cambio netto con il periodo precedente.
A che punto sono le trattative per il debito estero? Kirchner lo sta negoziando con discreta fermezza e molto buon senso. La
posizione che sostiene di fronte al Fondo Monetario Internazionale
(FMI) è semplice e logica: se l’Argentina -dice- non si risolleva
economicamente non potrà mai pagare i creditori. Così ha imposto
dei limiti alle richieste di ulteriori pagamenti. Poi ha diviso tra
debiti ai privati e debiti al FMI, dando a quest’ultimo la priorità. E
promettendo ai privati il risarcimento solo del 25 per cento degli
interessi previsti dagli accordi iniziali. Per anni l’Argentina ha
emesso buoni del tesoro con tassi di interesse altissimi, del 30-40 per
cento ogni tre anni: una pazzia che non ha eguali in nessun Paese del
mondo. Sono condizioni che è impossibile –e ingiusto- rispettare.
Putroppo, questo è uno dei punti più conflittuali della politica di
Kirchner. E’ una trattativa ancora in discussione, che durerà qualche
anno.