07/02/2004
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Intervista a Manuela Dviri
“Non ci si può fermare, perché qui la situazione è veramente disperata,
anche se da fuori lo sembra meno”. Con queste parole esordisce Manuela
Dviri. Eppure, la disperazione non s’addice a questa scrittrice
d’origine padovana, in Italia particolarmente nota per l’attività
giornalistica; in Israele più conosciuta per la sua tenace battaglia
contro la guerra. La iniziò nel febbraio 1998, dopo la morte del figlio
minore, Yoni, avvenuta durante un attacco dei guerriglieri Hezbollah
nella cosiddetta striscia di sicurezza nel Libano meridionale.
Terra di latte e miele – lo spettacolo teatrale scritto a quattro mani
col regista Silvano Piccardi e portato in scena in tutta Italia da una
straordinaria Ottavia Piccolo – riesce finalmente a unire le due anime:
quella d’intellettuale e quella di donna politicamente impegnata.
Fu anche grazie al contributo della Dviri e dell’associazione “Le
Quattro Madri” che il governo israeliano, il 24 maggio 2000, si è
deciso a completare il ritiro delle sue forze dal Libano meridionale.
Da allora, anche lei non si è mai fermata: tra l’altro ha fatto parte,
lo scorso dicembre, della delegazione israeliana agli Accordi di
Ginevra. Ecco l’intervista che ci ha rilasciato.
Lo spettacolo arriverà anche in Israele? Mi è stato richiesto di metterlo in scena anche qui. Ma per ora non ho
deciso nulla, perché vorrebbe dire rifarlo completamente. Se venisse,
vorrei comunque che andasse anche nei Territori.
Qual è stata la più grande soddisfazione? È stata quando l’ho visto andare in scena: Ottavia è riuscita davvero a
rendere il succo dell’esperienza che volevo raccontare, senza in alcun
modo cercare di imitarmi, pur essendo questa in fondo la mia storia.
E la maggiore difficoltà? Forse il fatto che mio marito non l’ha mai voluto vedere e questa è una difficoltà
quasi insormontabile.
Assieme ad altre tre madri, lei riuscì ad ottenere il ritiro israeliano
dal Libano. Ora la situazione sembra molto più impantanata rispetto ad
allora. Qual è il potere delle donne pacifiste in Israele oggi? Sono importanti, ma oggi forse meno di un tempo. Non basta più il
lavoro di alcune donne per muovere l’opinione pubblica israeliana. Il
problema è diventato molto più grave e molto più complicato, rispetto a
qualche anno fa. Il cambiamento ci sarà, solo se ognuno farà la propria
parte. Senza mai fermarsi.
Nell’82, durante la campagna libanese, ci furono i primi refusenik. Nel
suo spettacolo, non compaiono. Lei come giudica questa forza? Potrei risponderle come ha risposto un mio amico pochi giorni fa: “Sono
molto felice che esistano i refuseniks, anche se personalmente non li
accetto”. Dal punto di vista israeliano interno, essi sono molto
pericolosi, perché un giorno uno di loro può dire: “Non vado nei
Territori”; e un altro giorno: “Non vado ad aiutare l’Esercito a
smantellare le colonie”. Quindi, questo movimento potrebbe portare
all’anarchia. Malgrado ciò, poiché la nostra condizione è disperata, se
fossi un ragazzo oggi farei come loro. Nello spettacolo, la figura del
refusenik non compare, perché non appartiene alla mia storia, né a
quella di mio figlio. In fondo, la refusenik in “Terra di latte e
miele” sono io.
Che tipo di impatto hanno avuto gli Accordi di Ginevra sulla società israeliana,
in genere? Gli Accordi di Ginevra non sono affatto piaciuti al primo ministro; il
che dimostra che qualche importanza ce l’hanno, altrimenti Sharon non
se ne sarebbe neanche accorto. Sono fondamentali, perché dimostrano che
un modello di cooperazione, di conciliazione fra i due popoli, esiste.
In particolare, rispondono alla domanda di quella fetta d’opinione
pubblica israeliana e palestinese che continua a ripetere: “Non c’è una
controparte, con cui negoziare”. Questi Accordi dimostrano il
contrario. Più il tempo passa, più la situazione in Israele e nei
Territori diventerà disperata. E più questi Accordi possono diventare
importanti, se verranno riconosciuti dalla comunità internazionale, in
modo da poter modificare anche l’opinione pubblica israeliana. Questa
ha una pessima consigliera: la paura.
Ha un sogno ricorrente? A lungo ho sognato che cercavo mio figlio, quando era piccolo; ma ormai non
lo sogno quasi più.
Che cosa si augura per il futuro? Un governo diverso e della gente meno chiusa, meno spaventata, meno
arrabbiata. La situazione in cui ci troviamo ha messo in ginocchio i
palestinesi; e noi siamo diventati disillusi. Vorrei che fra cento anni
questo fosse un Paese normale, in grado di lavorare assieme ai propri
vicini. Una specie di Stato confederato. Dobbiamo cioè accettare di far
parte del Medio Oriente in modo integrale. Questa sarebbe forse anche
la vera vittoria sul nostro passato. In fondo lo Stato d’Israele non
esisterebbe se l’Europa non ci avesse in pratica costretto a
costruirlo, dopo la Shoah e sei milioni di morti. È tempo di sciogliere
questa rete d’ingiustizie sovrapposte e di ricominciare da zero.