28/01/2004
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Daniela Schifani, la moglie di Luchetta, riflette sui perché di quella tragedia
Il 28 gennaio 1994 tre inviati di una troupe della Rai di Trieste – il
giornalista Marco Luchetta, l’operatore Alessandro Ota e il tecnico di
ripresa Dario D’Angelo – sono a Mostar, in Bosnia-Erzegovina, per
girare uno speciale per il Tg1 sui “bambini senza nome”, nati da stupri
etnici o con i genitori dispersi in guerra. Il conflitto balcanico è al
suo culmine. Due mesi prima il ponte vecchio di Mostar è crollato sotto
i colpi dell’artiglieria croato-bosniaca, diventando il simbolo della
disgregazione della Jugoslavia. A Mostar i rimescolamenti di
popolazione hanno portato a una drastica separazione: la parte ovest è
croata, la parte est è un ghetto musulmano sottoposto a continui
bombardamenti. Luchetta, Ota e D’Angelo sono riusciti a entrarci, e
hanno scoperto un rifugio dove da mesi dormono decine di persone, tra
cui molti bambini. La cantina è buia, e le batterie del faro di
D’Angelo si stanno esaurendo. I tre chiedono a uno dei bambini – si
chiama Zlatko – di uscire. Mentre sono in strada, una granata
proveniente da Mostar Ovest scoppia un metro dietro la troupe.
Luchetta, Ota e D’Angelo muoiono sul colpo. Zlatko, protetto dai corpi
dei tre inviati, si salva.
Dieci anni dopo Daniela Schifani, la moglie di Luchetta, riflette sui perché di
quella tragedia.
E’ mai stato chiarito se quella granata fu lanciata intenzionalmente
contro dei giornalisti “scomodi”, o se piuttosto fu una fatalità? Non potremo mai saperlo. C’è stata un’inchiesta, ma è stata archiviata.
L’unica conclusione è che sono stati vittima di un bombardamento, e
quella zona era bombardata spessissimo. Poi ognuno può farsi l’idea che
vuole, darsi le spiegazioni che lo fanno stare meglio. Sicuramente chi
ha lanciato il razzo sapeva che c’era la stampa, perché per arrivare là
Marco, Alessandro e Dario erano passati attraverso vari check-point con
un blindato dell’Onu.
Lei è mai stata a Mostar dopo quel giorno? Ci sono stata una volta sola, nel 1998. E ci fu una scena che mi
confortò moltissimo. Il sindaco ci disse: “Voglio che voi sappiate che
dal momento in cui loro sono morti hanno smesso di bombardarci, perché
l’attenzione del mondo è stata talmente focalizzata su Mostar Est, che
noi abbiamo smesso di morire”. Questo dà un senso a tutto quanto,
credo.
Che altre impressioni ha portato con sé, dopo aver visitato Mostar? Ho trovato persone che mi hanno commosso, perché sono venute a
ringraziarmi con le pezze addosso. Mi sono sentita veramente male.
Persone che avevano perso tutto, dalla casa alla famiglia, venivano a
dire grazie a me che indubbiamente avevo perso mio marito, ma loro
avevano perso tutto. Ho trovato un calore e un’accoglienza di
un'affettuosità incredibile.
Ha mai maledetto la scelta di Marco di accettare di lavorare in posti così a rischio?
Certo, è impossibile non pensarci. Quando tu metti le cose sul piatto
della bilancia e ti rendi conto di quello che hai perso, fai anche un
ragionamento di questo tipo. Ma resta il fatto che era il suo lavoro,
che era guidato da una curiosità e da uno spirito umanitario, da un
voglia di vedere, capire e spiegare che giustifica tutto quanto. Non è
che lui è partito pensando “Stavolta morirò”. E’ andata così e basta.
Penso che la sua sia stata una scelta da rispettare. E poi cerco di
immedesimarmi anche in chi era costretto a vivere sotto le bombe.
In che senso? Io ho sempre pensato: se domani toccasse a me di essere assediata in
una città, dove tutti mi bombardano e nessuno viene a vedere cosa sta
succedendo, di fronte a un giornalista che viene a rompere il silenzio
e il mio isolamento non penserei “ma guarda questo pazzo che ha
lasciato la moglie e i figli”. Penserei: “meglio che sia venuto, no?”.
Allora credo che se esistono persone che hanno il coraggio e la voglia
di farlo, vanno rispettate.
Con che occhi ha guardato il massacro dei Balcani, dopo quel giorno? Prima era un fatto estraneo, che riguardava una parte del mondo. Dopo
quello che è successo riguardava anche me. Perché di solito noi
guardiamo le notizie dei telegiornali con un certo distacco. La guerra
dei Balcani per me e la mia famiglia non è stata più un fatto asettico,
che per quanto dolorosa restava lontana. Prima era una cosa fisicamente
vicina e non ce ne rendevamo conto, poi ce ne siamo resi conto
drammaticamente. Non è qualcosa da cui posso staccarmi.
I suoi due figli, Carolina e Andrea, oggi hanno rispettivamente 20 e 18
anni. Cosa direbbe loro se volessero fare i giornalisti? Li lascerei assolutamente liberi di scegliere. Ma per il momento il
problema non si pone. Hanno una grande spinta per il sociale, sono
ragazzi molto sensibili e attenti, ma il giornalismo non è nei loro
piani.
Alessandro Ursic