Nelle zone rurali del Cotopaxi, una regione andina dell’Ecuador che si trova
ad un’altitudine di circa 3550 metri sul livello del mare e che prende il nome
dal più alto vulcano ancora in attività al mondo, un gruppo di contadine cerca
di rinnovare i metodi di coltivazione passando da quella tradizionale a quella
biologica. Riunendosi in una associazione per difendere anche i loro diritti,
troppo
spesso calpestati.
Le contadine del Cotopaxi. Prima erano veramente poche, le contadine dell’ Organizacion de las Mujeres,
un gruppo di coltivatrici che fa parte dell’Union Campesina de el Norte del Cotopaxi.
Erano poche, ma adesso che la loro forza economica e sociale sta aumentando,
sono cresciute anche di numero: dalle 600 del 2001 alle 1028 del 2003, e le previsioni
dicono che il numero si amplierà velocemente.
Sono indigene e per questo sono da sempre state discriminate dalle politiche
governative ecuadoriane. Politiche che hanno commesso errori madornali soprattutto
in tema di agricoltura. Una legge del governo dell’Ecuador del 1964 abolisce di
fatto la servitù della gleba, consegnando agli indigeni la proprietà di terreni
sulle alture andine, impervie e difficilmente coltivabili, mentre dona ai bianchi
le terre pianeggianti.
Con l’aiuto dell’organizzazione non governativa internazionale Terre des Hommes,
dal 2001 queste contadine hanno una nuova speranza, un nuovo futuro.
Il piano di lavoro. Le contadine coltivano orti biologici, quindi senza l’utilizzo di sostanze diserbanti
e pesticidi. L'utilizzo di sostanze chimiche
nelle colture tradizionali, oltre a minacciare le risorse
naturali della zona, sta facendo aumentare in modo considerevole le incerte
condizioni di vita della popolazione. Per questo l'Organizacion de las mujeres ha scelto con assoluta convinzione, e grande motivazione, di contrastarne il
devastante e generalizzato uso.
Si è appurato infatti che nel periodo successivo all’inizio delle culture bio,
le malattie delle vie respiratorie e le varie infezioni provocate dagli agenti
chimici utilizzati in precedenza, sono diminuite drasticamente.
Sono diciotto le comunità che stanno mettendo in pratica gli insegnamenti ricevuti
dai collaboratori di Terre des Hommes, e sono tutte molto vicine fra loro; nella grande cordigliera andina.
Oggi in
questa zona, esistono centinaia di orti che fanno parte del progetto e che producono
un totale di quasi quattromila chilogrammi di ortaggi. Una parte considerevole
di queste colture copre il fabbisogno della popolazione e una parte viene venduta.
Il progetto di Terre des Homme vuole anche fare in modo che la produzione agricola rispetti le tradizioni. Sono
molte le specie di ortaggi che vengono coltivati: Cebolla de Rama (purtroppo
sostituita dalla classica cipolla bianca), l’Oca (una specie di tubero dall’alto
valore nutrizionale, tipico della regione andina), l’Amaranto (chiamata anche
l’Oro degli Incas), La Jicama (alimento vegetale che contiene una grande quantità
di insulina naturale).
Sostegno alla produzione. Per sostenere in tutto e per tutto la produzione agricola, l’Omu (Organizacion
de las Mujeres) ha promosso la creazione di un centro de Acopio, una sorta di centro di raccolta e stoccaggio delle merci, dove si accentra
la
lavorazione dei prodotti che arrivano dalle varie colture. Questo centro di
raccolta ha lo scopo di aiutare le contadine anche nella vendita dei loro prodotti.
Biologico o tradizionale? Esiste una notevole differenza fra la coltura biologica e quella tradizionale.
Gli esperti di Terre des Hommes che si occupano di insegnare come si coltiva biologicamente un campo, non hanno
dubbi: questa specie di ritorno al passato con la coltura biologica, potrebbe
determinare un futuro positivo per gran parte della popolazione della regione
andina,
che è fra le più povere di tutto l’Ecuador (basti pensare che l’86 per cento
della popolazione che abita queste regioni vive sotto il
livello di povertà). L’abitudine a coltivare i terreni in maniera tradizionale,
ha fatto sì che la terra assorbisse gran parte delle sostanze chimiche, come i
diserbanti e pesticidi – somministrate in quantità eccessive – facendo perdere
inevitabilmente fertilità al terreno. Ma non solo. Nel corso degli anni, l’uso
smodato di queste sostanze ha causato anche una serie di malattie nella popolazione
che ne veniva a contatto.