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L'unica nota stonata del concerto di ottimismo di ieri erano state le parole di Elkhan Polukhov, portavoce del ministero degli Esteri dell'Azerbaijan: ''Aprire le frontiere tra Turchia e Armenia prima che venga risolta la questione del Nagorno - Karabach sarebbe contrario ai nostri interessi''.
Polukhov commentava così l'intesa raggiunta ieri tra il governo turco e quello armeno, che dava inizio a una nuova fase dei rapporti tra i due stati. Il premier turco Erdogan e il presidente armeno Serzh Sargsya, ieri, hanno confermato la firma di due protocolli che, nel giro di sei mesi, dovrebbero essere approvati dal parlamento di Ankara e da quello di Yerevan. Una normalizzazione dei rapporti diplomatici e la riapertura delle frontiere. L'Azerbaijan, però, ha drizzato le orecchie. L'interesse di Baku sul negoziato, infatti, ruota attorno allo status della regione del Nagorno - Karabach, contesa tra l'Armenia e l'Azerbaijan a colpi di cannone all'inizio degli anni Novanta. Alla fine del 1993 la guerra aveva provocato migliaia di vittime e centinaia di migliaia di rifugiati da entrambe le parti. La regione, enclave cristiana in uno stato a maggioranza musulmana, era stato il pretesto per la Turchia che aveva chiuso le frontiere (e le relazioni diplomatiche) con l'Armenia cristiana, accusata da Ankara di aver scatenato una guerra di aggressione.
Oggi, sembra, la svolta. Il presidente turco Abdullah Gul aveva commentato ieri con entusiasmo la firma dei due protocolli, ma chiedeva una svolta dell'Armenia sulla questione del Nagorno - Karabach. Secondo il popolare quotidiano armeno Yeni Safak, che afferma di essere entrato in possesso del documento finale dell'accordo generale tra Turchia e Armenia, il governo di Yerevan si prepara a smobilitare le truppe che presidiano la regione azera a maggioranza cristiana, dove venne proclamata l'indipendenza, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, e di fatto occupata militarmente dall'Armenia. Se le indiscrezioni del periodico armeno venissero confermate nei prossimi giorni si tratterebbe davvero di una svolta storica nelle relazioni tra i tre paesi. Non a caso, ieri, il responsabile della politica estera Ue Javier Solana si è congratulato con le parti e con la Svizzera, mediatrice della firma dei protocolli.
In realtà, a dividere Yerevan e Ankara, resterebbe il genocidio degli Armeni. Durante la prima guerra mondiale, mentre l'impero ottomano si sfaldava, in Turchia presero il potere gli ufficiali golpisti guidati da Ataturk. La minoranza armena venne ritenuta colpevole di aver minato la saldezza della nazione turca. Per gli armeni si trattò di genocidio, mentre i turchi hanno sempre confutato questa tesi mettendo in dubbio le cifre e le modalità dell'eccidio. In passato, però, il riconoscimento del genocidio era ritenuto determinante da Yerevan per riaprire il dialogo con Ankara, mentre oggi entrambi i governi sembrano decisi ad ammorbidire le rispettive posizioni.
Christian Elia