01/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La vittoria dei Democratici porta aria nuova anche nella relazione con Washington, sulla quale finora Tokyo aveva scarsa voce in capitolo

Di sinistra, per modo di dire. Antiamericano, proprio no. Ma la vittoria del Partito democratico giapponese, che per la prima volta - a parte una parentesi di alcuni mesi negli anni Novanta - rompe il monopolio del conservatore Partito Liberaldemocratico dal dopoguerra a oggi, fa intravedere una potenziale revisione, o almeno una modifica non ininfluente, del rapporto tra il Sol Levante e gli Stati Uniti. Un'alleanza solida, da quando gli Usa scrissero di proprio pugno la costituzione del Giappone uscito a pezzi dalla seconda guerra mondiale e fecero del Paese il loro baluardo asiatico. Ma che ora potrebbe incrinarsi.

Il nuovo premier Yukio Hatoyama, uscito trionfatore dalle elezioni di domenica scorsa, ha studiato nel prestigioso ateneo californiano di Stanford e non può essere certo considerato ostile agli Stati Uniti. Ma in campagna elettorale, per quanto la politica estera non è stata tra gli argomenti più dibattuti, Hatoyama ha fatto capire che il suo partito ha intenzione di ridiscutere con Washington alcuni aspetti dell'alleanza. Innanzitutto, puntando a un ridimensionamento della presenza militare statunitense in Giappone, dove stazionano ancora oggi circa 50mila soldati. Inoltre, ammiccando a un diverso equilibrio regionale asiatico - una "Unione dell'Asia orientale" - e criticando apertamente le politiche economiche Usa, per aver fatto precipitare il mondo nell'attuale recessione.

La questione delle basi statunitensi a Okinawa è particolarmente spinosa. Sull'isola meridionale sono presenti circa 8mila militari americani, che secondo patti già firmati dovrebbero essere trasferiti nel territorio statunitense di Guam entro il 2014, con un costo che per il Giappone potrebbe però toccare i 10 miliardi di dollari: un onere particolarmente sgradito all'opinione pubblica nipponica. Inoltre, alcuni esponenti del partito chiedono il completo e rapido smantellamento della base Usa di Futenma, sempre a Okinawa, dove negli ultimi anni si sono verificati tre casi di stupro di ragazze giapponesi a opera dei soldati americani. Un accordo siglato nel 2005 prevede il graduale trasferimento dei militari di tale base in un'area meno popolata dell'isola, ma solo entro nove anni. Gli Stati Uniti hanno appena fatto sapere di non avere intenzione di rinegoziare il patto.

Anche il ruolo delle forze armate giapponesi, che con il sostegno alla guerra in Afghanistan hanno rotto il tradizionale pacifismo successivo alla Seconda guerra mondiale, potrebbe tornare in discussione: Tokyo minaccia di non rinnovare una missione nell'Oceano Indiano, dove la Marina giapponese rifornisce di carburante gli aerei Usa utilizzati in Afghanistan. Un cambiamento non gradito a Washington; nella sua visita in Giappone a ottobre, il segretario alla Difesa Robert Gates parlerà sicuramente anche di questo.

Il cambiamento epocale nella politica giapponese potrebbe infine portare alla decisione di fare chiarezza sul passato, portando alla luce alcuni patti segreti che Usa e Giappone - nonostante gli interessati neghino - hanno nascosto per anni sui movimenti attorno al nucleare. All'inizio degli anni Settanta, Tokyo enunciò la sua politica dei tre "Mai" sulla questione: mai possedere, produrre o lasciar entrare nel Paese armi atomiche. Ufficialmente, principi rispettati. Ma secondo molti osservatori, in piena Guerra fredda, il Partito Liberaldemocratico e Washington si erano accordati per far entrare in Giappone navi Usa dotate di armi nucleari.

Alessandro Ursic