22/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Un paese in ginocchio, ma ancora capace di iniziativa, di coraggio, di solidarietà
Fernando 'Pino' SolanasSessantatre anni, nato a Buenos Aires, è diventato famoso in tutto il mondo con il film-manifesto L’ora dei forni. Poi si è consacrato tra i migliori autori cinematografici internazionali con Tangos (1985, premio speciale della giuria a Venezia), Sur (1988, palma per la miglior regia a Cannes), Il viaggio (1992, presentato in concorso a Cannes) e La nube (1998, presentato in concorso a Venezia).
La dittatura militare lo costringe all'esilio, per sette anni, in Spagna, Italia e Francia. Tornato in Argentina nell' 84, si dà alla politica attiva (dal '93 al '97) come deputato del Frepaso , una coalizione di centro-sinistra. E' da allora che iniziano le sue denunce alla politica di Menem, per le quali, nel '91, subisce anche un attentato.
"Gli ultimi dieci anni -spiega- sono stati la premessa alla crisi esplosa nel 2001. Una crisi che ha portato il nostro paese ad avere 22 milioni di poveri su 36 milioni di abitanti".

Il suo ultimo film, La memoria del saccheggio, non ancora uscito nelle sale, prende le mosse dalle rivolte del dicembre 2001, in Argentina. Ma la crisi si preparava da anni. Quali sono le cause? Innanzitutto il processo di privatizzazione selvaggia, che ha messo in ginocchio il paese: ferrovie, poste, televisioni, acqua, telefoni, tutto è stato privatizzato. Persino il petrolio, che neanche il regime militare aveva osato alienare. L'Argentina è l'unico paese che ha perso il suo petrolio (era nazionalizzato dal 1907), senza alcuna guerra. Chi ha tratto vantaggio da queste manovre? Le grandi imprese argentine e quelle internazionali, statunitensi ed europee. Il risultato è che, ad esempio, oggi abbiamo il canone telefonico più alto dell'America Latina, senza servizi aggiuntivi. Il discorso è analogo a molti altri servizi: dei 36.000 chilometri di ferrovia, ne sono rimasti 8000, e da 25.000 posti di lavoro nel settore, siamo passati a 15.000. Hanno privatizzato -dicevano- per non obbligare lo Stato a dare sussidi. Ma oggi sono le imprese privatizzate a ricevere i sussidi. Nelle ferrovie sono stati rubati 2000 milioni di dollari. I nostri politici hanno venduto il Paese pezzo per pezzo. Se ora ci troviamo con un debito pubblico di 140 miliardi di dollari, dobbiamo ringraziare loro, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. E' indignante una povertà tanto drammatica ed estesa in un paese immenso, pieno di risorse naturali e di creatività come il nostro.

Gli organismi internazionali e il debito estero: l'Argentina riuscirà a liberarsene? Io lo chiamo debito ' eterno ', non estero. Lo abbiamo pagato già mille volte. Con gli interessi. Occorre dire basta. Non dobbiamo pagarlo più. Tutto qui. Per l'Argentina (e non solo), questo debito è un terribile freno allo sviluppo.

Argentina, comincia la rinascita Arte e crisi: il suo cinema è sempre in relazione con situazioni di crisi. Perchè? La crisi è energia positiva, è l'espressione del conflitto e della voglia di superarlo. Le grandi proposte sono sempre uscite da una crisi profonda. Così è oggi l'Argentina. Assistiamo al continuo proliferare di creatività e di iniziative di ogni tipo. Il nostro Paese non è il solo: tutto il mondo è alla ricerca di un' alternativa. Nella drammaticità di questi tempi, c'è una coscienza nuova e straordinaria nella gente. Un gran fermento che si esprime in molti modi: nel movimento no-global , nelle proteste indigene, nei social forum ...  Ci si è accorti che così non è possibile continuare. Nè con la guerra, nè con il neoliberismo. Occorrono soluzioni diverse, idee nuove.

Una maggiore solidarietà, ad esempio? Anche. L'Argentina, oggi, è il paese delle persone che si autorganizzano, che tentano altre strade, che reagiscono. Sorgono cooperative, mense per i poveri, assemblee di quartiere; gli operai che hanno riaperto le fabbriche, in regime di autogestione... E' il paese che non si vede, che i media ignorano, ma che esiste davvero.

ll suo è un cinema per informare, in molti casi documentaristico. Cosa presuppone? Una grande indagine e uno studio profondo, prima di tutto. Occorre raccogliere le testimonianze della gente e andare a parlare con i responsabili. E soprattutto, cercare le ragioni dei problemi. Bisogna partire con un'idea e poi muoversi, uscire per strada, cercare le cose di cui non si parla. Il cineasta del 'cinema libero' è un detective, un cacciatore. Deve fare quello che i media di solito non fanno. C'è un fatto, a questo proposito, che vale la pena ricordare: la televisione fu il primo servizio privatizzato Menem, che era ben consapevole del potere della  'telecrazia'. In Argentina, negli ultimi 15 anni, la gente era semi-cosciente di quello che si stava preparando, perchè depistata dai mezzi di comunicazione. Un po' come l'Italia di oggi.

Come nascono le idee per il suo cinema? Dalla realtà. Si esce, si va per strada alla scoperta del mondo. Non è la stessa cosa di 'vedere'. Dovunque vada, ho sempre con me la macchina fotografica. Così colgo l'attimo quando mi capita. La telecamera è il mio quaderno di viaggio. Raccolgo le immagini, senza sapere esattamente dove finiranno. Le ricomporrò poi nel film, che è una somma di momenti, una collana fatta di tante piccole pietre, ognuna con un tempo, uno sguardo e un ritmo precisi.

Quali sono le difficoltà del cinema con una forte connotazione sociale? I tempi e i ritmi: oggi siamo abituati a quelli della pubblicità. La velocità rende tutto più difficile. La grande scuola è la TV. Io cerco invece un altro ritmo. Voglio avvicinarmi alla vita, non alla televisione.
 
Che dire del nuovo presidente argentino, Nestor Kirchner? Ha dato il via ad un cambio che già era nella società. Per noi è una grande speranza.

Un commento sulla situazione in Iraq... Bisogna dire basta alla violenza. Basta al piano genocida di Bush e Blair. Ritiriamo le truppe dal Paese. Subito.

Paola Erba
 
Categoria: Media
Luogo: Argentina