04/09/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Stefano Savona, autore del documentario che racconta, in presa diretta, l'attacco a Gaza

scritto per noi da
Nicola Falcinella

Premio speciale della giuria nella competizioni Cineasti del presente al 62° Festival del film di Locarno che si è chiuso a Ferragosto. È Piombo fuso - Cast Lead di Stefano Savona, il documentario dell'unico cineasta occidentale presente nella Striscia di Gaza nel gennaio scorso durante l'operazione dell'esercito israeliano contro Hamas.

Savona, già noto per aver filmato in solitudine i combattenti curdi in Primavera in Kurdistan, ha ripreso alcuni momenti di quelle giornate riproponendole in modo molto forte e originale. E ha dedicato il premio ''alla gente di Gaza, perché non scegliamo noi dove nascere''. Il film andrà in onda su Rai3 il 17 settembre prossimo, in seconda serata, in versione ridotta (52 minuti contro gli 82 di quella presentata a Locano) dentro il programma Doc3.
''Il premio - ha dichiarato il regista ricevendo notizia del riconoscimento - mi incoraggia a continuare il percorso cominciato con questo progetto, che fin dall'inizio, è stata una scommessa produttiva e formale: cercare di raccontare le vicende contemporanee come fossero storiche, utilizzando una narrazione cinematografica per andare al di là dei meccanismi e delle convenzioni della cronaca odierna dell'attualità, ridotta spesso a una svogliata illustrazione di una realtà frammentata''.

Stefano Savona, cominciamo dal finale così simbolico con i fuggiaschi nella notte.
Sono anziani le cui case sono state distrutte nel quartiere di Jabaliya a Gaza City. Più che un quartiere è un campo profughi, 300mila persone quasi nessuna delle quali è originaria della città, ma sono i discendenti di coloro che vi si rifugiarono dopo il 1948, dopo la Nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la nascita d'Israele ndr). La donna che parla contro Hamas viene rimproverata dalle persone intorno a lei. È stata una scena incredibile, si è svolta con la complicità del buio. Non capivo quel che dicevano, non vedevo quel che stavo riprendendo, aspettavo i fari delle automobili per illuminare un po'. Però sentivo che stava accadendo qualcosa di forte. Solo quando ho rivisto le immagini e mi sono fatto tradurre i discorsi mi sono reso conto di quel che avevo filmato.

Quasi tutti i palestinesi che si vedono appoggiano Hamas.
E' difficile fare un discorso di rappresentanza politica a Gaza. Da là non si può uscire e non si può entrare. Le persone non hanno possibilità di incontrarsi e il 70 percento vive grazie agli aiuti dell'Onu. Quando c'erano le colonie era paradossalmente più facile muoversi, oggi con 'l'indipendenza' non si può uscire, intorno a Gaza c'è un muro impenetrabile. Prendiamo il mio interprete, che si è laureato a Dubai, lavorava là e guadagnava molto. È tornato a Gaza tre anni fa per una vacanza e non ha più potuto uscire, si sente murato dentro. Non ci sono diritti di cittadinanza e Gaza è considerato solo un luogo di terroristi. In Israele per mandarsi a quel paese ormai dicono: vai a bere il mare a Gaza! Le dinamiche che nascono sono le peggiori, come nei lager e leggere I sommersi e i salvati di Primo Levi mi ha aiutato. Non si può dare la colpa a tutti i palestinesi per i discorsi e la politica di Hamas. Di certo la guerra non ha fatto che aumentare il consenso per gli estremisti.

Il padre che ha perso il figlio di dodici anni parla a favore di Hamas.
Non è un fondamentalista, le sue parole nascono dalla rabbia della tragedia. Vent'anni fa queste persone avrebbero parlato con le parole del comunismo, ora da islamisti. L'unica ideologia che resta è la resistenza a Israele. Nei diversi periodi c'è qualcuno che riesce a dargli delle parole d'ordine. Così il bambino di dodici anni subito dopo la morte diventa un martire di Hamas e si vede chiaramente che la guerra sposta l'opinione pubblica verso gli estremisti. Mentre i sopravvissuti si vergognano di non essere morti, è una reazione frequente nei contesti di resistenza.

È stato difficile filmare tutto da solo?
Per la prima volta nessuno mi ha detto di non filmare qualcosa. Sono sempre stato libero di riprendere. In giro c'ero solo io con la videocamera, è stata una guerra poco mediatizzata, la gente capiva che ero là a mie spese e a mio pericolo. All'inizio avevo qualche timore a filmare le donne velate perché so che non amano essere riprese, poi ho notato che anche loro facevano segni di vittoria con le dita e mi sono sentito più sicuro a riprenderle. Con Hamas ufficialmente non ho mai avuto nessun contatto, non mi hanno contattato né detto nulla.

Quante ore di girato aveva? Quando ha deciso di fare un film così?
In tutto avevo meno di venti ore di girato, tutte nei momenti in cui potevo stare in giro, perché non avevo nessuna reale protezione e non potevo rischiare. Ero andato là per fare delle clip per una web tv che mettevo online tutte le sere via cellulare. L'idea di fare un film è venuta rivedendo il materiale. Volevo valorizzare le immagini come documentazione di quel che era accaduto e abbiamo fatto un gran lavoro sulle immagini e il suono.

Non ha aggiunto commenti, ha mantenuto una distanza rispetto a quel che mostra.
Ogni parola mia sarebbe stata superflua rispetto a quel che è successo. Però nella versione televisiva dovrò necessariamente essere più didascalico. Ho cercato in tutti i modi di non fare un film per iniziati.

Il film finisce con il cessate il fuoco.
Sì, finisce dove comincia il film che sto montando ora. Dovrebbe intitolarsi Le case Samouni dal nome di una famiglia che fu massacrata a freddo. Gli israeliani operarono in questo modo per terrorizzare gli abitanti e farli scappare per poter avanzare più facilmente. Ho intervistato i sopravvissuti e sentito cose incredibili e difficili da ripetere. Per fortuna ora anche tra i militari israeliani qualcuno comincia a raccontare.

Ha visto Valzer con Bashir sulla guerra in Libano dell'82? Che ne pensa?
E' un film facile, dove c'è un'autoassoluzione. Mi spiace si sia parlato molto di questo trascurando Z32 dell'israeliano Avi Mograbi, che problematizza di più quel che succede. Spero che a Israele non servano trenta anni per capire cosa è successo.

Tornerà a filmare a Gaza?
Vorrei tornare per filmare la ricostruzione. Sento le persone ogni settimana, aspettano il cemento per iniziare a ricostruire le case, ma c'è l'embargo sul cemento e non possono.

Come già per Primavera in Kurdistan ha filmato tutto da solo.
Ho fatto di necessità virtù e mi piace. Per ora va bene girare in questo modo, è più facile mescolarsi fra le persone. A Gaza la priorità era lo sguardo. Anche una sola persona in più, un fonico, sarebbe stata di troppo. E poi mi piace il lavoro quasi da archeologo sul materiale girato, sul suono per ricostruire le sensazioni originarie. Però l'altro lavoro che sto facendo ora, in Sicilia con il sostegno della Regione, lo sto realizzando con altre persone. Raccogliamo testimonianze sulla vita contadina con anziani di più di 85 anni chiedendo loro cosa hanno mangiato nella loro vita. Servirà per un archivio della cultura contadina, ne faremo delle installazioni e un documentario. Queste persone si porteranno nella tomba una cultura che non esiste più. Anche questa è un'urgenza.