17/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Come trasformare ammassi di abitazioni insalubri in dignitose case popolari
Favelas“Sono nato a Montes Claros nel nord del Minas Gerais e lì sono cresciuto. Sono venuto in città in cerca di migliori condizioni di vita. Sono cresciuto da bracciante, proprio il tipico lavoratore del campo. Quando siamo cresciuti non c’erano scuole nella zona. Ho cominciato la prima elementare, a 16-17 anni, ma non riuscivo a studiare perché dovevo lavorare per vivere. A 21 anni sono venuto in città ancora con l’idea di studiare. Nel primo anno mio padre è morto. Ha lasciato mia madre molto povera con 9 figli. Ho dovuto smettere di studiare, far venire mia madre dalla campagna e, con gli stessi soldi con cui pagavo la scuola, ho pagato l’affitto della favela in cui vivevamo e sostenuto le spese per mia madre e i miei fratelli. Così è stata la mia vita”.

Questa è la storia di Lorival Pereira Gomes, 57 anni, di Belo Horizonte, una storia come tante in un Paese come il Brasile. Centosettanta milioni di abitanti. Un territorio più vasto dell’Europa. Tra le prime dieci economie del mondo. Un terzo della popolazione sotto la soglia della povertà. Una grande creatività e la capacità di vivere le occasioni della vita. Un Paese pieno di contraddizioni. E’ con questi concetti essenziali che l’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale ( Avsi ) ha voluto schematizzare la realtà di un territorio tanto complesso, dove da più di venti anni sta portando avanti programmi mirati alla riduzione della povertà e provando a dimostrare che risanare le favelas si può. Con progetti di urbanizzazione e il coordinamento di nuovi centri nutrizionali, sanitari, socio-educativi e di microimprenditorialità l’Avsi è presente in molte zone d’emergenza del Paese sudamericano.

Favelas “Le favelas sono una realtà molto particolare, tipica di un Paese altrettanto originale”. A raccontarlo è Enrico Novara, un ingegnere dell’Avsi che da undici anni vive in Brasile per seguirne il recupero: “La favela è un agglomerato di nuclei abitativi precari nati senza alcun ordine dalla migrazione interna dei contadini che si dirigevano verso le megalopoli. Il sogno di dire addio alle misere condizioni della vita in campagna grazie alle possibilità offerte dalla città ha attirato, negli ultimi 50 anni, circa il 60 per cento della popolazione rurale. Le prime favelas nacquero negli anni Sessanta ma con un difetto principale proprio nella localizzazione: troppo lontane da quei benefici (lavoro, salute, educazione) che la popolazione rurale si immaginava di trovare in città e che li aveva spinti a trasferirsi”. I brasiliani cominciarono ad occupare i terreni lasciati liberi dall’espansione urbana e dai grandi proprietari terrieri. In alcuni casi, pur di rimanere nella città, vennero occupati addirittura il mare o le rive dei fiumi. Il primo tentativo di migliorare le pessime condizioni di vita arrivò agli inizi degli anni Ottanta.

“A Belo Horizonte la Chiesa cattolica stava già sostenendo da anni i movimenti popolari che rivendicavano il miglioramento delle condizioni di vita nelle favelas – racconta Novara – Ma fu nel gennaio del 1983 che il municipio emanò per la prima volta in Brasile la legge Pro-Favela . Un vero e proprio certificato di nascita delle favelas. Da quel momento comparvero nella mappa ufficiale della città”. Furono costruite scale di accesso, muri di sostegno, fognature, pavimentazione di vicoli, raccolta dei rifiuti, qualche servizio sociale, scuola infantile e ambulatorio medico. “Durante quegli anni – riprende l’ingegnere - alcuni ricercatori constatavano che, nelle aree legalizzate, quasi il 90 per cento delle case erano state costruite in mattoni e oltre il 45 per cento a due piani. Gli abitanti, sentendosi sicuri e stabili in quel luogo, investirono le loro piccole risorse nel miglioramento delle abitazioni”. “Naturalmente ci sono ancora tantissimi interventi da fare in molti altri luoghi del Paese, ma l’esempio di Belo Horizonte è significativo – sottolinea Enrico Novara – La vera povertà non si misura solo attraverso il reddito pro capite medio o la distribuzione della ricchezza totale prodotta dalla nazione. Ogni singolo favelados, ogni comunità rappresentano una ricchezza e portano con sé un grande calore”.

Spesso è bastato creare una rete fognaria, far arrivare l’elettricità e l’acqua corrente per “rivoluzionare” quel mondo. “A Contagem, una favela di Belo Horizonte nata in una conca di deflusso delle fogne dei quartieri circostanti, – spiega come esempio Novara - la fogna è stata interrata e sopra di essa è stata disegnata la strada principale della favela. Prima le case si affacciavano verso l’esterno dell’ avvallamento e le più ‘strutturate’ si trovavano ai suoi bordi. Poi si è verificato il fenomeno opposto. Gli abitanti stessi hanno costruito i negozi e le bancarelle sulla strada in fondo alla valle, dando vita ad una piccola zona commerciale”.

Anche le favelas di Ribeira Azul sono un esempio di come le case popolari possono avere dignità in ogni parte del mondo. “Il recupero ambientale e sociale di Ribeira Azul – spiega l’ingegnere – è iniziato nel ‘93. Ci abitavano circa 35.000 famiglie. I primi interventi stanno creando strade, portando la luce, l’acqua e le fognature e stanno nascendo nuove case che vanno a sostituire le palafitte. Arrivano anche i servizi sociali essenziali: asili, scuole professionali e istituti di microcredito. Il tutto basato, appunto, sullo studio del contesto sociale e delle singolarità delle persone coinvolte”. La riurbanizzazione delle favelas sta portando una visibile riduzione del rischio fisico e delle malattie. Nelle famiglie che accompagnano i propri bambini nei nuovi asili si è verificata una evidente riduzione della mortalità prenatale e infantile, della denutrizione e delle malattie causate dalla sporcizia. Tutte le nuove case hanno o avranno un piccolo appezzamento di terra-giardino e potranno espandersi sia in orizzontale che in verticale, in modo da poter ospitare parenti che si trasferiscono o figli che si sposano. “Non solo – aggiunge l’ingegnere - c’è anche il posto per un’eventuale attività in proprio, magari nata dall’operosità di una madre. Tante volte, sotto la veranda di casa, sono state aperte piccolissime botteghe. Semplici, essenziali, ma utili a tutta la comunità”. E sono anche nate cooperative di credito, che fanno piccoli prestiti per l’acquisto di elettrodomestici o di altri oggetti utili, oppure aiutano a pensare, progettare e finanziare i possibili ampliamenti.

Stella Spinelli
 
Categoria: Popoli
Luogo: Brasile