Appello per la liberazione di Aziz, un palestinese arrestato per attivismo sociale
Aziz è stato
arrestato. Il suo vero nome è Mohammed Fawzi Tanji, ma la gente lo chiama
Aziz. A Tulkarem, una piccola città della Cisgiordania lo conoscono tutti, così
come i volontari e i cooperanti internazionali che hanno partecipato ai
progetti di solidarietà con la città palestinese, funestata dalla stretta
prossimità al muro di separazione israeliano. Qualcuno se lo ricorda per il
discorso che fece alla manifestazione contro la guerra il 20 marzo 2004, ma
soprattutto Aziz è stato uno dei palestinesi che ha maggiormente aiutato
l’associazione italo-palestinese Kufia e diverse altre Ong, ad avviare vari progetti
nel campo
profughi di Tulkarem, in particolare un centro di aggregazione per i giovani
della comunità.

Arrestato senza accuse. Il due marzo, mentre come ogni settimana si recava in autobus da
Tulkarem a Ramallah per frequentare l’università, Aziz è stato fermato da due
agenti della sicurezza israeliana, è stato portato via per essere interrogato
e
poi posto agli
arresti amministrativi.
L’arresto è stato messo in
relazione con l’attentato di Tel Aviv del 25 febbraio, per una
maliziosa
associazione di idee: si presume infatti, che l’attentatore fosse
partito da
Tulkarem, dal villaggio dove Aziz vive e lavora. Adesso Aziz è recluso
in una
struttura detentiva israeliana, ma ancora non sono state divulgate le
imputazioni a
suo carico, solo una generica accusa per attività anti israeliane. In
suo sostegno si sono sollevate diverse voci internazionali, che
hanno lanciato un appello per spiegare come gli arresti indiscriminati
che
l’esercito israeliano compie dopo ogni attentato sono solo un
pretesto. “Il
motivo vero –si legge nell’appello – è che Aziz abita nel conflitto e
nel
disagio ed aiuta la sua gente a resistere all’occupazione israeliana in
modo
creativo e non violento, rispondendo con la cultura, l’educazione e il
lavoro,
insieme a persone come lui, insieme a palestinesi ed israeliani,
americani ed
europei che credono che l’unica risposta possibile sia recuperare
quello che ci
rende esseri umani.” In un altro appello sottoscritto, tra gli altri,
da Luisa Morgantini, Ali
Rashid e Vauro Senesi, ci si domanda: “Non sappiamo dove sia Aziz, né
se il
fermo diventerà un arresto vero e proprio, conosciamo però la violenza
con cui
vengono condotti gli interrogatori, la paura e il dolore dei suoi
genitori che
temono di non vederlo più tornare.” Aziz ha raccontato di essere stato
maltrattato e minacciato durante gli interrogatori, in sua difesa si è
schierato il Public Committee Against Torture, che ha protestato, senza
successo, presso l'Alta Corte di Giustizia d'Israele.
Azioni sovversive. Nel
centro dove lavorava Mohammad-Aziz, i bambini dei campi profughi imparano a
elaborare il proprio disagio attraverso il disegno e il colore, mentre gli
adulti frequentano seminari sulla non violenza e studiano le lingue per
emergere dall’umiliazione dell’inerzia imposta loro dall’occupazione. Aziz aveva
portato gruppi di ragazzi israeliani e palestinesi in visita in Italia, aveva
organizzato delle cooperative per aiutare le donne del campo a gestire piccole
attività e diverse volte si era anche adoperato per le adozioni a distanza.
Recentemente aveva anche organizzato una manifestazione a Tulkarem per chiedere
la liberazione di Giuliana Sgrena. Di sicuro non era un violento, ma nella realtà
palestinese a
partire dalla seconda intifada, questo apparente paradosso non è stato un caso
isolato. Agli occhi delle forze armate israeliane, troppo spesso essere impegnati
nel sociale o in politica ha significato essere sospettati di terrorismo, la
prossimità è stata confusa con la compromissione e la ricerca del dialogo con
la sovversione.