15/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Appello per la liberazione di Aziz, un palestinese arrestato per attivismo sociale
Aziz è stato arrestato. Il suo vero nome è Mohammed Fawzi Tanji, ma la gente lo chiama Aziz. A Tulkarem, una piccola città della Cisgiordania lo conoscono tutti, così come i volontari e i cooperanti internazionali che hanno partecipato ai progetti di solidarietà con la città palestinese, funestata dalla stretta prossimità al muro di separazione israeliano. Qualcuno se lo ricorda per il discorso che fece alla manifestazione contro la guerra il 20 marzo 2004, ma soprattutto Aziz è stato uno dei palestinesi che ha maggiormente aiutato l’associazione italo-palestinese Kufia e diverse altre Ong, ad avviare vari progetti nel campo profughi di Tulkarem, in particolare un centro di aggregazione per i giovani della comunità.
  Mohammed Fawzi Tanji
Arrestato senza accuse. Il due marzo, mentre come ogni settimana si recava in autobus da Tulkarem a Ramallah per frequentare l’università, Aziz è stato fermato da due agenti della sicurezza israeliana, è stato portato via per essere interrogato e poi posto agli arresti amministrativi. L’arresto è stato messo in relazione con l’attentato di Tel Aviv del 25 febbraio, per una maliziosa associazione di idee: si presume infatti, che l’attentatore fosse partito da Tulkarem, dal villaggio dove Aziz vive e lavora. Adesso Aziz è recluso in una struttura detentiva israeliana, ma ancora non sono state divulgate le imputazioni a suo carico, solo una generica accusa per attività anti israeliane. In suo sostegno si sono sollevate diverse voci internazionali, che hanno lanciato un appello per spiegare come gli arresti indiscriminati che l’esercito israeliano compie dopo ogni attentato sono solo un pretesto. “Il motivo vero –si legge nell’appello – è che Aziz abita nel conflitto e nel disagio ed aiuta la sua gente a resistere all’occupazione israeliana in modo creativo e non violento, rispondendo con la cultura, l’educazione e il lavoro, insieme a persone come lui, insieme a palestinesi ed israeliani, americani ed europei che credono che l’unica risposta possibile sia recuperare quello che ci rende esseri umani.” In un altro appello sottoscritto, tra gli altri, da Luisa Morgantini, Ali Rashid e Vauro Senesi, ci si domanda: “Non sappiamo dove sia Aziz, né se il fermo diventerà un arresto vero e proprio, conosciamo però la violenza con cui vengono condotti gli interrogatori, la paura e il dolore dei suoi genitori che temono di non vederlo più tornare.” Aziz ha raccontato di essere stato maltrattato e minacciato durante gli interrogatori, in sua difesa si è schierato il Public Committee Against Torture, che ha protestato, senza successo, presso l'Alta Corte di Giustizia d'Israele.

Vignetta di Vauro per il progetto KufiaAzioni sovversive. Nel centro dove lavorava Mohammad-Aziz, i bambini dei campi profughi imparano a elaborare il proprio disagio attraverso il disegno e il colore, mentre gli adulti frequentano seminari sulla non violenza e studiano le lingue per emergere dall’umiliazione dell’inerzia imposta loro dall’occupazione. Aziz aveva portato gruppi di ragazzi israeliani e palestinesi in visita in Italia, aveva organizzato delle cooperative per aiutare le donne del campo a gestire piccole attività e diverse volte si era anche adoperato per le adozioni a distanza. Recentemente aveva anche organizzato una manifestazione a Tulkarem per chiedere la liberazione di Giuliana Sgrena. Di sicuro non era un violento, ma nella realtà palestinese a partire dalla seconda intifada, questo apparente paradosso non è stato un caso isolato. Agli occhi delle forze armate israeliane, troppo spesso essere impegnati nel sociale o in politica ha significato essere sospettati di terrorismo, la prossimità è stata confusa con la compromissione e la ricerca del dialogo con la sovversione.
 

Naoki Tomasini

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