20/08/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



I 200 immigrati della Cartiera bruciata a luglio, tra l'incertezza del futuro e le maglie sempre più strette del pacchetto sicurezza

Scritto per noi da
Gianluca Ursini

Un semplice gesto, come colpire inavvertitamente un fornelletto. Un piccolo oggetto, cose della vita di tutti i giorni. Ma se si vive nelle condizioni disperate che vedete ritratte nelle foto in queste pagine si può trasformare in un inferno. E cambiarti la vita. Se la tua vita è ristretta al limitato orizzonte di una fabbrica abbandonata a Rosarno, Africa. O Calabria, alle porte di quell'Africa così vicina ma così lontana per i ragazzi che hanno provato ad attraversare il mare a rischio della propria vita per vedere tutti i loro sogni infrangersi contro la realtà di una economia che ha bisogno del loro lavoro in nero e che non ha nessun interesse a legalizzarli.

Bruciano le speranze. La notte del 20 luglio alla Cartiera (una ex fabbrica messa su da un imprenditore romagnolo con fondi dell'Unione europea, poi scomparso prima ancora di iniziare a produrre) sulla statale tra i paesoni di Rosarno e San Ferdinando nella piana di Gioja Tauro sono andati in fumo tutti i piccoli averi dei duecento lavoratori stagionali che vi abitano da oltre cinque anni nell'incapacità delle istituzioni di affrontare la situazione. La Regione si è affrettata a dire che la protezione civile calabrese ha portato ristoro e abiti per duecento persone a questi ragazzi; la Cgil, i sindacati, la Cisl hanno chiesto "soluzioni definitive" al dramma dei sans papiers nei paesi della ricca vallata calabrese, un continuo di aranceti ed uliveti. In realtà, qualche prete gesuita delle comunità mariane di vita cristiana, i volontari locali dell'Osservatorio Migranti e i reggini del centro sociale ‘Cartella' hanno provato a portare mercoledì 23 luglio un po' di conforto ai duecento ragazzi che sono rimasti bloccati in questo angolo di Sud dal decreto Maroni. E sì, perché se ti fermi a farci quattro chiacchiere ti spiegheranno perché non sono in movimento ("in questo periodo dell'anno di solito sono già a Siracusa a raccogliere ortaggi o sono pronti ad andare a Foggia per i pomodori" spiega Rita Libri, volontaria dell'Osservatorio migranti) a cercarsi lavoro da un'altra parte.
Hanno paura a mettersi in treno. A viaggiare; sono bloccati in Calabria. Hanno il terrore di essere arrestati. Stefano (qui tutti lo chiamano cosi) è del Ghana e organizza la truppa dei suoi connazionali mentre i volontari del Kollettivo Onda Rossa di Cinquefrondi, paesino attiguo, distribuiscono shampoo, magliette calze e pantaloni. "Qui a Rosarno non c'è niente da fare ma quale alternativa abbiamo? I ragazzi del centro sociale ci hanno messo a disposizione degli avvocati per capire la nuova legge, e se non capisco che cosa mi succede, io non mi muovo di qua..."

E non si muovono anche se le condizioni sono sempre peggiori: "Lavoro ne hanno poco, fanno quattro lavoretti nei campi per i piccoli proprietari, e la loro paga è diminuita, da 25 a 20 euro al giorno, ora che la raccolta dei mandarini è finita; ma non hanno dove andare e non hanno alternative". Stessa scena nella ex fabbrica di succo d'arance ‘Rognetta' sulla statale che va a Gioja: una lunga fila di ragazzi burkinabé, ghanesi e nigeriani, togolesi e ivoriani. Tutti con un tratto comune: sono sbarcati a Lampedusa per la maggior parte, quasi tutti sono stati deportati al centro Sant'Anna di Crotone, vicino l'aeroporto: un grosso girone infernale dove la ruota non gira quasi mai verso l'espulsione. Il centro è ingestibile per il numero di immigrati in arrivo, e i poliziotti dopo qualche settimana li lasciano liberi. Da Crotone si riversano nelle campagne calabresi, in attesa di trovare qualcuno che li regolarizzi; quasi nessuno di loro ha dei documenti. Hanno tutti il terrore di quello che succederà adesso con il decreto Maroni. Nessuno sa spiegare loro bene di che si tratti, sono spaventati. L'unico placido è Vladimir, un enorme ucraino 50enne; la sua figura figurerebbe bene sotto una di quelle didascalie: "Che ci faccio io qui?" mentre fa la fila tra i suoi compari africani per ritirare un paio di mutande pulite e una maglietta che lo tenga fresco di sera. E' tranquillo perché sa che un bianco non verrà mai espulso dalla polizia italiana. ‘Sì, lavoro c'è poco, e pagano poco una giornata, ma cosa vuoi fare? Dove posso andare? In Sicilia o Puglia no è meglio. Stiamo qui e vediamo se spunta un lavoro fisso". L'unico che proverà la fortuna è David, un ivoriano invasato che strepita e litiga con tutti quelli che lo voglionio togliere dalla fila che ha imboccato per la quarta volta alla ricerca della felpa sulla quale si è fissato: "Io sono ivoriano ed ero regolare. Avevo la mia vita tranquillina a Bologna finchè non mi hanno rubato tutti i documenti; ho un fratello là di 40 anni, con una bella moglie e un buon lavoro. Ma adesso lui deve pensare ai suoi figli, ed io a me stesso. Mi metterò sul treno per Foggia: sono sicuro che nessun poliziotto mi rimanderà in Africa; sanno che qua servono i lavoratori come noi".

Essere buoni non rende, è il messaggio italiano. Di sicuro consegnare dei criminali alla giustizia non aiuta a diventare italiani; il ragazzo ivoriano e il ghanese che hanno subito l'aggressione di due malavitosi calabresi l'11 dicembre passato avevano fatto domanda per ottenere il permesso di soggiorno in base all'articolo 18 della legge Bossi - Fini. Come spiega l'avvocatessa Anna Foti dell'associazione di aiuto ai migranti di Reggio, l'articolo era stato pensato per le ragazze che si prostituivano e decidevano di denunciare i loro sfruttatori. Anche i due africani colpiti da una raffica di kalashnikov quella sera d'inverno e che con le loro testimonianze hanno portato all'arresto di due balordi (uno dei due, Andrea Fortugno, è stato condannato a maggio a 16 anni di carcere per tentato omicidio in primo grado) pensavano di meritare un permesso di soggiorno "per buona condotta". La loro richiesta è stata purtroppo rigettata dal questore reggino Musolino. Un caso del quale lo Stato dovrebbe rendere conto. Chissà perché alla televisione queste notizie non vengono mai riportate...

Permesso di soggiorno in nome di Dio. "Noi accoglieremo questi ragazzi e non permetteremo che vengano rimandati al loro Paese. Siamo tutti figli della stessa terra e figli dello stesso Dio. Concederemo loro, come fanno i nostri fratelli comboniani, un permesso di soggiorno in nome di Dio". Don Gianni Ladiana è il prete animatore del centro mariano ‘Cvx' di Reggio e insieme con altri sacerdoti delle comunità valdesi e ortodosse e battiste della provincia reggina sta organizzando una rete di sostegno perché nessuno di questi ragazzi che non ha mai commesso un reato, ma ha subito estorsioni e intimidazioni di ogni tipo dai mafiosetti della Piana, non abbia a subire altri torti, oltre a quello di avere già pagato in media 3mila dollari per arrivare in un Paese che adesso li considera dei criminali; dal giorno 8 agosto, il giorno della vergogna italiana.

 

 

Parole chiave: Rosarno, migranti, calabria, cartiera
Categoria: Migranti
Luogo: Italia