28/01/2004
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Psichiatra e membro della Commissione per i Diritti Umani in Palestina
Dottor Sarraj, Lei lavora come psichiatra, ma è anche membro della
Commissione per i Diritti Umani in Palestina. Quale dei due incarichi è
venuto prima? Tutto è iniziato parecchio tempo fa, quando mi laureai in medicina e
fui assegnato al reparto di psichiatria. All’epoca lavoravo in un
ospedale d’Alessandria, in Egitto. Lì scoprii che i pazienti con
malattie mentali, spesso avevano subito gravi violazioni dei diritti
umani. Da quel momento, questo campo divenne per me importantissimo.
Feci ritorno a Gaza, che era già sott’occupazione. Lavorando, imparai
molto riguardo alle violazioni dei diritti umani e alle conseguenze
sull’equilibrio psichico della gente. S’intensificò dunque il mio
impegno anche su quel fronte. Recentemente, Lei ha detto: “La gente è
il prodotto dell’ambiente, dell’aria che respira. Da un posto disperato
non potranno uscire che dei martiri, ragazzi/e che pensano che la morte
sia l’inizio della vita”.
Può spiegarci meglio? Dalla psicologia sappiamo che i bambini assorbono come spugne
l’ambiente in cui vivono. Subiscono l’influenza dei genitori, degli
insegnati, dello standard di vita. Se nascono e crescono in un luogo
intellettualmente stimolante, la loro mente sarà vivace. E questo vale
per la musica, la creatività, l’apprendimento delle lingue, ecc. Nel
caso di Gaza, l’aria che si respira è fatta di privazioni, traumi e
violenze; i bambini ne risentono pesantemente. E a questo influsso
s’aggiunge il ricordo quotidiano di un passato familiare da rifugiati e
dannati della terra. Tutto ciò, messo assieme, porta al rancore che
caratterizza oggi la popolazione palestinese. C’è un trauma che può
cambiare radicalmente la vita di un bambino. E quel trauma è il
pestaggio, l’umiliazione del padre. Egli, agli occhi dei piccoli,
simboleggia il potere. Se la sua figura viene distrutta, i danni nella
psiche infantile saranno enormi; subito, il bambino cercherà un suo
sostituto e lo troverà, durante la prima adolescenza, nel gruppo. Hamas
prenderà allora il posto del padre, che è più potente di chiunque altro
per il suo legame con Dio. Quando la vita è solo sopraffazione, dolore,
abusi, l’alternativa offerta ai futuri martiri – quella di un posto in
paradiso accanto al profeta Maometto – acquista un peso enorme. C’è
sempre un momento nel quale un potenziale martire decide di diventare
tale. Che incontri qualcuno su una strada, in una scuola, in una
moschea.
È possibile influire in tale processo? Innanzitutto bisogna dare alla gente un’alternativa, qualcosa che
trasmetta speranza, prosperità. E la sensazione che la vita vale la
pena di essere vissuta. In secondo luogo, c’è bisogno di una leadership
forte, capace di comunicare un messaggio (quello di una pace possibile)
e di modificare, da subito, l’ambiente. La gente deve poterci credere
nuovamente in tutto questo; se rinasce la speranza, nessun kamikaze si
farà più esplodere.
Come definirebbe il rapporto di Yasser Arafat col primo ministro, Abu
Ala? Tempo fa, Lei disse che il presidente palestinese impediva
l’applicazione della legge. È ancora così? Arafat, per la sua personalità, ha conflitti con tutti. Egli ha bisogno
di essere riconosciuto come il Padre della nazione, vuole essere
rispettato. In questo è paranoico: qualsiasi cosa venga fatta alle sue
spalle, viene presa come una cospirazione per costringerlo alle
dimissioni, o, peggio, per farlo fuori. E le sue reazioni allora sono
violentissime, come nel caso dell’ex primo ministro Abu Mazen. Della
legge, Arafat se ne frega. L’accetta nella misura in cui gli conviene.
Poi, in questo momento, c’è poi così tanta pressione su di lui sia
dall’interno che dall’esterno…. In linea di principio, ciò che gli
importa non è la legge, ma come viene trattato. È stato umiliato dagli
americani e dagli israeliani; fino al punto che da due anni vive
confinato in una stanza. È un prigioniero. Non lo si può ammazzare, ma
nemmeno liberare. Questo stato di detenzione di fatto s’aggiunge
all’umiliazione, all’insulto nei confronti del Padre da parte del suo
stesso popolo e dei suoi interlocutori. È qualcosa d’inaccettabile per
lui. E questo non è stato capito né da Abu Mazen (che anche per questa
ragione ha perso l’incarico), né dall’attuale primo ministro che
rischia lo stesso naufragio.
Ci sono nuovi leader palestinesi emergenti? Come considera Marwan
Barghouti? Marwan Barghouti è sicuramente un potenziale leader dei
palestinesi, almeno per quanto riguarda il partito di al Fatah. Ma deve
uscire dal carcere di massima sicurezza di Chatta, nel nord di Israele;
e solo dopo se ne riparlerà. Tuttavia già da lì sta esercitando una
forte influenza su al Fatah e su molti sviluppi politici, compresa la
hudna (la tregua unilaterale dichiarata il 19 giugno e interrotta il 19
agosto in seguito all’attentato di Gerusalemme, ndr) e compreso
l’Accordo Beilin-Abed Rabbo siglato recentemente a Ginevra. Spero
dunque che Barghouti venga rilasciato; e che poi egli possa contribuire
all’avvio di nuove dinamiche. È uno promettente.
In quale stato versa il sistema giudiziario palestinese? Tempo fa, a questo proposito, Lei disse: “I tribunali militari sono il
rimedio sbagliato, perché minano la legge, distruggono lo spirito e la
struttura della società civile”. Abu Mazen, subito dopo la nomina,
aveva convinto Arafat a smantellare tutti i tribunali militari. Questo
è stato realizzato. Ed è un ottimo risultato. Inoltre, aveva scelto un
nuovo Procuratore Generale; anche questo fatto è stato decisivo. Oggi,
quindi, non esistono più tribunali militari in Palestina; ma questo
Gabinetto ha recentemente dichiarato lo stato d’emergenza e può, almeno
in linea teorica, rimetterli in auge. Dubito però che lo farà.
Come spiega il fatto che, da quando è in carica l’Autorità nazionale
palestinese, le esecuzioni in campo palestinese si siano moltiplicate? Quando si deve far fronte ad un nemico esterno, l’energia va tutta in
quella direzione e si è uniti. Quando invece, per qualsiasi ragione, ci
si rilassa (e questo è successo fra il 1994 e il 2000), si acuiscono
nuovamente i conflitti all’interno del proprio campo, fra gruppi e
famiglie diverse. La tensione allora risale e scoppia la violenza. Ci
sono vari fattori che giocano nell’attuazione di un crimine: primo fra
tutti, quello dell’onore. Nella nostra cultura, è fortissimo. E quando
si parla d’onore, si parla di donne. Sono loro a dare la misura
dell’onore degli uomini: possono essere sacrificate per un uomo. Ci
sono poi altri elementi da considerare, quali le divisioni politiche e
tribali. Se non c’è una leadership forte che ispiri la nazione intera e
che possa introdurre il concetto di cittadinanza (ciò che almeno
inizialmente era l’Olp), allora gli uomini affondano nella corruzione,
nell’abuso del ruolo della legge; il risultato è un’accresciuta
tensione all’interno della società stessa e un aumento dei crimini.
Quali differenze ci sono fra la prima e la seconda Intifada? La quantità di violenza, in questa seconda Intifada, è decisamente
superiore. Inoltre, molti meno bambini palestinesi sono coinvolti nel
lancio di pietre rispetto all’87. Altra differenza: oggi non c’è alcuna
leadership unitaria; il conflitto ha un carattere più militare e, di
conseguenza, si è sviluppato più velocemente. Questo, in modo tragico,
ha contribuito all’elezione del primo ministro Sharon nel febbraio 2000
e poi alla tenuta del suo governo. La prima Intifada portò, il 13
luglio 2000, all’elezione del primo ministro israeliano Yizak Rabin.
Questo si spiega col fatto che l’intera società israeliana si stava
muovendo verso la pace. Sul fronte palestinese, la ribellione era in
gran parte non violenta: erano soprattutto i bambini a lanciare le
pietre. Ciò influenzò positivamente gli israeliani che divennero più
pacifici. Ripeto: la seconda Intifada è più violenta; quindi, gli
israeliani hanno più paura, sono maggiormente paranoici e aggressivi. È
il primo e più significativo cambiamento. Il governo di Sharon ha
introdotto un numero elevatissimo di carro armati nei Territori e sta
portando a compimento un’agenda di “esecuzioni mirate” senza
precedenti. E la stessa cosa accade fra i palestinesi: la quantità di
civili uccisi in attentati portati a termine da kamikaze non è mai
stata così alta.
A parte la maggior quantità di armi che ci sono in giro, a che cosa
viene attribuita quest’enorme escalation di violenza che caratterizza
la seconda Intifada? È una trappola, nella quale sono cadute tutte e due le parti. Esse sono
controllate dalle proprie fazioni più estremiste. Nella nostra società
Hamas ha bisogno di Sharon, nella misura in cui Sharon ha bisogno di
Hamas. Per questo si sostengono a vicenda. La conseguenza più grave di
questa situazione è che c’è una completa perdita di fiducia su ambedue
i fronti. Tuttavia, la prima e la seconda Intifada sono fra loro anche
strettamente connesse: i kamikaze che si sono fatti esplodere in questi
mesi, sono i bambini che nell’87, all’età di sei o sette anni,
gettavano pietre. Il trauma della prima Intifada ha condotto a
quest’altro tragico esito. È il frutto della disillusione, della
mancanza di una vera leadership. Quello palestinese è oggi un popolo
disperato.
Per quale ragione, oggi i bambini di Gaza sognano di farsi esplodere? Da un nostro studio realizzato nella striscia di Gaza, risulta appunto
che il 37 per cento dei bambini ha il sogno di fare il martire da
grande. È una statistica che fa venire i brividi. La ragione delle loro
risposte è semplice: lo shahid (martire, ndr), agli occhi dei piccoli,
è una figura potentissima, soprattutto dopo che quella del padre è
stata umiliata e di fatto destituita. Il martire può decidere, infatti,
della vita e della morte (di sé e di altri), come se fosse un semi-Dio.
In assenza di qualunque altro modello di potere, il bambino sceglie
così quello proposto dallo shahid.
Fino a che punto, i bambini palestinesi sono manipolati da Hamas e altri gruppi
del genere? Sono manipolati in questo senso: partecipano ai funerali, guardano la
tv, assistono alle uccisioni israeliane, sperimentano da piccolissimi
che cosa significhi correre per sfuggire ad un bombardamento. La loro
realtà quotidiana è intrisa di violenza. Spesso mi si chiede se a
scuola s’insegna l’odio nei confronti del popolo israeliano. Rispondo
che non c’è bisogno. Basta crescere in un campo profughi, oppure non
lontano da una colonia ebraica: qualunque bambino si chiederebbe il
perché di quei tetti rossi e prati curatissimi (dell’insediamento) e di
quei tetti in lamiera e mucchi di spazzatura e fogne a cielo aperto
(del campo profughi). L’invidia nasce subito; e a questa poi si
aggiungono gli ammazzamenti, le torture. Così, i palestinesi non
riescono più a vedere gli israeliani come esseri umani. Li identificano
con i loro soldati e i loro carro armati.
Avete bisogno di personalità d’eccezione come Nelson Mandela o Desmond
Tutu in Sudafrica per iniziare quel “processo di autoguarigione”
auspicato da molti? Sì. Abbiamo bisogno di leader che rendano possibile questa
riconciliazione con noi stessi, con una grande fetta della nostra
società, per poter poi riconciliarci con gli israeliani. Finché ci sarà
guerra, distruzione e morte, la gente non riuscirà a guardarsi dentro.
Ma dovrà molto presto farlo; dovrà ammettere le proprie perdite e dovrà
piangere i propri morti. Ci neghiamo anche questo oggi. Israele, lo
stesso: dovrà guardarsi dentro e toccare con mano anche le proprie
colpe.
Nel 1996, per due volte, Lei è stato arrestato dall’Autorità
palestinese a causa di suoi articoli, nei quali ne denunciava la
corruzione. Qual è la situazione oggi? È pessima. L’Autorità palestinese non esiste quasi più. Oggi Israele ha
rioccupato i Territori; la cosa più urgente da fare è liberare i
palestinesi dall’aggressione esterna. In campo palestinese, non c’è
alcuna autorità riconosciuta. È l’anarchia.
L’esperienza del carcere ha modificato il suo approccio nei confronti della vita
e delle cose? Sì, mi ha cambiato profondamente. Ho scoperto parti di me che non
conoscevo, ma anche aspetti della gente che mi stava attorno, dei
prigionieri, dell’Autorità palestinese. Condividevo la cella con un
gruppo di Hamas e utilizzavo il mio tempo appunto per capire il loro
punto di vista. Parlare con loro mi ha spalancato la mente su un altro
mondo. Il mio impegno sul fronte del rispetto dei diritti umani s’è
rafforzato lì, in quel carcere. Oggi credo che i diritti umani siano il
solo codice etico, al quale ho intenzione di attenermi. Nessun’altra
identità, ideologia, religione, partito politico. Per questo mi sento
di criticare fortemente gli Stati Uniti, per le violazioni dei diritti
umani che commettono sia all’estero che sul loro territorio. C’è un
asse che lega l’Amministrazione americana, alcuni dittatori arabi e
l’occupazione israeliana.
Quando Lei è stato rilasciato, che cosa le hanno detto gli altri prigionieri?
Solo questo: ti prego, non dimenticarti di noi. Per esperienza
personale, so quanto possa essere doloroso, difficile e talvolta
insostenibile questa condizione. È importante continuare a far loro
sapere quanto ci stanno a cuore, quanto li pensiamo.
Quanti palestinesi sono tuttora detenuti nelle carceri israeliane? Circa 7mila.
E in quelle palestinesi? Di prigionieri politici, in pratica, non ce ne sono. La maggior parte
di coloro che erano nel mio stesso carcere, sono stati rilasciati.
Ha mai pensato di lasciare Gaza? A volte ho bisogno di fermarmi e di
riposarmi un po’. Voglio aver tempo anche solo per scrivere o per
uscire. Ciò non significa che desideri andarmene da qui. Dalla nostra
esperienza del ’47, sappiamo che lasciare la propria casa è la peggior
tragedia che possa capitare. È meglio essere uccisi in battaglia che
vivere come rifugiati. Non vogliamo ripetere quell’esperienza, o morire
lontano da nostro letto.
Dunque, Lei ha la sensazione di essere al posto giusto al momento giusto? Sì, assolutamente.
Ha un sogno? Ne ho due. Il primo è un sogno per l’umanità: che il conflitto
israelo-palestinese si risolva pacificamente e in modo tale da
rispettare la dignità di ciascuno. La pace in Terra Santa
significherebbe la pace nel mondo intero; finché ci sarà guerra qui, in
nessun altro angolo della terra si dormiranno davvero sonni tranquilli.
Il secondo sogno è quello di avere una barca e di poter andare di porto
in porto nel Mar Mediterraneo.
Alessandra Garusi