29/01/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



L’11 settembre 2001 Colleen Kelly perdeva suo fratello William
Families for peacefulPochi giorni dopo, assieme ad alcuni familiari delle vittime degli attacchi di New York, Washington e del volo numero 93, Colleen fondava un’associazione chiamata Peaceful Tomorrows , Futuri di Pace. Fin dalla nascita, Peaceful Tomorrows si è opposta alla politica della “guerra preventiva” sostenuta dal Presidente statunitense George W. Bush in Afghanistan prima e in Iraq poi. Assieme agli altri membri dell’associazione, Colleen ha infatti chiesto che alla violenza brutale degli attentati non seguisse altra violenza e che agli oltre tremila morti di quel famigerato settembre non si sommassero altri morti. Da più di due anni, Colleen e i familiari delle vittime dell’11 settembre si dedicano alla divulgazione di un messaggio di pace che ponga freno alla guerra e che serva da esempio per le future generazioni.

Colleen, tuo fratello è rimasto ucciso nel tragico attacco al World Trade Center. Qual è stata la prima sensazione che hai provato? Inizialmente ho avuto una reazione molto emotiva, come tutti, d’altronde. Shock, confusione, tanta rabbia. Poi però, quando ho avuto modo di riflettere e di ragionare, mi sono resa conto, assieme ad altri nella mia situazione, che non volevo vedere ancora violenza, ancora sangue, ancora morti. Ho superato l’odio. Era chiaro che il mio paese sarebbe intervenuto militarmente in Afghanistan e ho pensato alle migliaia di famiglie afgane che sarebbero state lacerate da un’ennesima guerra. Anche loro, come mio fratello, si sarebbero trovate nel posto sbagliato e al momento sbagliato, pagando ingiustamente.
In tutte le guerre l’80-90 per cento delle vittime si contano tra i civili. Questo pensiero ha fatto sì che sul sentimento prevalesse la ragione. Tutti coloro che subiscono una violenza vengono sopraffatti da rabbia e tristezza.
Abbiamo voluto impedire che ciò accadesse anche a noi.

Sono ancora molte le famiglie dei morti dell’11 settembre a non aver aderito al vostro progetto? Appena dopo gli attacchi, negli ultimi mesi del 2001, eravamo una minoranza. Molti non condividevano le nostre posizioni. Poi c’è stata la guerra in Afghanistan, dove sono morte migliaia di innocenti. Qui in America ci si è chiesto se fosse giusto. Alcuni familiari delle vittime del World Trade Center, del Pentagono, del Volo 93 hanno cominciato a bussare alla nostra porta, a unirsi a noi. Quando il nostro governo decise di intervenire in Iraq, ne arrivarono altri ancora: sono stati i bombardamenti su Baghdad e sul resto del Paese a far sì che una larga fetta dell'opinione pubblica americana si opponesse con un secco "no" alla guerra.
Dopo l’11 settembre 2003, a due anni dall’attacco, la nostra associazione ha raccolto molte, moltissime persone che hanno avuto modo di riflettere e di non farsi sopraffare dall’odio. Nel frattempo abbiamo avuto il sostegno di diverse associazioni, che ci hanno dato pieno appoggio e alle quali siamo infinitamente grati. Ci siamo commossi quando abbiamo saputo dei soldati italiani a Nassiriya, ci commuoviamo ogni qualvolta qualcuno perde la vita laggiù, sia esso civile o militare. E sono questi atroci massacri, pieni di pura follia, a indurre molti americani oggi a pensare: “E’ proprio questo che volevamo?"

Tu e la tua associazione, Peaceful Tomorrows, avete firmato l’appello di Emergency per il cessate il fuoco. Ma cosa vuol dire veramente “cessate il fuoco”? Vuol dire rifiutarsi di credere che la guerra sia una risposta alla violenza. Vuol dire essere convinti che ci sia una soluzione alternativa allo scontro che non implichi morte, ma dialogo.
Gli interventi in Afghanistan e in Iraq hanno chiaramente dimostrato di non essere soluzioni valide, ma di generare ancora più odio.
Per questo tutti noi di Peaceful Tomorrows abbiamo aderito l’appello con entusiasmo. Ci battiamo affinché siano iniziative come queste, non le armi, non il terrore, ad essere promosse e divulgate. “Cessate il fuoco” vuol dire farsi portavoce di un messaggio di pace. E’ per questo che abbiamo voluto firmare.

Che tipo di attività svolgete per promuovere le vostre iniziative? Portiamo il nostro messaggio nelle scuole, nei centri ricreativi, organizziamo conferenze. Crediamo sia importante parlare soprattutto ai giovani, trasmettendo loro un messaggio di pace e di speranza. Vogliamo che imparino a pensare ad un mondo senza guerre, dove esistano alternative valide alla violenza.
Ma l’iniziativa più importante che abbiamo intrapreso è stato l’invio di alcune nostre delegazioni in Afghanistan e in Iraq. Abbiamo voluto incontrare le famiglie delle vittime dell’intervento americano. Uomini, donne, bambini che come noi piangono i loro cari, morti in una guerra assurda. E’ stato importante per noi come per loro. Pur vivendo in Paesi e culture diverse, pur essendo governati da persone che si odiano a vicenda, l’incontrarli ha significato superare barriere, odio, rancore e portare avanti l’unico messaggio che oggi noi e loro possono concepire: che la pace e l’amore devono vincere. Sempre.

Pablo Trincia

 
Categoria: Pace
Luogo: Stati Uniti