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La giornata del 18 agosto verrà ricordata per l'infinita sequenza di attentati che ha colpito l'Afghanistan dalla capitale fino alle province del sud. Questa è la campagna elettorale dei talebani. E il messaggio è molto chiaro: che nessuno vada a votare. Si vedrà se il lancio di razzi sul palazzo presidenziale di Hamid Karzai, considerato una vera fortezza, se la minaccia di colpire i seggi elettorali, o quella di tagliare le dita a chi ritirerà la scheda e avrà l'indice sporco d'inchiostro, terrà gli afgani lontani dalle urne. Ciò nonostante il massiccio impegno delle forze Isaf per garantire la sicurezza il 20 agosto, giorno delle elezioni. La vera sfida che Karzai (e Washington) deve vincere, non è quella con Abdullah Abdullah unico dei 31 avversarti politici capace di portarlo al ballottaggio, bensì con i talebani. Quanti dei 17 milioni di elettori si asterranno? È su questi numeri che si giocherà la partita tra Karzai e i talebani.
Il valore delle elezioni. Governi e osservatori occidentali indipendenti sono consapevoli del rischio brogli e della consuetudine corruttiva che ha preso piede nei mercati di Kabul. I certificati elettorali sono diventati una preziosa merce: Ian Pannell, corrispondente della Bbc è riuscito a comprarne a decine per il tramite del suo fixer (guida-interprete) afgano. Il prezzo è di dieci dollari. Il sistema perverso permette, a chi può comprare molti certificati, di rivendere ai candidati o ai loro grandi elettori un cospicuo pacchetto voti per diverse migliaia di dollari. Ma dalle capitali europee arriva la frase consolatoria: meglio un voto corrotto che nessun voto.
Una volta c'era Bush. Per Hamid Karzai, i tempi dell'ombrello dorato di Washington sono lontani. Il presidente non gode della stessa sponda che Geroge W. Bush gli forniva dalla Casa Bianca. La nuova amministrazione Obama non ritiene Karzai così affidabile e Hillary Clinton, il Segretario di Stato Usa, in un'intervista al Financial Times all'inizio dell'anno non ebbe remore a definire l'Afghanistan un "narco-stato messo in ginocchio dalla corruzione e privo di una leadership capace". Nelle ultime settimane Karzai ha dovuto gestire prima l'accusa di avere un fratello legato ai grandi mercanti della droga e poi spiegare, nel corso di una trasmissione televisiva, i suoi rapporti con il generale Abdul Rashid Dostum, tornato in patria in questi giorni (con il permesso di Karzai) dopo sette mesi di esilio in Turchia. Dostum, Signore della guerra inviso agli Usa di Obama (in particolare alla Clinton), potrebbe garantire a Karzai quel pugno di voti che gli eviterebbe il ballottaggio. L'ambasciata Usa a Kabul, prevedendo scontati accordi elettorali tra Karzai e Dostum ha comunicato, al governo afgano il disappunto di Washington preoccupata del ruolo oggi in Afghanistan del generale Dostum, la cui reputazione personale è stata macchiata da acclarate responsabilità in massicce violazioni di diritti umani.
Le nuove strategie Usa. Gli Stati Uniti non hanno al momento molte scelte. Devono sostenere lo svolgimento delle elezioni che vedono comunque favorito Karzai, l'uomo più potente dell'Afghanistan e gestore per anni di miliardi di dollari di aiuti entrati nelle casse di Kabul.
Quello dell'afflusso alle urne sarà un test importante anche per la politica statunitense nel Paese e per la nuova strategia annunciata dal generale Stanley McChrystal: allontanare la popolazione dai talebani e conquistarne la fiducia. Un progetto ambizioso quello del Counterinsurgency che ha raccolto lo scetticismo (personale) di Joe Biden, il vice di Barack Obama. Secondo uno studio commissionato dalla Difesa, una strategia mirata allo sradicamento delle posizioni talebane dal tessuto tribale e decentrato afgano richiederebbe un termine medio di 14 anni. Un termine che, nell'ottica (personale) di Joe Biden, gli Stati Uniti non possono permettersi.
Nicola Sessa