24/08/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli eserciti si alternano e si alleano nel tentativo di controllare il piccolo villaggio di montagna del Nord Kivu e le sue ricchezze

Scritto per noi da

Giorgio Caccamo

Muhanga è un piccolo villaggio di montagna, a 0° 25' di latitudine, non lontano dall'Equatore, circondato dalla foresta, insomma simile a tanti altri che costellano il Nord Kivu. Ma a differenza di altri villaggi, e nonostante le difficoltà per raggiungerli, Muhanga e Bunyatenge sono da tempo al centro dell'interesse di tutti i gruppi armati (governativi e "ribelli"), sia per ragioni strategiche che per la grande ricchezza del loro sottosuolo.

Deviando dalla grande strada Butembo-Goma, gli ultimi chilometri da Mbingi a Muhanga sono i più duri. Appena 43 km, poco più della distanza di una maratona; eppure una jeep impiega almeno quattro ore per giungere a Muhanga, praticamente il doppio di un atleta olimpionico. A volte però di ore ne occorrono quasi venti... Dopo alcuni mesi di stanziamento dei ribelli mayi-mayi, all'inizio di luglio l'esercito regolare, FARDC (forze armate della RDCongo), ha annunciato di voler riassumere il controllo dell'area Mbingi-Bunyatenge-Muhanga, nell'ambito dell'operazione Kimya II, condotta contro i gruppi FDLR (Forces Démocratiques de Libération du Rwanda), considerati pericolosi dal governo ruandese e una "presenza che turba la pace" dal Congo. L'arrivo a Muhanga di decine di soldati e mezzi militari non è stato affatto indolore, come ogni arrivo di un gruppo armato, ma questa volta aggravato dalla mescolanza - mixage - con gli elementi provenienti dal CNDP (Congrès National pour la Défense du Peuple), filo-ruandesi, spesso aggressivi nei confronti della popolazione e degli stessi "commilitoni" congolesi.
Già prima dell'arrivo della 112ª brigata FARDC, il villaggio si era svuotato, con la gente impaurita che su consiglio delle autorità del territorio di Lubero si era rifugiata sulla collina sovrastante. Così i soldati hanno avuto vita facile nell'entrare e rovistare nelle capanne del villaggio. Ma neanche il rientro delle famiglie nelle proprie case ha scongiurato il ripetersi di episodi simili, denunciati dalla gente di Muhanga, pur tra comprensibili timori e spesso in anonimato.


Una maman, una donna del villaggio, ha riferito di un soldato che esigeva un maiale per il contingente, pretendendolo prima gratis e poi per non più di cinque dollari. Sulla strada la scena è sempre la stessa: uomini e donne costretti a caricare sulle proprie schiene cibo e taniche d'acqua per i soldati, fino all'accampamento o addirittura fino a Fatua, a due giorni di marcia. La gente va ai campi a procurarsi qualche tubero da mangiare, prima che siano "requisiti" dai soldati. D'altra parte la strada tortuosa rende difficili anche i rifornimenti per l'esercito, dunque le richieste di cibo ricadono inevitabilmente sulla gente dei villaggi. Gli uomini sono obbligati a sdraiarsi per terra prima che vengano perquisite le loro abitazioni. I soldati sfoggiano i loro fucili e le loro granate anche in mezzo ai bambini che giocano e guardano impauriti. Più di una volta i militari hanno proditoriamente abbandonato proiettili nelle case - non prima di averle saccheggiate - con l'intento di estendere a tutti l'accusa di nascondere armi e collaborare con i ribelli.
Non tutti però sembrano aver paura. C'è pure chi, con cinico pragmatismo, trova il modo di fare affari con i soldati governativi, buoni clienti tanto quanto i "patrioti resistenti congolesi" (PARECO), i mayi-mayi, e le FDLR. Poco contano infatti le divise, le bandiere o le sigle: un militare va volentieri alla ricerca delle stesse "merci", sesso e alcol. Ed infatti sono le stesse prostitute a vendere ai soldati anche un pessimo liquore distillato artigianalmente.
Il grande consumo di alcol e droghe tra le truppe non aiuta certo a infondere fiducia nella gente, né a garantire sicurezza. È stato nondimeno un soldato ubriaco a svelare spontaneamente i piani originari dell'esercito: l'ordine ufficiale era infatti di incendiare tutte le case di Muhanga, presunti covi di ribelli, ordine fortunatamente non eseguito.
In questa situazione non può non destare perplessità l'atteggiamento inspiegabile delle ONG e degli altri organismi internazionali, comprese le agenzie delle Nazioni Unite. Se una volta giustificavano la loro assenza da quest'area perché considerata "zona rossa" e dunque pericolosa, oggi continuano - salvo rarissime eccezioni, come OLK e Handicap International - a non intervenire nonostante il grande dispiegamento di mezzi e la distribuzione di aiuti lungo lo stradone.
In realtà Muhanga e Bunyatenge non sono più solo vijiji, un villaggi come tanti altri: qui sono ormai concreti gli effetti delle strategie politiche e militari del governo di Kinshasa (ma anche di Washington, Parigi o Kigali...). È stato imposto il mixage tra FARDC e CNDP, e la promiscuità all'interno delle forze armate rende difficilissimo il controllo della disciplina da parte di qualche ufficiale impegnato e volenteroso.
Può essere in questo senso emblematico quanto è accaduto il 15 luglio a me e ad un altro ragazzo italiano. Mentre viaggiavamo con altre sette persone a bordo di un'auto della missione Waibrahimu, a pochi chilometri da Muhanga abbiamo subìto un'aggressione armata da parte di tre militari a volto coperto, tra i quali un ufficiale con il grado di comandante - presumibilmente CNDP. Costretti sotto la minaccia delle armi a scendere dalla jeep, siamo stati poi derubati dei nostri bagagli, dei passaporti, dei soldi.
I soldati hanno poi preso a calci uno dei nostri compagni di viaggio congolesi e ci hanno intimato di risalire a bordo, sparando anche qualche colpo di fucile, fortunatamente senza fare feriti. Effettuate le debite denunce alle autorità militari e civili, locali e della MONUC (missione ONU in RDCongo), la refurtiva è stata comunque recuperata molto presto, anche perché i tre si erano subito diretti al villaggio, dove sono stati catturati da uomini della stessa brigata di cui facevano parte. In realtà è molto probabile che si trattasse di una intimidazione, più che di un'aggressione a fini di rapina. Ancora una volta, però, si sono palesate le lacerazioni interne all'esercito congolese ed appunto le difficoltà di mantenere una certa disciplina tra le truppe.
L'equilibrio è pertanto pericolosamente instabile: la coesistenza forzata e le tensioni tutt'altro che latenti sfociano troppo spesso in scontri anche fisici tra soldati ubriachi di entrambi i gruppi. Semplicemente, come ha confessato amaramente un ufficiale congolese, «non si può mischiare lo zucchero con il pili, con il peperoncino".

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