30/01/2004
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Hector (Toti) Flores è un personaggio emblematico dell'Argentina di oggi
Toti è un piquetero. Appartiene al Movimiento Trabajadores Desempleados
(MTD). Ed è uno dei tanti disoccupati che, già dalla metà degli anni
90, si sono fatti conoscere per il piquete, il blocco delle strade in
segno di protesta. Lo abbiamo incontrato alla Matanza, ex dormitorio
operaio alla periferia di Buenos Aires, un milione e 800mila abitanti,
di cui 300.000mila senza lavoro. In Argentina, i 'disoccupati
organizzati' come Toti sono oltre 10mila: una realtà fortissima, divisa
in una miriade di gruppi, che oggi non si limita più alle proteste, ma
ha dato vita a iniziative disparate: cooperative, comedores populares
(le mense gratuite per i poveri), spazi di incontro e di istruzione.
Come la cooperativa di Toti, il Centro para la educacion y formacion de
cultura comunitaria, dove lavorano una cinquantina di persone, il
'nocciolo duro' dell' MTD.
Com'è nata l'idea della cooperativa? Per anni, noi del gruppo dell'MTD ci incontravamo solo alle
manifestazioni. Ad un certo punto sentimmo il bisogno di organizzarci
in forma costruttiva. Per farlo, occorreva un progetto comune.
Così pensammo di costruire una scuola elementare. Lo so, l'idea può
sembrare folle e fuori luogo in un ambiente dove l'istruzione
non è il primo bisogno della gente. Lo stesso, entrammo
in un edificio abbandonato e cominciammo. Avremmo creato una scuola
diversa, simile all'esperienza dei Sem Terra , in Brasile. Una scuola
che non riproducesse il sistema educativo di sempre. La cooperativa fu
il modo per finanziarci. Le sue prime attività produttive furono una
panetteria e un laboratorio di serigrafia e di stampa. Poi
vennero una casa editrice, due laboratori di sartoria e uno di
pittura. Ora siamo in 50 a vivere un po' della cooperativa, un po' del
lavoro occasionale.
Per noi è un'esperienza staordinaria. Ci ha dato fiducia, entusiasmo e
dimostra che l'autogestione è possibile. Se noi lavoratori creiamo la
ricchezza, possiamo anche amministrarla. Il nostro è un processo
molto simile a quello delle fabbriche recuperate, le imprese
abbandonate dai proprietari alla fine degli anni 90 e fatte funzionare
da operai e impiegati. Oggi l'Argentina è piena di esperienze di
autogestione. Abbiamo visto il modello di Menem, neoliberista
andare in fumo. Così non resta che organizzarci e
acquistare fiducia nella nostra iniziativa. Si tratta di
esperienze marginali, è vero. Ma sono tante e mai viste prima. L'MTD
punta proprio su questa riorganizzazione 'dal basso': del lavoro, della
politica, dei servizi. La nostra cooperativa, ad esempio, è un polo
d'attrazione per il quartiere.
Nel quadro dei movimenti di piqueteros, voi siete un gruppo a parte. In cosa vi
differenziate? Innazitutto, rifiutiamo i piani assistenziali ( planes ), cioè i soldi
che il governo dà ai disoccupati (150 pesos per famiglia al mese,
l'equivalente di 50 euro, n.d.r. ). Su questi piani si struttura
l'organizzazione di molti gruppi di piqueteros .
In che senso? Il governo concede i planes ad alcuni gruppi di disoccupati,
perchè li distribuiscano. Questi diventano così il parametro su
cui ogni gruppo si conta e valuta la propria influenza.
Secondo noi, i planes, più che andare incontro alle necessità della
gente, sono un perfetto sistema di dominazione. Mi spiego meglio: in
Argentina, nei quartieri poveri, è tipica la figura del puntero . E' un
uomo di partito che gira per i quartieri ripartendo l'assitenza dello
Stato. In cambio, fa pressione perchè si partecipi ad una mobilitazione
o si dia il voto a questo o quel partito. Per anni ha spadroneggiato il
PJ( Partido Jusiticialista) , il Peronismo. Menem raccoglieva qui la
maggior parte dei suoi voti. Oggi, alcuni piani assitenziali sono in
mano ai piqueteros, altri restano al PJ . Le correnti di disoccupati
che accettano i piani, di fatto si conformano ad un sistema perverso e
mafioso, da sempre usato dai partiti.
C'è poi un secondo aspetto: i planes non generano coscienza.
Incentivano la cultura della sopravvivenza, facendo perdere quella del
lavoro. Un esempio: con 150 pesos per famiglia, non si vive, si
sopravvive. La gente, per portare qualcosa a casa, baratta, trova
lavori saltuari e cerca di unire al piano altri aiuti: la borsa de
comida (i buoni per la spesa) e l'assitenza medica. Questo 'arrangiarsi
per la sopravvivenza', improduttivo e faticoso, viene chiamato lavoro.
In una recente inchiesta tra i giovani della Matanza (50% di
disoccupazione) molti dicevano di lavorare. Poi si scopriva che
vivevano di piani assitenziali. Si arriva cioè all'assurdo di scambiare
i piani assitenziali per lavoro: chi non l'ha mai avuto, non sa neanche
cos'è.
Quanti siete? Abbiamo un nocciolo duro di cinquanta di militanti. Poi, in base
alle mobilitazioni, raggiungiamo il centinaio o migliaio di persone.
Siamo solo dei catalizzatori della combattività della gente, ma non
abbiamo l'abitudine di contarci, né di protestare continuamente, come
fanno altre correnti. Liberi da vincoli politici, gettiamo le idee e
raccogliamo le risposte.
Avete un coordinamento nazionale? No, perchè comprometterebbe la costruzione del movimento dalla base.
Nei gruppi di piqueteros più importanti, quelli che si appoggiano ai
partiti (il Polo Obrero , ad esempio), politica e decisioni non vengono
discusse in quartiere. Le prende la direzione nazionale del Partito
Obrero. Noi invece diamo molta importanza al territorio,
all'orizzontalità, ai processi che costruiscono dal basso. Questo, ad
esempio, è anche il senso della cooperativa che abbiamo creato 2 anni
fa, il Centro para la educacion y formacion de cultura comunitaria .
Attorno ad essa ruota il 'nocciolo duro' dell' MTD.
L'esperienza dell' MTD è stata riportata da un libro da lei curato che
si chiama 'Dalla colpa all'autogestione'. Cosa significa? Una delle perversità di questo sistema è che alla disoccupazione
non si dà carattere sociale. Appare come un problema individuale.
Menem diceva che il corte de ruta (l'occupazione delle strade per
protesta) lo faceva chi non aveva voglia di lavorare.
Questo generava in noi un grande senso di colpa. Uscivi di casa per
cercare lavoro e ti dicevano che eri uscito per bighellonare. Il senso
di colpa è uno dei motivi fondamentali per cui i disoccupati non si
organizzano. Ancora oggi. Prenderne coscienza è il primo passo per
reagire. E magari passare all'autogestione: dell'economia, della
politica, del potere.
Qual è il vostro rapporto con il 'potere', visto che rifiutate
qualsiasi aiuto economico e appoggio politico da parte dello Stato? Il potere non ha nulla di male in sè: dipende da come lo costruisci.
Per cosa e per chi. E' solo uno strumento. Come tale, è buono o cattivo
a seconda di chi ce l'ha.
Quello che non vogliamo (il motivo per cui rifiutiamo i planes ) è
riprodurre i soliti meccanismi mafiosi di potere. Bisogna uscire da
questa cultura, i movimenti di disoccupati in primo luogo. Non
chiediamo l'assalto ad un potere già costituito, vogliamo costruirlo.
Con il tempo.
Mi vengono in mente i giorni del dicembre 2001, quando L'Argentina
sembrava al punto di mandare a casa i vecchi politici. Stavamo tornando
al quartiere, di notte, e fummo accolti da uno spettacolo dantesco.
Davanti ad ogni casa c'erano enormi falò e uomini armati ovunque.
Perchè? Punteros e polizia avevano diffuso la fobia del saccheggio e
tutti si proteggevano, gli uni contro gli altri. Provammo paura: in
quel momento, chiunque avrebbe potuto spararci, scambiandoci per
saccheggiatori e sarebbe stato giustificato. Il presidente stava
cadendo, ma nelle periferie il potere era in mano a quelli di sempre.
Dov'è dunque il potere? E se si fosse creato un vuoto a livello di
governo, chi l'avrebbe preso? In quel momento non c'era organizzazione
capace di sostenerlo. Il potere va costruito, ma deve essere reale,
legato al territorio, al consenso, alla partecipazione. Dobbiamo
cambiare le cose alla radice.
Paola Erba ( copyright Missione Oggi )