08/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Tenente riservista, Yuval Lotem, si rifiuta dal 1982 di prestare servizio nei Territori Occupati
SoldatiÈ uno dei nove soldati israeliani intervistati da Ronit Chacham nel suo libro, Rompere i ranghi. Essere refusenik nell’esercito israeliano (Fayard, 320 p., 18 euro). La sua storia è stata raccontata anche da Peretz Kidron nel libro, Meglio carcerati che carcerieri. I refuseniks israeliani raccontano la loro storia (Manifestolibri, 154 p., 16 euro).

Da dove nasce il suo rifiuto a prestare servizio nei Territori Occupati? Sono diventato un refusenik principalmente per egoismo: per poter continuare a guardarmi nello specchio. E, tuttavia, era dalla mia più tenera infanzia che sognavo di diventare un soldato. A scuola sognavamo di batterci e di poter dare la vita per il nostro Paese. In Israele, sin da bambini, si impara prestissimo che l’Esercito ha sempre ragione, che gli arabi avevano sempre torto e che il mondo intero era contro di noi. Quindi, bisognava fare muro: difendersi senza porsi troppe domande. Non avevo che 16 anni nel 1973, ma già allora impazzivo all’idea di non potermi battere. Per poter prendere le distanze da uno stato d’animo del genere, ho dovuto aspettare i primi viaggi all’estero, dopo tre anni e mezzo di servizio militare. Non sono diventato un pacifista ma, nel 1982, sapevo che non avrei partecipato alla guerra in Libano. Non era una guerra di difesa. È allora che decisi di aderire a Yesh Gvul, un gruppo che si batte contro l’occupazione e raggruppa i soldati che si rifiutano di servire in un contesto repressivo. In ebraico, “Yesh Gvul” significa sia “c’è un limite” che “c’è una frontiera”. Intendiamo dire che c’è un limite all’obbedienza degli ordini, visto che le frontiere del nostro Paese definite prima della guerra del 1967 non sono in pericolo.

Di recente, 27 piloti della riserva israeliana hanno formalmente reso noto di non essere disposti ad eseguire in futuro “esecuzioni mirate” di militanti palestinesi nei territori. Qual è la sua opinione in proposito? In genere, i soldati seguono gli ordini, il consenso. Avere invece gente così, che compia un passo di questo tipo, è importante. Sono sicuro che farà sì che altri si pongano il problema e facciano una scelta controcorrente. Questi sono piloti, persone professionalmente molto preparate, che amano il loro lavoro e lo fanno da una vita. Sono rimasto colpito, perché i firmatari di questa lettera rischiano parecchio: di perdere il loro posto, il rispetto e l’ammirazione almeno di una parte dell’opinione pubblica israeliana.

Non pensa che ci possa essere una svolta nella politica israeliana? No. Siamo purtroppo ancora molto lontani da una cosa del genere. Solo un primo ministro, per ragioni proprie, può imporre un drastico cambiamento di rotta. Ed è difficile che si faccia influenzare da un gruppo di piloti. Ma mostra un fenomeno che fino a poco tempo fa era quasi inavvertibile. Già ventun anni fa, quando durante la guerra del Libano, si forma Yesh Gvul, c’erano stati dei piloti che si erano rifiutati di volare sopra Beirut. Oggi i piloti che hanno sottoscritto il documento sono 27. E, fra loro, c’è Yiftah Spector, un capo pattuglia durante la guerra dello Yom Kippur (1973).

Il movimento dei refusenik avrà maggiori possibilità di incidere sulla realtà israeliana, se personaggi come Yiftah Spector daranno pubblicamente il loro appoggio? Quello di Yiftah Spector è senz’altro un nome che avrà il suo peso in questa storia. Che un pilota provetto, con centinaia di ore di volo alle spalle decida di aderire, significa: combatti, accetti le regole di questo Stato, ma nello stesso tempo decidi che “c’è un limite” oltre il quale non è lecito andare.

I veri cambiamenti in Israele arriveranno in seguito a pressioni dell’Esercito, o di parte di esso, piuttosto che per la volontà di leader politici? In Israele, è in gran parte la gente comune a prestare servizio nell’Esercito. Ognuno lo fa per tre anni e mezzo; e poi resta disponibile come riservista ogni anno per un altro mese. Quindi non si può dire che l’Esercito sia un’entità a sé stante rispetto alla società civile e allo stesso mondo politico. Molti ex generali, a fine carriera, si mettono in politica. Non è un caso.

E tuttavia un movimento come quello dei refusenik appare molto distante dagli uomini dell’attuale amministrazione israeliana.Quello dei refusenik rappresenta comunque una piccola minoranza. Anche in ambito politico si possono trovare dei leader con idee molto vicine alle nostre. Ma si tratta pur sempre di minoranze. E le minoranze sono presenti ovunque: dalla cultura all’Esercito, alla società civile.

È ancora in contatto con Imad Al-Sabé, il prigioniero amministrativo palestinese che le indirizzò nell’agosto 1997 una lettera aperta pubblicata poi anche dal quotidiano israeliano Haaretz? Sì, siamo ancora in contatto. Mi sento spesso al telefono con lui, sua moglie; la figlioletta Dina che oggi è cresciuta, va a scuola e parla correttamente l’inglese, non più solo arabo come quand’era appena approdata in Olanda da Ramallah.

Che cosa l’ha colpito in particolare di Imad?Innanzitutto mi colpì il tono della sua lettera: il fatto che mostrasse senza falsi pudori i suoi sentimenti. Rimasi poi stupefatto della sua capacità di non odiare. Continuava a studiare l’ebraico, a leggere autori ebrei, giornali in lingua ebraica, malgrado gli israeliani gli avessero fatto quello che hanno fatto. Aveva amici in Israele, anche nell’Esercito israeliano. Io ne sono un esempio. Bisogna essere davvero umanamente molto ricchi, per riuscire ad andare oltre.

Ha ancora amici palestinesi detenuti in carceri israeliane? Sì. Ho un caro amico, Ali Jaradat, tuttora “detenuto amministrativo” in un carcere israeliano. Lo conosco dai tempi del “Movimento israeliano Porte Aperte”, di cui ero stato uno dei promotori. Ufficialmente, quest’associazione che si proponeva di creare rapporti epistolari fra prigionieri palestinesi e israeliani, non esiste più. Di questo mi sento anch’io responsabile: sono terribilmente pigro. Ma è chiaro che alcune relazioni personali continuano anche oggi. Questo amico era già finito in carcere una prima volta, ed è stato riarrestato il 17 ottobre 2001. Ho contatti periodici con Ali, la moglie e la figlia. Un altro amico palestinese, col quale mi sentivo spesso, è stato recentemente ucciso dall’Esercito israeliano.

Quanti prigionieri amministrativi sono tuttora detenuti nelle carceri israeliane?
Non so dire un numero esatto. Sono comunque sempre molti. Alcuni anni fa, l’Esercito avrebbe cercato di nascondere o ridimensionare drasticamente la cosa. Oggi non è possibile. Ali Jaradat, ad esempio, è un membro del Fronte popolare di liberazione della Palestina. Era molto legato all’uomo che, due anni fa, uccise il ministro israeliano del Turismo, Rehavam Zeevi. Non giustifico alcuna uccisione, che sia di un israeliano come di un palestinese. Ma la questione è che gli israeliani facenti parte dell’Esercito, talvolta, sono molto ipocriti: a loro è concesso tutto; agli altri è negato qualunque diritto.

Tornando al movimento dei riservisti, qual è oggi la reazione dell’opinione pubblica israeliana e come è cambiata rispetto al 1982? Per molto tempo, siamo stati considerati una specie di “quinta colonna”. Ci dicevano che eravamo un cancro dentro Israele. Le cose sono un po’ cambiate, ma per la maggioranza degli israeliani restiamo un’aberrazione. Mi ricorderò sempre la reazione di una giovane ufficiale donna, quando le dissi che non avrei prestato servizio nel carcere di Mejiddo (situato all’interno della “linea verde”). Sapevo che là avrei trovato dei detenuti amministrativi, cioè dei palestinesi imprigionati senza processo anche per vari anni. Lei mi guardò stupefatta e mi disse: “Ma che ti prende? Siamo uno Stato democratico. Tutto quello che succede a Mejiddo, è conforme alla legge…”. Molti israeliani ritengono che coloro che non la pensano come loro siano degli antisemiti o degli ebrei affetti dalla sindrome dell’“odio di sé”. Bisogna finirla con questa storia. Questo stato d’animo tribale mal s’adatta ad un Paese democratico come il mio. Io, voglio semplicemente che gli arabi sappiano che esiste un’altra voce in Israele.
 
Alessandra Garusi
 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Israele - Palestina