07/02/2004
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Intervista a Peretz Kidron, curatore di un'antologia di testimonianze di riservisti israeliani
“Hell, no! We won’t go” (All’inferno no, non ci andremo!). Lo slogan
dei pacifisti americani, ai tempi del Vietnam, è diventato un simbolo.
A raccogliere il testimone, oggi, sono i riservisti israeliani. Meglio
carcerati che carcerieri (Manifestolibri, pp. 154, 16 euro) è
un’antologia che comprende 50 testimonianze – solo un campione delle
centinaia e centinaia di soldati e riservisti israeliani che hanno
rifiutato di prendere parte alla guerra in Libano (1982) e alla
campagna di repressione tuttora in corso nei Territori Occupati . Ne
parliamo con il curatore, il giornalista Peretz Kidron.
Meglio carcerati che carcerieri. I refuseniks raccontano la loro storia
è uscito in italiano, ma deve ancora uscire in lingua originale. A
quando? La prima versione del libro è stata in giapponese. Nel 2003 è uscito in
italiano, presto uscirà in greco. La versione in lingua ebraica si è
rivelata alla fine la più complicata: i testi originali erano in
inglese e recuperarne la versione ebraica, soprattutto di quelli
risalenti a venti o trent’anni fa, è stato complicato. Spero che esca
per la fine di quest’anno o ai primi di gennaio.
Qual è il messaggio? La valenza del testo sta nelle singole storie. Ogni riservista dà una
spiegazione diversa del proprio rifiuto di servire nei Territori.
Ognuno ha una sua filosofia di vita, un’ideologia, una classe alla
quale appartiene; eppure, la decisione alla quale essi arrivano, è la
stessa: quella di rompere i ranghi e disobbedire agli ordini rischiando
azioni disciplinari, il carcere e talvolta affrontando l’ostracismo
della famiglia per aver osato sfidare l’etica militare nazionale. E
queste 50 dichiarazioni sono più convincenti di qualsiasi astratto
ragionamento. Appena un riservista finisce in carcere, cerchiamo quindi
di avere un suo manifesto e di renderlo pubblico. Ed è per questa
stessa ragione che Yesh-Gvul viene boicottato. Per un anno e mezzo,
l’Esercito ha esercitato pressioni sui mass media israeliani, che hanno
continuato a censurare l’argomento fino alla lettera dei 27 piloti (29
settembre 2003, ndr). A quel punto, il silenzio s’è rotto.
Ci può fare un esempio di censura? Sì. Diciassette riservisti sono finiti in carcere per essersi rifiutati
di partecipare all’operazione nel campo profughi di Jenin (aprile
2002), ma nessuno ne ha parlato.
Ci sarà anche una versione in arabo del testo? È troppo presto per dirlo. Il motivo per cui il libro è uscito in
Grecia, è perché c’è un movimento analogo all’interno del loro Esercito
che s’oppone ad interventi fuori dai confini del Paese. Di sicuro,
questa è un’idea pericolosa per la società araba: non sono sicuro che i
governi arabi sarebbero particolarmente contenti di accogliere le
rimostranze di parti del proprio Esercito. Un siriano, ad esempio,
potrebbe chiedersi: che cosa ci faccio in Libano?
Veniamo al Muro. Ci può dire quanti israeliani, in punti percentuali, lo vogliano?
Sono gente comune, intellettuali? La maggior parte degli israeliani appoggiano la costruzione del Muro.
Sono molto preoccupati del terrorismo. Il governo Sharon lo vende come
uno strumento per proteggersi dagli attacchi dei kamikaze nei confronti
della popolazione civile. La maggioranza non ne comprende il
significato politico, pensa davvero che serva alla sicurezza nazionale,
ma tutto ciò non ha senso. Faccio un esempio: oggi il Muro viene
costruito fra i centri israeliani e palestinesi; il piano è però di
erigerlo anche dall’altra parte, verso est, in modo che il Muro
circondi totalmente i palestinesi. Costoro vivranno, di fatto, in un
carcere. Quindi, il Muro raccoglie molti consensi e addirittura si
esercitano pressioni sul governo perché la costruzione proceda ad un
ritmo più sostenuto.
Chi invece non lo vuole? Innanzitutto, il movimento pacifista. Tuttavia è curioso che anche
l’estrema destra sia contraria. Dicono che il Muro presuppone accettare
l’idea che la terra dall’altra parte della barriera vada ai
palestinesi, e loro non vogliono che nemmeno un centimetro finisca
in mani non israeliane. Dunque, c’è una strana coalizione di critici da
destra e da sinistra. Per la maggioranza, la ragione della costruzione
del Muro è tattica, non politica.
Che tipo di ruolo possono avere i riservisti in questa campagna? Lo stesso ruolo che hanno nell’intero movimento pacifista. Yesh-Gvul
non è molto grande, ma moralmente ha un peso enorme: che 1.200 soldati
abbiano rifiutato di prestare servizio nei Territori e per questo siano
finiti in carcere, fa pensare. E spinge altri gruppi, come ad esempio
Peace Now, ad essere più radicali nelle loro posizioni. Mentre non
è difficile far scendere in piazza 500 persone, lo è assumersi la
responsabilità delle proprie scelte.
Lei appoggerebbe un eventuale boicottaggio nei confronti d’Israele,
come quello che a suo tempo si decise di fare in pieno apartheid nei
confronti del governo sudafricano del presidente Botha? Non sono a favore di un boicottaggio generale nei confronti d’Israele,
non ora. La nostra filosofia è quella di distinguere tra Israele e i
Territori Occupati. Non siamo contro il servizio militare dentro i
confini d’Israele, ma solo nelle aree occupate. Lo chiamiamo “rifiuto
selettivo”. Penso che ogni cosa debba essere analizzata e distinta:
sono per un boicottaggio con tutto quello che in qualche modo è
connesso all’occupazione, ma resto contrario ad un boicottaggio
generale che non farebbe che aumentare la mentalità d’assedio degli
israeliani. Già l’80 per cento degli israeliani appoggiano Sharon,
convinti che “il mondo intero li stia attaccando”. Meglio dunque
distinguere cosa avviene di qui e di là dalla Linea Verde. Se l’Unione
Europea boicottasse ciò che proviene dalle colonie e continuasse ad
importare prodotti realizzati nel territorio d’Israele, il messaggio
sarebbe chiaro.
L’analogia col Sudafrica, allora, non regge? In Sudafrica, l’apartheid esisteva nell’intero Paese. C’era dunque
della logica nel boicottaggio. Qui invece va fatta una distinzione:
Israele è uno Stato legittimo, mentre l’occupazione non lo è.
Che ruolo può avere l’Europa? Potenzialmente ha un ruolo molto importante. Dal punto di vista
politico, Sharon ascolta soltanto la Casa Bianca, ma non può ignorare
l’Europa. È il suo maggior partner economico; ci sono legami
accademici, scientifici con l’Europa. Ad esempio, l’Europa compra molti
prodotti dall’industria militare israeliana. Dovrebbe iniziare a
boicottare quelli, che fanno parte del meccanismo dell’occupazione. Le
vendite d’armamenti pesano molto nel bilancio israeliano; e se si
blocca il canale europeo, è chiaro che Tel Aviv sarà in difficoltà.
Torniamo ai riservisti. Recentemente, 27 piloti della riserva
israeliana hanno reso noto di non essere più disposti ad eseguire
“esecuzioni mirate” di militanti palestinesi nei territori. Ritiene che
questo possa comportare un radicale cambiamento di rotta per il governo
di Ariel Sharon? Purtroppo, no. Ci sono ancora centinaia di piloti disponibili a portare
a termine gli attacchi. Ma questa dichiarazione è importante nella
battaglia all’interno dell’opinione pubblica, nello sforzo di espandere
il movimento dei refusenik.
A che conseguenze vanno incontro i 27 piloti? L’aeronautica è una specie di club elitario ed esclusivo. La punizione,
nel caso dei piloti che si rifiutino di fare “operazioni mirate”, è
quella di essere esplulsi o di essere tenuti a terra e cioè di non
poter più volare. Non andranno mai in carcere.
A suo parere, c’è aria di cambiamento all’interno dell’aeronautica? Sì, qualcosa sta cambiando. In occasione degli ultimi attacchi, i
piloti hanno posto delle domande e l’aeronautica è stata costretta a
spiegare esattamente come s’erano svolti i fatti. Ciò significa che
molti altri piloti che non hanno firmato la lettera, ci stanno
pensando. Questo è il modo in cui lavora il movimento dei riservisti:
esso non è numericamente definito; ogni membro può avere cinque o dieci
amici che potrebbero, ad un certo punto, decidere di aderire.
Sarà l’Esercito, o parte di esso, a forzare la mano per un cambiamento, piuttosto
che i leader di questo governo? Saranno sempre i politici a fare la politica, ma l’Esercito, come parte
integrante della società israeliana e dell’opinione pubblica, deve far
pressione affinché ci siano reali progressi.
Chi può influenzare il governo Sharon? Gli Stati Uniti. Soltanto loro.
Come è cambiata la percezione dell’Esercito da parte delle giovani generazioni?
È meno intoccabile di quanto non fosse una volta.
Ci può spiegare il concetto di “rifiuto selettivo”? È una rivoluzione silenziosa?
Un nuovo genere di protesta antimilitarista? Il rifiuto selettivo è una nuova importante forma di antimilitarismo,
specie quando consideriamo quanto forte e distruttivo possa essere un
Esercito moderno. Un milione di manifestanti ha marciato per le strade
di Londra, ma decine di migliaia di soldati britannici sono poi saliti
sugli aerei, e i refusenik lì sono stati soltanto due o tre. Se si
fossero rifiutati in cento di andare in Iraq, avrebbero dato una grossa
spinta al movimento contro la guerra. Il rifiuto selettivo richiede che
ogni soldato consideri ciascun ordine gli venga impartito, e giudichi
se sia legittimo oppure no. Se lo è, obbedisce. Se non lo è, rifiuta.
Questo introduce la responsabilità civile all’interno dell’Esercito, e
le idee della disobbedienza civile nell’Esercito (Gandhi, M.L. King).
Pensa che l’idea del rifiuto possa essere esportata e applicata in qualsiasi altro
Paese? Sì, assolutamente. Dovrebbe essere applicata in ogni Paese e in ogni
Esercito, perché in ogni Esercito gli ufficiali ordinano delle azioni
in disaccordo con la difesa legittima nazionale. A questi ordini
bisogna opporsi, che siano di invadere l’Afghanistan o di interrompere
uno sciopero.
Riguardo ai refusenik: l’idea di mettersi allo stesso livello dei
generali e dei politici nel giudicare l’intera situazione politica, è
qualcosa di nuovo? Ce lo può spiegare? È l’idea democratica che nelle decisioni riguardanti la guerra e la
pace, ogni persona (ogni soldato) abbia lo stesso diritto di prendere
parte a quella decisione. “La guerra è troppo importante per essere
lasciata ai generali…”.
Fra i firmatari, c’è Yiftah Spector, che era stato un leader di
pattuglia durante la guerra dello Yom Kippur nel 1973. Lo conosce
personalmente? L’ha mai incontrato? No.
Yesh-Gvul ha bisogno di personalità come Yiftah Spector per vincere la battaglia
all’interno della società israeliana? È un paradosso: nella nostra campagna antimilitarista, egli può dare un
contributo maggiore di un normale refusenik, proprio perché ha alle
spalle questa carriera militare.
C’è una ragione particolare, per cui Lei ha deciso di scrivere questo
libro, di raccogliere queste storie? Una di queste le è rimasta
particolarmente impressa? Tutte le storie sono straordinarie, perché riflettono alti standard
morali e un grande impegno personale. È fondamentale raccogliere queste
dichiarazioni e pubblicarle. Peccato che non lo si sia fatto già anni
fa.
Come sono state le reazioni al suo libro in Israele, e fra i palestinesi? Il libro non è ancora apparso in ebraico, uscirà il prossimo anno.
Com’è percepito il movimento dei refusenik da parte dei palestinesi? Il movimento dei refusenik è molto importante per i palestinesi, perché
dà loro la speranza che non tutti gli israeliani siano ostili nei loro
confronti.
Quanti prigionieri amministrativi palestinesi si trovano tuttora nel carcere di
Mejiddo e in altre prigioni israeliane? Migliaia, non so quante esattamente.