15/02/2004
stampa
invia
Alle elezioni sempre più cittadini disertano i seggi
Alle elezioni presidenziali Usa del 1960, quelle della sfida tra
Kennedy e Nixon, andarono a votare il 63 per cento degli americani.
Agli occhi di un europeo già non sembra tanto, ma nel secondo
dopoguerra la percentuale negli Stati Uniti non era mai stata così alta
ed era diffusa l’idea che, grazie alla crescente ricchezza del Paese e
al più allargato accesso all’istruzione, l’affluenza alle elezioni nei
decenni seguenti sarebbe aumentata fino all’80 per cento. Invece, da
quaranta anni la partecipazione al voto degli statunitensi quando si
tratta di eleggere il loro presidente è progressivamente calata, fino a
raggiungere il 49 per cento nel 1996. Se si guardano i dati riguardanti
le elezioni per il Congresso o per le assemblee dei singoli Stati
dell’Unione è anche peggio: capita che voti meno di un americano su
tre. Per quali ragioni il Paese che si vanta della propria democrazia –
e che a sentire il suo attuale presidente si propone di esportarla
nelle nazioni che non l’hanno mai conosciuta, come l’Iraq – rivela
una partecipazione così bassa nel momento più alto della democrazia
stessa, cioè le elezioni?
Dietro alla disaffezione verso la politica ci sono molti fattori. Non
pochi sono di ordine pratico: tutte le elezioni negli Stati Uniti – da
quelle per le assemblee locali alle presidenziali – si tengono in un
giorno feriale. Un ostacolo non da poco per chi lavora, tanto più che
in 26 Stati su 50 i seggi chiudono prima delle 20. Inoltre, in tutti
gli Stati americani tranne due, chi è in prigione ed è già stato
condannato per qualunque reato non può votare. In nove Stati basta
essersi macchiati di un delitto anche una sola volta per vedersi negato
il diritto di voto a vita. Sono disposizioni che hanno anche un certo
peso sull’esito finale delle elezioni. Per esempio, tra gli Stati che
proibiscono agli ex detenuti di recarsi alle urne c’è la Florida, dove
nel 2000 la contesa tra Bush e Gore si è decisa per una manciata di
schede. Qui gli afro-americani – che tradizionalmente votano in
maggioranza per i democratici – costituiscono il 13 per cento della
popolazione, ma ben il 55 per cento di quella carceraria. E nel
popoloso Stato meridionale il divieto di voto per i detenuti e gli ex
detenuti ha escluso a priori 700mila persone dalle elezioni.
Poi c’è il sistema della registrazione: negli Usa non è lo Stato che
iscrive automaticamente i cittadini nell’albo elettorale al compimento
del 18° anno di età. Sono i cittadini che, se vogliono poter esercitare
il diritto di voto, devono registrarsi. Il motivo che sta alla base di
questo ragionamento è che così facendo si riducono le possibilità di
brogli. Ma è stato provato da vari studi che l’obbligo di registrarsi –
e molti, soprattutto tra i giovani, non sanno neppure che è necessario
farlo – toglie potenziali votanti a ogni elezione. E’ anche una
questione di tempi: l’87 per cento degli americani vive in Stati che
chiudono le registrazioni due o più settimane prima della chiamata alle
urne. Nei sei Stati che permettono di registrarsi anche il giorno
stesso delle elezioni, nelle presidenziali del 2000 l’affluenza è stata
più alta del 15 per cento rispetto alla media nazionale. E se tutti gli
Stati seguissero questo esempio – ha calcolato il politologo Thomas E.
Patterson con una ricerca dal titolo The Vanishing Voters (“Gli
elettori che stanno scomparendo”), che ha coinvolto 100mila persone –
andrebbe a votare il 5 per cento in più.
Fin qui gli aspetti pratici. Ma a monte del crescente astensionismo
statunitense ci sono anche i cambiamenti della società e del modo di
fare politica nell’ultimo mezzo secolo. I primi sono comuni un po’ a
tutte le società più avanzate: i giovani sono meno interessati di una
volta a ciò che succede intorno a loro (alle presidenziali del 1972
votò la metà degli elettori minori di 30 anni, a quelle del 2000 solo
il 30 per cento), sono sempre più le persone convinte che “tanto i
politici sono tutti uguali”, e stanno sparendo le generazioni che sono
cresciute in momenti difficili come la Depressione degli anni Trenta e
la seconda guerra mondiale, che spingevano emotivamente la gente a una
maggiore partecipazione.
Patterson, autore nell’ultimo decennio di numerosi libri
sull’argomento, dà la colpa anche ai giornalisti, che coprono le
campagne elettorali concentrandosi più su particolari (negativi)
riguardanti la vita personale dei candidati che sui loro programmi.
“Nei giorni precedenti le elezioni del 2000, al fatto che Bush negli
anni Settanta fu arrestato per guida in stato di ubriachezza fu dato
più spazio di quello riservato al programma di politica estera di Gore
nell’intera campagna”, ha scritto lo studioso. L’ultimo esempio di
questo tipo è proprio di questi giorni: la vita di John Kerry, il
democratico che al momento sembra essere lanciato verso la sfida contro
Bush a novembre, è già stata scandagliata per bene. Finora gli è stata
trovata un’amante e la presenza a una manifestazione contro la
guerra negli anni Settanta. E alle elezioni mancano ancora nove mesi.
Ma se molti preferiscono non andare a votare, la responsabilità è anche
della stessa politica americana. Il sistema elettorale è un vanto per
gli Stati Uniti, ma è indubbio che può scoraggiare molti potenziali
votanti. Per le presidenziali è un maggioritario puro, diviso per
Stati: il candidato che raccoglie anche una sola preferenza in più
dell’avversario conquista tutti i “grandi elettori” che formalmente
eleggono poi il presidente. Chi perde è come se non fosse esistito.
Così, negli Stati dove il predominio di un partito è così netto da
renderlo praticamente sicuro della vittoria, i simpatizzanti delle
altre forze politiche spesso non si preoccupano neanche di andare alle
urne. Tanto, che il loro partito prenda il 15 o il 45 per cento, non
cambia niente. E quando si tratta di eleggere i rappresentanti al
Congresso questa tendenza è ancora più radicata. Alle ultime elezioni
per il rinnovo dell’assemblea, il 98,5 per cento dei deputati è stato
confermato in carica (il sistema favorisce l’ incumbent , cioè chi è
già in carica, permettendogli di disporre di più fondi), facendo
del Congresso l’organo con meno ricambio di uomini tra le Nazioni dove
si svolgono libere elezioni.
Patterson sostiene inoltre che le campagne dei candidati siano lunghe,
ripetitive e noiose. “Se offerte del genere fossero servite ai
ristoranti, gli americani non andrebbero mai a cena fuori”, ha scritto
in un suo libro. Così il continuo baccano mediatico precedente il voto
allontanerebbe dalla politica i cittadini, invece di indurli a dare la
propria preferenza a uno dei candidati. I risultati di The Vanishing
Voters parlano chiaro: l’87 per cento degli intervistati è
d’accordo con la frase “quasi tutti i candidati direbbero di tutto pur
di farsi eleggere”, il 75 per cento è convinto che sono “più
preoccupati di darsi battaglia che di risolvere i problemi del Paese”,
e l’80 per cento pensa che “i soldi, più che gli elettori, determinano
il risultato delle elezioni”. Quest’ultimo è un parere condiviso anche
dagli analisti, e non è un caso che per prevedere il risultato finale
delle elezioni presidenziali si guardi ai fondi raccolti dai
candidati. Anche qui, l’ incumbent parte favorito, perché sa già in
anticipo che alle elezioni uno dei contendenti sarà lui, mentre gli
avversari devono passare dal giogo delle primarie. Per il momento, Bush
ha già messo insieme circa 200 milioni di dollari. Kerry, se sarà lui
lo sfidante democratico, solo qualche decina.
Per quanto riguarda le elezioni del prossimo novembre, comunque,
Patterson prevede che la tendenza degli ultimi decenni potrebbe essere
capovolta. "Bush ha compattato l'elettorato repubblicano, e dall'altra
parte i democratici vedono l'attuale presidente come un pericolo che
per il bene del Paese va cacciato dalla Casa Bianca - spiega -.
Inoltre, l'economia va male e le cose in Iraq pure: di solito, in
periodi difficili l'affluenza alle urne è più alta. Io credo che in
queste elezioni potrebbe salire del 6-7 per cento. Ma se durante l'anno
la situazione economica migliora e gli Usa si tirano fuori dal pantano
iracheno, il risultato potrebbe essere diverso".
Alessandro Ursic