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Una nomina controversa. Ramush Haradinaj, il 10 marzo scorso, ha sorpreso in
positivo la comunità internazionale decidendo di consegnarsi spontaneamente al
tribunale dell'Aja dove adesso è detenuto in attesa di giudizio. Lo hanno accompagnato
sul volo messo a disposizione dalla NATO la moglie e Lai Ibrahimi, cugino di
Haradinaj e militare del TMK, la cosidetta protezione civile kosovara che ha
rappresentato il modo indolore di inquadrare le milizie dell'Uck dopo la
guerra. Anche Ibrahimi sarà giudicato dal Tribunale Penale Internazionale, in
quanto sempre al fianco del
più celebre cugino quando si combatteva. L'auto che trasportava Haradinaj è
stata accompagnata da due ali di folla che inneggiavano all'ex premier ritenuto
un eroe della lotta di liberazione, ma non ci sono stati incidenti
Dimesso e consegnato. “Dopo il 24 marzo 1998 le forze
dell'Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck) su ordine di Haradinaj hanno
condotto una sistematica campagna finalizzata a prendere il controllo di molte
località del Kosovo e a cacciare i serbi”. Questa la chiave dell'accusa che
il Tribunale Penale Internazionale per
l'ex-Jugoslavia, dalla sua sede dell'Aja in Olanda, ha rivolto a Ramush
Haradinaj. Sono 37 capi d'imputazione che il procuratore Carla Del Ponte muove
ad Haradinaj e tutte le accuse rientrano nell'ordine dei crimini di guerra e
dei crimini contro l'umanità.
Voci dal Kosovo. Tutto
sembrava procedere per il meglio dunque, poi la bomba. Pristina è una
città dove la tensione non è mai completamente passata. La comunità
albanese ostenta quella che tutta la popolazione ha percepito come una
vittoria, cioè la larga autonomia di cui la regione ha goduto fino ad
oggi. Allo stesso tempo i serbi hanno sempre mantenuto un atteggiamento
di fiero rifiuto verso quella che ritengono un'indebita ingerenza negli
affari interni della Serbia-Montenegro. L'arresto di Haradinaj era
stato salutato con entusiasmo dalla comunità e dalla stampa serba. La
valutazione dell'incriminazione di un leader così importante dell'Uck
sembrava porre fine a quella sorta d'impunità (almeno nelle opinioni
dei serbi) di cui hanno goduto i guerriglieri albanesi dopo la guerra
in Kosovo. Lo stesso governo di Belgrado aveva un argomento politico
pesante da utilizzare verso l'opinione pubblica interna. L'Aja non più
una sorta di braccio armato anti-serbo, ma un organo imparziale di
giustizia. Anche l'atteggiamento di Haradinaj faceva ben sperare. Poi,
all'improvviso, una bomba. Il Kosovo non ne ha bisogno.
Christian Elia