06/08/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Due rompighiaccio nord-americane in missione per la mappatura di territori che contengono colossali giacimenti di gas e petrolio

Una missione congiunta statunitense-canadese è partita questa settimana alla volta dell'Artico per compiere una mappatura dei fondali marini al fine di validare scientificamente le loro rivendicazioni sul territorio.

Nell'Artico si sta giocando un'importante partita politica, che qualcuno ha già definito la Guerra Fredda del futuro. La rincorsa per la definizione dei confini dell'immensa regione, ricchissima di risorse naturali, sta portando in questi giorni le due rompighiaccio nord-americane verso il cosiddetto 'bacino canadese'. A turno, faranno letteralmente a fette la superficie gelata delle acque a nord del 75° parallelo per studiare i fondali ed eventualmente rivendicarne l'appartenenza ai rispettivi Stati. Il Bacino canadese è finora stato studiato poco. Per questo, le due rompighiaccio hanno a disposizione sonar all'avanguardia, con in quali raccoglieranno dati sismici per determinare lo spessore dei sedimenti del fondo oceanico. "Abbiamo mappe migliori della luna che del nostro fondale", ha detto il capitano Steve Barnun del Us National Oceanic and Atmospheric Administration.

In realtà, dietro la sua ironia si nasconde un problema ben più serio: la definizione e la rivendicazione di confini che potrebbero spalancare opportunità colossali per lo sfruttamento delle risorse. Due anni fa, una spedizione di geologi russi rivelò al mondo una notizia 'sensazionale': la dorsale di Lomonosov, che divide il Mar glaciale artico in due bacini, quello euroasiatico e quello nord-americano, collega la Russia al Polo nord. Ciò significa che - secondo quanto sostengono i russi - una vastissima regione artica a forma di spicchio, della grandezza di Francia, Germania e Italia insieme, appartiene alla Federazione russa, che è pronta ad annettersela.

Secondo i trattati internazionali, il Polo Nord non appartiene a nessuno, e nessuno può rivendicarne il 'possesso'. I cinque Paesi che si affacciano sul Mare Artico sono Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca (con la Groenlandia). Ciascuno di essi ha sovranità su una fascia commerciale che si estende fino a 320 chilometri dalla costa. Per avanzare rivendicazioni territoriali, uno Stato deve provare che la struttura della piattaforma continentale è analoga alla struttura geologica del suo territorio. Secondo la Convenzione internazionale delle Nazioni Unite sulla legge del mare, che ha giurisdizione sui confini artici, nessuno di questi Stati estende la propria piattaforma continentale fino al Polo Nord. Analogamente, l'Autorità internazionale dei fondali marini considera l'area circostante il Polo Nord "territorio internazionale".

Nel 2001, il Cremlino avanzò al Tribunale Onu sulla legge del mare la propria rivendicazione territoriale, cercando così di far avanzare i propri confini oltre i 320 chilometri costieri. La richiesta fu bocciata. La Convenzione sulla legge del mare, emanata 13 anni fa, è il solo strumento giuridico deputato alla risoluzione dei contenziosi sui diritti di sfruttamento e sulle rotte di navigazione in acque internazionali. Assieme alla Russia, è stato ratificato da 152 Paesi. Gli Stati Uniti si sono rifiutati di sottoscriverlo, affermando che avrebbe concesso troppo potere alle Nazioni Unite. Una scelta che - di fronte alle nuove istanze del Cremlino per assicurarsi terre ricche di giacimenti naturali - potrebbe oggi rivelarsi assai infelice.

L'area sottomarina in questione, percorsa da piattaforme abissali, fosse, bacini e pianure, è enormemente ricca di gas naturale e petrolio. Quanto? Almeno 10 miliardi di tonnellate, secondo gli scienziati. Essendo la dorsale in molti punti profonda poco più di 200 metri, le sue riserve di petrolio e gas sarebbero facilmente estraibili.

Luca Galassi

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità