15/12/2003
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Negli ultimi 10 anni, migliaia di indigeni hanno abbandonato i loro villaggi
Disseminati sulle colline e i pendii fangosi, un migliaio di casette
povere, la metà delle quali costruite in modo precario con teli di
plastica pubblicitari e tetti di cartone, sono la casa "provvisoria" di
8mila profughi interni del municipio di Chenalhó, Chiapas. La metà di
loro sono bambini. Da sei anni vivono nei dintorni di Polhó, sede della
giunta autonoma zapatista nella regione. Sono scappati dai loro
villaggi per sfuggire alla violenza dei gruppi paramilitari.
Il ricordo incancellabile del massacro di Acteal contrasta con la
tragedia dimenticata di questi indigeni, profughi interni. Polhó aveva
una popolazione di 500 abitanti ma nel 1997 centinaia di famiglie di 24
comunità della zona si sono insediate qui. La tensione nei loro
villaggi e le minacce continuano nonostante la presenza di oltre 2 mila
soldati dell’Esercito. Non hanno accesso alla terra per seminare e non
possono neppure ritornare alle proprie comunità di origine. In questa
località montuosa è stata edificata una vera città di profughi interni,
più simile ad un quartiere di miseria urbana che ad un villaggio
indigeno.
Migliaia di tzotziles che vi abitano, sopravvivono grazie agli aiuti
umanitari di organizzazioni civili nazionali e internazionali. Siccome
i profughi non accettano aiuti governativi, dal 1998 il Comitato
Internazionale della Croce Rossa (CIRC) offre loro aiuti alimentari e
medici. Eppure, quest’anno ha ridotto della metà l’aiuto umanitario ed
ha annunciato la sua intenzione di ritirarsi dal posto nel 2004. Medici
del Mondo Francia provvede ai medicinali per la clinica locale e
mantengono tre medici che non si danno tregua per assistere tutti i
profughi.
Le loro condizioni di vita sono disumane e l’80% dei bambini profughi
soffre di denutrizione. Le "case" di una sola stanza e pavimento di
terra sono abitate in media da otto persone. Non hanno servizi di base,
molte non hanno acqua potabile ed un quarto delle case non ha luce. In
queste condizioni, le autorità autonome zapatiste dichiarano:
"Nonostante le minacce dei paramilitari e le carenze materiali, i
profughi di Polhó sono decisi a resistere… per questo partecipiamo a
progetti che ci aiutano a sopravvivere (cooperative tessili,
allevamenti famigliari, coltivazioni di ortaggi, laboratori di
carpenteria e fucine, tra gli altri).
Chenalhó è solo un’esempio di quello che avviene in 20 municipi
chiapanechi in cui ci sono profughi interni, la maggioranza a causa del
conflitto armato iniziato nel 1994. Dieci anni fa, oltre 35 mila
chiapanechi, per la grande maggioranza indigeni, hanno abbandonato i
loro villaggi, le loro proprietà e le case per paura della guerra (dati
della Croce Rossa Messicana). Molti di loro sono ritornati nelle
proprie comunità. Secondo il governo del Chiapas, attualmente ci sono
10 mila 231 profughi (assicura che negli ultimi tre anni sono ritornati
nei loro villaggi 3 mila 500 persone).
Recentemente è stata presentata una proposta alla Camera dei Deputati
per elaborare una legge sui profughi interni che obblighi lo Stato
messicano a fornire loro aiuti. Eppure, si afferma che la causa dei
profughi in Chiapas si deve soprattutto a "conflitti intercomunitari".
Al riguardo, il governo chiapaneco informa, in un documento consegnato
all’ONU, "che i profughi forzati provocati dalla violenza politica e
dalla situazione di guerra, sono cominciati nel 1994", quindi, sono
un’eredità del governo precedente. "Fino al 2000, migliaia di persone
hanno sofferto violazione dei diritti umani, la perdite umane e
materiali".
Ma riferendosi al migliaio circa di persone profughe degli ultimi tre
anni, il governo dello stato ritiene che è stata una conseguenza di
"lotte tra forze opposte", "dovute a tensioni inter o infracomunitarie
di carattere religioso, agrario e politico". Per molte organizzazioni
per i diritti umani nazionali e internazionali, la maggioranza dei casi
dei profughi è in rapporto diretto con il conflitto armato. Le migliaia
di profughi, di diverse appartenenze politiche e religiose, mostrano il
vero volto della guerra e del razzismo in Chiapas.