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Forze del disordine. Ma è anche una donna e quindi
ancora più coinvolta da quello che è accaduto. I fatti: domenica 6 marzo 2005
tante associazioni che si occupano della condizione femminile in Turchia
avevano organizzato una manifestazione in centro a Istanbul in previsione della
Festa della Donna dell'8 marzo. Il giorno prima il corteo aveva sfilato nella
parte asiatica della città e tutto era filato liscio. Il 6 invece la
manifestazione avrebbe occupato le vie centrali della parte europea della
città. Secondo le fonti di polizia, la manifestazione non era autorizzata. La
polizia ha deciso di disperdere i dimostranti e non è andata per il sottile:
gas lacrimogeni sparati all'altezza del viso, manganellate, pestaggi di
manifestanti già inermi, cariche continue e indiscriminate. In totale 63
persone arrestate e decine di feriti.
L'Europa sta a guardare. “Tutti abbiamo passato dei
momenti molto duri”, racconta Lerzan, “e non eravamo solo donne. Tanti partiti,
movimenti e associazioni ci hanno appoggiato e in piazza c'erano anche tanti
uomini. Quello che ho notato è stato un particolare accanimento contro i
giornalisti e i fotografi. Evidentemente si voleva evitare che immagini di
episodi così gravi facessero il giro del mondo in un momento politico così
delicato per la Turchia e il suo futuro ingresso nell'Unione Europea”. Non a
caso le prime condanne delle violenze della polizia su i manifestanti sono
arrivate da Olli Rehn, Commissario Europeo all'Allargamento dell'Unione, e da
Josef Borrell, presidente del Parlamento Europeo. Il governo di Ankara è parso
subito preoccupato della ricaduta mediatica degli scontri del 6 marzo e, per
voce del ministro degli Esteri Gul, ha annunciato l'apertura di una inchiesta
indipendente per accertare la dinamica degli incidenti.
La stampa nel mirino. “Il tono delle dichiarazioni di
Gul non rispecchia però quello del premier Erdogan e del ministro della
Giustizia”, sostiene Lerzan, “che hanno accusato i manifestanti di aver
provocato le forze dell'ordine. I toni delle dichiarazioni di molti politici
vicini alla maggioranza al potere sono stati durissimi verso gli organizzatori
e qualcuno è arrivato a definirli terroristi”. Ma la vera preoccupazione del
governo, più che le lamentele delle associazioni turche che hanno alle spalle
una lunga storia di soprusi e violenze subite, sembra essere l'immagine del
Paese.Christian Elia