12/03/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I dimostranti picchiati a Istanbul creano molti imbarazzi alla Turchia e all'UE
“Abbiamo saputo che tutti i 63 fermati domenica scorsa sono tornati in libertà e abbiamo tirato un sospiro di sollievo, ma la gravità della vicenda resta immutata. Dopo tutte le polemiche che sono nate dal giro del mondo che hanno fatto le immagini della manifestazione brutalmente dispersa dalla polizia turca, il governo di Ankara ha iniziato una campagna contro la stampa locale, assumendo un tono di velata minaccia verso coloro i quali vengono ritenuti colpevoli di aver infangato il buon nome della Turchia”. A parlare è Lerzan Tascer. Da anni, nonostante la giovane età, è tra i dirigenti dell' IHD (Insan Haklari Dernegi), un'associazione che si batte per il rispetto dei diritti umani in Turchia e migliaia di volte si è trovata a combattere contro gli abusi delle forze dell'ordine sul Bosforo.
 
donne alla manifestazione di domenica con uno striscione contro la guerraForze del disordine. Ma è anche una donna e quindi ancora più coinvolta da quello che è accaduto. I fatti: domenica 6 marzo 2005 tante associazioni che si occupano della condizione femminile in Turchia avevano organizzato una manifestazione in centro a Istanbul in previsione della Festa della Donna dell'8 marzo. Il giorno prima il corteo aveva sfilato nella parte asiatica della città e tutto era filato liscio. Il 6 invece la manifestazione avrebbe occupato le vie centrali della parte europea della città. Secondo le fonti di polizia, la manifestazione non era autorizzata. La polizia ha deciso di disperdere i dimostranti e non è andata per il sottile: gas lacrimogeni sparati all'altezza del viso, manganellate, pestaggi di manifestanti già inermi, cariche continue e indiscriminate. In totale 63 persone arrestate e decine di feriti.
 
manifestante picchiato dall apolizia a istanbulL'Europa sta a guardare. “Tutti abbiamo passato dei momenti molto duri”, racconta Lerzan, “e non eravamo solo donne. Tanti partiti, movimenti e associazioni ci hanno appoggiato e in piazza c'erano anche tanti uomini. Quello che ho notato è stato un particolare accanimento contro i giornalisti e i fotografi. Evidentemente si voleva evitare che immagini di episodi così gravi facessero il giro del mondo in un momento politico così delicato per la Turchia e il suo futuro ingresso nell'Unione Europea”. Non a caso le prime condanne delle violenze della polizia su i manifestanti sono arrivate da Olli Rehn, Commissario Europeo all'Allargamento dell'Unione, e da Josef Borrell, presidente del Parlamento Europeo. Il governo di Ankara è parso subito preoccupato della ricaduta mediatica degli scontri del 6 marzo e, per voce del ministro degli Esteri Gul, ha annunciato l'apertura di una inchiesta indipendente per accertare la dinamica degli incidenti.
 
manifestante ferito a istanbulLa stampa nel mirino. “Il tono delle dichiarazioni di Gul non rispecchia però quello del premier Erdogan e del ministro della Giustizia”, sostiene Lerzan, “che hanno accusato i manifestanti di aver provocato le forze dell'ordine. I toni delle dichiarazioni di molti politici vicini alla maggioranza al potere sono stati durissimi verso gli organizzatori e qualcuno è arrivato a definirli terroristi”. Ma la vera preoccupazione del governo, più che le lamentele delle associazioni turche che hanno alle spalle una lunga storia di soprusi e violenze subite, sembra essere l'immagine del Paese.
“Tutta la stampa si è dovuta difendere dall'accusa di aver esagerato”, dichiara l'attivista turca per i diritti umani, “e la stampa ha giustamente sottolineato come si sia limitata a svolgere il proprio dovere di cronaca, riportando fedelmente la dinamica e le immagini delle violenze”. Sembra anche, ma mancano le conferme ufficiali, che potrebbe essere indetto nei prossimi giorni uno sciopero dei giornalisti in Turchia, per protestare contro le violenze fisiche subite domenica durante la manifestazione e contro le minacce verbali seguite al giorno della manifestazione. Quello che accadrà nei prossimi giorni avrà molti osservatori interessati, soprattutto a Bruxelles

Christian Elia

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