30/10/2003
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Lontano dai riflettori dei media, questo Paese sta nuovamente sprofondando nel caos
L’autorità del governo provvisorio, presieduto da Hamid Karzai e
sostenuto dagli americani, non si estende al di fuori della capitale
Kabul, l’unica città presidiata dai militari del contingente
internazionale ISAF (International Security Assistance Force). I
governatori provinciali e la polizia governativa non hanno alcun
controllo effettivo sul territorio. A comandare veramente sono i
signori della guerra con le loro milizie private di mujahedin, gli
stessi che nel 2001 avevano combattuto i taliban a fianco degli
americani sotto le insegne dell’Alleanza del Nord e che oggi si
combattono tra loro, soprattutto nelle province settentrionali. La
fazione più potente è quella dei tagiki comandati dal maresciallo
Mohammed Qasim Fahim, ministro della Difesa di Karzai e al tempo stesso
suo principale avversario politico in vista delle prime elezioni
libere, previste per il giugno 2004.
I comandanti mujahedin, che si finanziano con i proventi del rifiorito
commercio dell’oppio, sono politicamente sostenuti da Russia, India,
Iran ed ex repubbliche sovietiche. L’eventualità che essi tornino al
potere a Kabul, come già nel periodo tra il 1992 e il 1996, è
fortemente osteggiata dal Pakistan, che da sempre considera
l’Afghanistan come il proprio “cortile di casa”. E così, proprio come
nel 1996, Islamabad - dove a comandare non è il filoamericano Musharraf
ma l’esercito, i servizi segreti e i partiti integralisti islamici -
sta riorganizzando i taliban che si erano rifugiati nelle aree tribali
di confine per riprendere il controllo dell’Afghanistan.
Infatti dall’estate del 2002 la resistenza armata dei taliban nelle
province meridionali confinanti col Pakistan ha avviato un’escalation
della guerriglia e degli attentati contro le forze di Karzai e quelle
americane, le quali hanno risposto lanciando l’operazione “Mountain
Viper”, la più massiccia operazione militare Usa dalla fine del
conflitto.
A fianco dei taliban, comandati ancora dal Mullah Omar, si sono
schierati anche gli integralisti del famigerato Gulbuddin Hekmatyar,
altra vecchia conoscenza dei servizi segreti pachistani, e i miliziani
di Al-Qaeda fedeli a Osama Bin Laden. Di fronte al ritorno in scena dei
taliban, sostenuti dalle tribù pashtun che abitano nel sud
dell’Afghanistan (oltre che nel nord del Pakistan) e che pur
costituendo la parte maggioritaria della popolazione afgana sono stati
esclusi dal gioco politico post-taliban, Washington e Kabul stanno
percorrendo anche la via del dialogo con gli esponenti più “moderati”
dell’ex regime del mullah Omar. Bush e Karzai hanno proposto loro di
entrare nel governo. Per gli Usa significherebbe la fine della
resistenza armata taliban nel sud del Paese. Per il presidente Karzai
rappresenterebbe una possibilità di sopravvivenza poltica in caso di
rottura definitiva con i signori della guerra dell’Alleanza del Nord.
Enrico Piovesana