29/07/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



I governi nei Balcani Occidentali si preparano ad affrontare il caldo autunno, quando la crisi raggiungerà il picco

Lo spettro della bancarotta di Stato si muove con disinvoltura in Croazia e Macedonia. La Bosnia, neanche a dirlo, ha una voragine che nessuno, per fortuna, ha mai cercato di coprire con un tappeto. Il Kosovo, che attinge a piene mani dalle tasche dei donatori, comincia a rendersi conto degli ostacoli e delle difficoltà che si incontrano quando si comincia a camminare da soli. In Serbia, la politica di emettere titoli di stato ad alto rendimento per finanziare il budget in maniera rapida, a lungo andare ha provocato dei seri danni al mercato interno.

In Croazia, Sanader si chiama fuori. Agli inizi del mese di luglio il primo ministro croato Ivo Sanader ha presentato le dimissioni, senza che nessuno potesse prevederlo. La motivazione fornita da Sanader - "ho fatto la mia parte, dopo vent'anni è giusto che mi ritiri dalla scena politica" - non ha convinto gli analisti e tanto meno l'opposizione. D'altronde, non capita di frequente che un primo ministro, per giunta appoggiato da una solida maggioranza, rinunci alla guida del governo dopo soli 19 mesi di mandato. Alcuni sospettano che Sanader non sia stato in grado di fronteggiare il ricatto-veto della Slovenia per l'ingresso della Croazia nell'Unione Europea. I più cinici, lo accusano velatamente di incompetenza e codardia: il primo ministro avrebbe lasciato perché incapace di risolvere la crisi economica, la peggiore che si è abbattuta sul paese dai tempi della guerra del 1991. Nel primo quadrimestre di quest'anno, il prodotto interno lordo ha subito una flessione del 6,7 percento. Un ruolo decisivo, in questo scivolone, lo ha svolto la brusca frenata dell'industria del turismo, fonte primaria d' incasso di valuta straniera. Per la seconda volta, a breve distanza dalla prima, il ministro delle Finanze Suker dovrà sottoporre al governo un nuovo piano per la rideterminazione del bilancio. Allo stato dei fatti, la bancarotta non è soltanto un'ipotesi: Zagabria potrebbe non essere in grado di assicurare gli stipendi statali.

A Belgrado si prevede un autunno molto caldo. La crisi potrebbe raggiungere il picco proprio tra settembre e ottobre, alla ripresa delle attività industriali. La Serbia ha approntato un piano per evitare che i lavoratori scendano in piazza e che provochino scontri. La normativa è già stata modificata prevedendo un'estensione temporale della cassa integrazione che permetterà agli imprenditori di spedire a casa gli operai garantendo il 60 percento del salario quando la domanda di produzione sarà crollata: meglio lasciarli a casa con un contentino che tenerli nelle fabbriche, incubatrici di proteste. Nelle ultime settimane, infatti, gli scioperi dei lavoratori hanno attraversato tutta la Serbia.

In Montenegro, i primi a vedersi tagliare gli stipendi sono stati gli insegnanti. Ma anche ministri e funzionari hanno dovuto auto-limitarsi nell'uso di telefoni, condizionatori, "auto blu" e altri benefits.

Una dinamica molto simile alla Croazia si sta spiegando anche in Macedonia. Il premier Nikola Gruevski ha operato un improvviso rimpasto di governo sostituendo un buon numero di ministri. A Skopje, il campanello d'allarme è suonato quando il ministro per l'Integrazione Europea, Ivica Bocevski, ha presentato le dimissioni mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dopo le sue dimissioni, sono giunte a ruota, quelle di altri ministri. Solo il ministro delle Finanze, Trajko Slaveski ha tenuto duro, attaccato alla poltrona costringendo Gruevski a portare la questione in parlamento per liquidarlo. Slaveski, che negli ultimi mesi aveva fatto capriole per negare la pesante recessione che ha colpito la Macedonia, ha detto in parlamento che il governo è arrivato a raschiare il fondo: più volte la liquidità è arrivata al limite e che la produzione garantisce appena i salari.

L'obiettivo dei Balcani Occidentali di entrare in Europa, passa - fino a data da destinarsi - in secondo piano. Prima, Belgrado, Zagabria, Skopje e Podgorica devono risolvere i problemi di cassa e assicurarsi la sopravvivenza per superare l'autunno.

 

Nicola Sessa

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